21 GENNAIO 2019

Non è affatto semplice collocare la proposta degli olandesi MORVIGOR, giunti con questo TYRANT al secondo full-lenght a tre anni di distanza dal debutto A Tale Of Suffering, datato 2014.

Se infatti chi scrive non si sente di ascrivere il nome della band di Alkmaar (composta da Jesse Peetoom alla voce, Sytze Andringa e Stefan van Delft alle chitarre, Evio Pauuw al basso e Brendan Duffy alla batteria) al fianco dei grandi nomi dell'attuale scena avant-garde/prog black metal capitanata da acts quali Deathspell Omega e Dodecahedron, è altresì indubbio che il ventaglio delle influenze e delle soluzioni messe in campo in questo nuovo platter è tale da garantire ai suoi autori l'inserimento nel novero delle band votate ad un approccio fortemente anticonvenzionale alla materia.

Momenti vicini al black melodico di scuola svedese della metà degli anni 90, asperità black&roll non lontane da certi Carpathian Forest e svisate vicine alla psichedelia e al post rock di band come Pelican,Jesu o Isis, tutti abilmente miscelati, fanno in modo che questo Tyrant risulti un album estremamente sfaccettato e “prog-in-mind”, il tutto senza che l'atmosfera malsana, cupa e straniante tipica del black metal tout-court venga mai meno, anche nei momenti più lattiginosi e dilatati.

Ma addentriamoci senz'altro fra le pieghe di questo interessante lavoro in modo più dettagliato.

L'onere e l'onore di aprire l'album, dopo una breve intro dai toni notturni e rarefatti, spetta all'arrembante NO REPENTANCE, il cui attacco arpeggiato dai toni acidamente dark non deve trarre in inganno; basta attendere infatti solo pochi secondi ed ecco arrivare un riff slabbratamente punk-black a dare al pezzo un tiro frastornante e travolgente, ottimo tappeto per le vocals, che vedono Jesse alternare con discreta disinvoltura scream lancinanti tipicamente black a parti in growl più vicine alla scuola death.

Il riffing si rivela molto vario, passando dai già citati rigurgiti punk a partiture più vicine al death-black primigeno dei maestri Celtic Frost, fino a tuffarsi senza remora alcuna nelle trame melodic black rese celebri da acts quali Dissection e Lord Belial.

Incursioni in territorio maggiormente rock e stranianti screziature black progressive, sia dal punto di vista prettamente strumentale che da quello vocale, rimandano a band quali Arcturus o Solefald, rendendo il brano ancora più multisfaccetato e stratificato senza che questo vada a incidere minimamente sulla sua compattezza e la sua efficacia.

Questo è un grande pregio, se consideriamo che stiamo parlando di un brano che raggiunge i sette minuti di durata.

Davvero un ottimo inizio, non c'è che dire.

Se la precedente No Repentance aveva toccato i sette minuti, con la successiva THE MARTYR'S ASCENSION si vanno a sforare i nove (d'altra parte, come avremo modo di constatare lungo l'intero scorrere dell'album, la durata considerevole dei pezzi è una caratteristica abbastanza peculiare della proposta dei nostri).

Introdotta da un arpeggio in purissimo stile post rock, dilatato e dissonante, il brano tracima in una malinconica esplosione elettrica pregna di sentori shoegaze dal grande impatto emotivo prima di assestarsi su coordinate meno atmosferiche e decisamente più rocciose, nuovamente in odore di melodic-black metal, ma non prive di alcuni rimandi anche alla scena melodic-death partorita e resa celebre sempre nelle medesime lande.

L'approccio progressivo e libero della band, pur sempre presente fra le trame qui intrecciate, viene messo al servizio di un brano spiccatamente incentrato su atmosfera e melodia, con momenti dal lirismo sinceramente toccante e incisivo,e ci permette di scoprire volti del mondo Morvigor che nella precedente traccia erano rimasti invece parzialmente celati, benchè sia evidente la continuità in termini di mood e personalità che la band è in grado di infondere alle proprie composizioni.

Dopo un breve interludio dominato da arpeggi puliti di chitarra a stagliarsi dapprima su malinconici suoni di pioggia e campane in lontananza e quindi sul più profondo silenzio giungiamo alla lunghissima BLOOD OF THE PELICAN, e mai titolo di un brano fu più calzante rispetto alle influenze che sembrano averlo generato.

Il suo inizio percussivo, dominato da riff tanto grevi quanto splendidamente evocativi, non può infatti non richiamare alla mente il post rock, ed in particolare lo stile evocativo e altamente descrittivo della band di Evanston, Illinois.

Il grandioso impatto atmosferico generato dallo splendido crescendo che contraddistingue la prima parte di questa composizione di ampio respiro trova splendidamente il modo di confluire in trame melodic- black metal ariose e pregne di emozione, contrassegnate (come accade spesso nell'intero album) da uno splendido lavoro di basso, splendido nel suo contrappuntare l'atmosfera generata dalle chitarre.

Il modo di portare dinamica alle composizioni tipico del post rock non abbandona i Morvigor nemmeno nel prosieguo del brano, splendido nel rendere i confini fra il black e il summenzionato genere più labili che mai e vero punto focale dell'intero full-lenght.

Un'autentica gemma per tutti gli ascoltatori più open-minded, graziata da un finale quasi punk-metal semplicemente travolgente.

Con VOICES ci troviamo di fronte a un nuovo interludio, composto unicamente da voci in lontananza e melliflui e pulsanti suoni di synth che piano piano si trasformano in disturbanti feedback elettrici pronti ad esplodere nella successiva title track TYRANT, brano decisamente più contenuto del precedente, benchè anche qui si sfori bellamente il muro degli otto minuti di durata.

Sono trame black&roll di stampo motorheadiano non lontane dai Carpathian Forest più slabbrati e sudici a contrassegnare l'inizio del pezzo, benchè la band non manchi di innervarne lo sviluppo con innesti maggiormente vicini alla quadratura ritmica del metal e a fraseggi più elegantemente progressivi.

Vocalizzi puliti ed evocativi ci rimandano nuovamente alla lezione degli Arcturus e dei Vintersorg, mentre il brano èrosegue in bilico fra tendenze maggiormente rockeggianti e furibondi assalti black metal (sempre caratterizzati da un abbondante uso della melodia) prima che uno stacco vertiginoso ci sprofondi nel vuoto e nel silenzio più assoluti.

Da questo silenzio, la band fa rinascere il brano sull'onda di splendidi arpeggi puliti e riverberati in odore di Pink Floyd, prima che sia di nuovo la brutalità deviata del black&roll a prendere possesso della composizione, a sua volta imbastardita con passaggi fieramente black e portata a termine sull'onda di splendidi intrecci melodici quasi funeral-doom e di un delicato fraseggio di pianoforte; pianoforte che sarà chiamato a chiudere definitivamente l'album quale dominatore unico dell'outro posta a suo suggello.

Si conclude così un album decisamente riuscito, ottimamente interpretato e registrato e in grado di donare più di qualche brivido lungo la schiena agli ascoltatori più smaliziati e dai gusti più trasversali che abbraccino tanto la musica più estrema quanto le derive più psichedeliche e dilatate del rock duro.

Se fate parte di questa categoria, date una chance a questo lavoro: potrebbe stupirvi. Promossi senza riserve.

  

Edoado Goi

80/100