20 GENNAIO 2019

Dalla lontana Louisiana si rifanno vivi i Mule Skinner, act death/grindcore che seppur attivi dal 1987, non hanno mai avuto una gran prolificità di uscite discografiche.

Escludendo il suddetto album che recensiro' oggi si contano solo un altro full-lenght nel lontano 1996 (Abuse) tramite Sludge Records, un paio di Ep e un demo del 1991; decisamente poco in trentadue anni di carriera.

Il quartetto ritorna con “Airstrike”, disco uscito per l'etichetta Torinese F.O.A.D. Records, e come chiaramente testimonia la loro copertina in bianco e nero di attacco (aereo) vero e proprio si tratta.

33 minuti di Grindcore che pesca qua' e la' dal death classico, dal punk più marcio e anche qualcosa di sludge, ed e' proprio questo potpourri che crea un album a suo modo “eterogeneo” (passatemi il termine), pur risultando innovativo pari a zero.

Sicuramente non era questo l'obiettivo dei Mule Skinner che gia' con la traccia d'apertura “Suicide Vest” danno pieno al gas al loro motore con sferzate grind, alternati in puro stile death anni 90 e mid tempos che quasi vanno a richiamare qualcosa dei Pantera, per poi chiudere nuovamente in grind.

E' tempo di title track, che prosegue per meta' pezzo l'incedere dell'opener per poi chiudere con un ottima slow part a chiudere il pezzo come nella successiva Bone & Debris; cosa noto e' che pur assomigliandosi nella struttura, i pezzi dei Mule Skinner riescono a non annoiare perche' i riff (seppur sentiti e risentiti) mantengono sempre un buon tiro grazie anche al buon lavoro della sezione ritmica fornitaci da Todd-pelli e Tony-basso.

Nella seconda parte dell'album un plauso particolare va a Among Sheep, Backbone e alla conclusiva Fuse che danno il colpo di grazia all'ascoltatore grazie a  parti che scatenano puro headbanging.

Concludendo, i ragazzi mettono a ferro e fuoco i timpani per tutta la durata dell'album, annichilendo ma con “sapienza”, data dai loro trentadue anni di attivita' ed esperienza nell'ambiente Grind ed affini; non mi resta che promuovere i ragazzi che provengono dalla culla del Jazz consigliandogli di non far arrivare il 2040 per il prossimo full-lenght.

 

Stefano Colosi

72/100