2 FEBBRAIO 2019

Che all'interno della scena death metal spiri da qualche tempo un forte vento di revivalismo, quasi naturale dopo qualche anno in cui la ricerca spasmodica dell'iper-velocità e del tecnicismo forsennato avevano portato il genere ad avvilupparsi su se stesso in una spirale di stasi senza apparente via d'uscita, non è certo una novità; basta vedere i responsi e l'interesse suscitato dalle ultime uscite di nomi storici come Incantation, Morbid Angel,Suffocation, Deicide, Monstrosity o Pestilence, senza contare Unleashed, Bloodbath e At The Gates, per capire che il pubblico aveva nuovamente una gran voglia di musica si scarnificante, ma anche fortemente incentrata su un riffing e un impatto ritmico maggiormente old-school, più intellegibile e portatore di un modo diverso di concepire la brutalità. A portare acqua alla scena alle spalle di questi pesi massimi, nel corso del 2018, si sono succedute svariate band di più recente formazione fra le quali hanno spiccato senza dubbio i californiani Skeletal Remains, col terrificante Devouring Mortality (forse il top death metal album di tutto il 2018, per chi scrive), gli Horrendous da Philadelphia col terrificante, sebbene intriso di sentori progressivi, Idol e i qui presenti MORTUOUS, anch'essi californiani e portatori di un sound semplicemente terrificante, figlio tanto di Autopsy e Incantation quanto di Obituary e Morbid Angel, il tutto corroborato da un senso del macabro che si pensava ormai relegato al cassetto della memoria, giunti con questo THROUGH WILDERNESS al loro album di debutto a distanza di ben nove anni dalla fondazione della band datata 2009 e che debutto. Composti da Colin Tarvin alla chitarra e voce, Mike Beams anch'esso alla chitarra e voce, Clint Roach al basso e Chad Gailey alla batteria, i Mortuous ci sparano in faccia il loro death metal marcio e debordante con la pesantissima opener BEYOND FLESH, e non vi tragga in inganno la bella introduzione arpeggiata: quando il rullante arriva a scandire il tempo, non è che il preludio a un maelstrom sonoro di portata micidiale, debitore tanto dei migliori Incantation quanto dei Morbid Angel più furibondi, La voce è un rantolo di morte, e ricorda non poco l'approccio proprio di John McEntee degli Incantation, con qualche eco del miglior Ross Dolan e dei suoi gloriosi Immolation, il tutto supportato da una una prestazione musicale muscolare e abrasiva dall'impatto semplicemente annichilente. Il blast beat è incessante, il riffing è cupo e soffocante come nella miglior tradizione delle band succitate, anche quanto la batteria dona un po' di tregua all'ascoltatore guidando il brano in territori meno martellanti e maggiormente incentrati su riff tritaossa, quando non guidati da un approccio death-doom figlio tanto dei primissimi Paradise Lost e Bolt Thrower quanto del malsano insegnamento dei mai abbastanza celebrati Autopsy di Chris Reifert, il tutto ottimamente assemblato in un brano al limite della perfezione. La successiva BITTERNESS si rivela un brano dagli spiccati connotati di dinamicità, col suo inizio lento e stritolante che una magistrale quanto essenziale struttura in crescendo conduce a uno stacco imperioso e velocissimo che, fra bordate death furibonde e assalti all'arma bianca portati sull'onda di riff death-thrash da capogiro conduce il brano al suo finale inquietantemente quanto deliziosamente melodico, nell'accezione più macabra e sinistra del termine. Si capisce fin da subito come la band, pur non disdegnando frangenti dominati da velocità e furia belluine, punti a scrivere brani che, pur non andando a ricercare soluzioni particolari o inusuali in fase di arrangiamento, rifuggano come la peste staticità e monoliticità (quando non esplicitamente ricercate) in favore di un approccio ritmico e timbrico vario e accattivante, centrando in pieno l'obbiettivo, peraltro. Un altro centro pieno si rivela la pachidermica CHRYSALIS OF SORROW, col suo incedere iniziale dai fortissimi sentori death-doom, rimarcati ed esaltati da uno splendido quanto malinconico intarsio melodico, resi solo parzialmente più dinamici da un riffing maggiormente spigliato a far da contraltare a una strofa trascinata e sofferta come non mai, stemperata da un bridge dal riffing leggermente più vivace, se di vivacità si può parlare in questo album, visti i toni decisamente tragici che lo contraddistinguono. La seconda parte del brano, guidata da una doppia cassa martellante, riporta alla mente i migliori Obituary, e la band si dimostra maestra nel saper gestire anche strutture più complesse senza perdere mai di vista il punto focale della loro creatività e della loro proposta. Dopo un finale arrembante, dov'è la velocità a farla da padrona, veniamo travolti dall'inizio cadenzato e mortifero della successiva THE DEAD YET DREAM, brano in cui la pesantezza dei riff arriva a lambire punte di lentezza davvero estreme, cui la band è bravissima a contrapporre momenti dall'impatto più frontale e dinamico, quando non addirittura veloci, come accade nella seconda parte del pezzo, prima che una favolosa melodia armonizzata dalle chitarre (in odore dei migliori Autopsy) giunga a condurre in porto uno dei brani più vari e vibranti dell'intero lotto. L'attacco viziosamente intrecciato dal basso nel corso dell'intro lascia presto spazio ai riff death metal tanto immediati quanto efficaci della successiva ANGUISH AND INSANITY, la cui splendida struttura nuovamente in crescendo sfocia in un assalto furibondo e implacabile all'insegna del blast beat più martellante e delle fughe death-thrash più corrosive e impattanti, che solo uno splendido, apocalitticamente malinconico, stacco centrale riesce a stemperare parzialmente, aumentandone, per contro, a dismisura l'impatto atmosferico, impreziosendo così uno dei brani più dinamici e riusciti di questo disco in cui impatto e desiderio di comporre brani memorabili si mescolano per dare vita a un connubio vincente ed entusiasmante.

Non fa eccezione la distruttiva title track, THROUGH WILDERNESS, col suo riff portante in odore degli Obituary più quadrati e implacabili e le sue fughe all'insegna della velocità e delle melodie deviate e dissonanti che tanto hanno fatto la fortuna dei già citati Immolation, splendida nella sua alternanza di groove pesantissimi e furibondi stacchi all'insegna del death più oscuro e martellante, brutalità che prenderà poi definitivamente le redini del pezzo, fra blast beat senza pietà e urticanti porzioni guidate da una doppia cassa assassina, con schizzati assoli slayeriani e calibrati fraseggi melodici dai toni apocalittici a fare da ciliegina sulla torta di un brano semplicemente disarmante nella sua potenza e nel suo impatto.

PRISONER UNTO PAST (quasi una dichiarazione di intenti, per questi quattro californiani innamorati di tutto cuore del death metal più classico e marcio possibile) è una scheggia impazzita di furibonde accelerazioni e sconquassanti rallentamenti, resa memorabile da uno stacco centrale psicotico e cantilenante, prima che un finale all'insegna della potenza e del riffing deliziosamente death-thrash ponga fine a un altro pezzo splendido.

Ci si avvia alla conclusione con la penultima, complessa, SCREAMING HEADLESS, sicuramente uno dei brani più complessi e lunghi dell'intero lotto, benchè si parli comunque di una durata che non arriva ai 6 minuti. Il susseguirsi di riff e cambi di tempo, in questo brano, è incessante e lascia frastornati di fronte a un cotale spiegamento di forze, che la band è bravissima a mantenere sotto controllo dandoci sempre l'impressione di essere “sul pezzo”, anche nei frangenti più parossistici e deraglianti. Molto belle anche le parti ultra-slow chiamate a dare dinamica e varietà al pezzo, così come i semplici quanto evocativi intarsi melodici chiamati a darvi profondità atmosferica ed espressiva. Brano davvero superbo. L'album si chiude con la violenza senza ritegno della devastante SUBJUGATION OF WILL dove, fra mazzate in puro stile Incantation/Immolation e aperture dal flavour quasi europeo, sponda Stoccolma, fra rallentamenti in odore tanto di Asphyx quanto del death-doom più marcio e inquietante, ci congediamo da questo spettacolare album con il desiderio di schiacciare nuovamente il tasto play ancora, e ancora, e ancora. Un lavoro semplicemente delizioso per chiunque adori un certo modo tipicamente primi anni 90 di concepire il death metal, per una band che merita lodi e supporto incondizionato. Intensi, devastanti e capaci di scrivere pezzi grandiosi; Cosa volete di più? Fate vostro questo Through Wilderness, non avrete a pentirvene.

 

Edoardo Goi

90/100