1 GENNAIO 2019

Sopravvissuti alla tragedia che li ha colpiti nel 2016 con la morte improvvisa del chitarrista chitarrista e principale compositore Piotr Grudzinski a causa di un arresto cardiaco, i RIVERSIDE trovano la forza di catalizzare il loro dolore attraverso la loro creatività, dando vita a questo WASTELAND, un lavoro che è molto di più che il nuovo album di una band, quanto la rappresentazione sonora di un percorso di elaborazione di un lutto sconvolgente, tanto più profondo in quando riguardante non solo una persona con la quale si è condiviso una parte del cammino sul sentiero della vita, quanto la perdita di un amico col quale si sono condivisi i sentimenti più intimi e personali, nell'ineguagliabile confronto di anime che è alla base di qualunque rapporto artistico fra individui.

Ecco allora che i tre membri rimasti (Mariusz Duda al basso, chitarra e voce, Piotr “Mitloff” Kozieradzki alla batteria e Michal Lapaj alle tastiere, aiutati da Maciej Meller e Mateusz Owczarek per quanto riguarda i soli di chitarra) trovano proprio nell'arte che condividevano col compagno di avventure scomparso la forza di uscire dal gorgo della disperazione e, al contempo, pagargli tributo nel modo più toccante e intenso possibile.

Che questo Wasteland sia un disco “superiore”, nei fini come nell'ispirazione che vi sta alla base, si avverte fin dai primi secondi dell'intro THE DAY AFTER, incentrato su una malinconica linea vocale e su cupe tastiere e archi di sottofondo.

Mai prima d'ora, infatti, i Riverside avevano saputo, anche solo con pochissimi elementi messi sul piatto, raggiungere una simile, immediata empatia ne una simile, profonda intensità, sicchè quando esplode la successiva ACID RAIN (divisa in due parti: Where are we now? e Dancing Ghosts) ci troviamo già completamente calati nel mood atmosferico dell'album che, nonostante le robuste parti elettriche che andranno a costellarlo, come accade all'inizio di questo brano, non perderà mai i suoi connotati di viaggio interiore sfumato di malinconia; composizioni in cui i connotati di “necessarietà” sono talmente spiccati da rendere l'esperienza di ascolto a sua volta un qualcosa di “altro” rispetto alla semplice fruizione artistica del loro contenuto, costringendo l'ascoltatore a intraprendere a sua volta il percorso catartico che caratterizza l'album in modo assolutamente personale, creando così un interplay fra musicisti e ascoltatore che è prerogativa solo delle più grandi opere d'arte.

Per raggiungere questo risultato, i Riverside sembrano aver voluto spogliare la propria musica da qualunque orpello inutile, andando dritti al punto delle loro composizioni in un modo che non si era mai sentito prima, nonostante le influenze della loro musica non sembrino affatto essere cambiate: rimandi ai Porcupine Tree più cupi, ai Pain Of Salvation più intimi e agli ultimi Katatonia si ravviseranno lungo l'intero album, ma il tutto risulterà amalgamato con un mood talmente personale da travalicare qualunque possibile influenza ravvisabile.

Riguardo a questo brano, esso si sviluppa su raffinate quanto rocciose geometrie prog-metal intrise di profonde atmosfere il cui lirismo si fa più che spiccato all'altezza del bellissimo, malinconico ritornello.

Colpisce fin da subito l'interpretazione carica di pathos da parte di tutti i musicisti coinvolti, dalla voce di Marius, abilissimo anche a districarsi alla chitarra, oltre che al basso, alle curatissime parti di tastiera, fino alle ottimamente concepite ed eseguite parti di batteria, il tutto perfettamente miscelato per creare un quadro d'insieme vividissimo e di grande impatto emotivo.

Il modo in cui, dopo un inizio tanto roccioso e incisivo, il brano si sviluppa, abbracciando coordinate più ariose e intime, è semplicemente da applausi;

Tastiere dai rimanti 70's, voci prima sussurrate e poi incastonate in splendide parti corali, chitarre intente a cesellare note pregne di sentimento, il tutto intrecciato in un suadente affresco a tinte prog; come inizio, non si sarebbe potuto chiedere di meglio.

E' nuovamente un riff prog moderno e cupo, con echi che rimandano addirittura al grunge oscuro e spigoloso dei migliori Alice In Chains, ad accoglierci sulla soglia della successiva VALE OF TEARS, brano in cui l'ariosità è demandata, stavolta, a stupende aperture acustiche all'altezza del bellissimo refrain.

Il groove del brano è pulsante e accattivante, splendidamente portato e in grado di creare un contrasto assolutamente riuscito e funzionale con le porzioni acustiche che caratterizzano la prima parte di questa stupenda composizione, prima che una parte centrale contrassegnata da uno splendido quanto incalzante crescendo traghetti il pezzo su lidi più pesanti e arcigni culminanti in nuovamente sentitissimo e splendido solo di chitarra, che uno splendido arrangiamento ricondurrà al refrain del brano, portandolo così a conclusione su delicate note di chitarra acustica.

La melodia posta all'inizio del brano successivo, intitolato GUARDIAN ANGEL, impregnata di splendidi sentori anni 70, mette semplicemente i brividi tanto è bella e toccante, e funge da splendida introduzione a una sentita ballata dai toni raccolti e crepuscolari, magistralmente interpretata da un Marius in autentico stato di grazia, piuttosto evidentemente intento a rivolgere le proprie domande verso l'insondabile vacuità silente nel disperato tentativo di ottenere risposte, o un qualche tipo di conforto, mediante le parole di un testo semplicemente toccante.

Uno dei brani più intimi ed emotivamente intensi dell'intero lavoro, senza alcun dubbio, cui il reiterarsi della melodia iniziale conferisce un pathos davvero commovente.

E' nuovamente la chitarra acustica ad accoglierci nella successiva LAMENT, splendido supporto per la voce sempre accorata di Marius, prima che un ritornello tanto arioso quanto malinconico, stavolta rafforzato da imperiose chitarre elettriche, giunga a dare spinta emotiva a un brano giocato su efficaci chiaroscuri di intensità e su splendidi arrangiamenti vocali, contrassegnato da arrangiamenti tanto semplici e privi di fronzoli quanto azzeccati per renderne al meglio la carica emotiva, veppiù accentuata da splendidi inserti di violino (affidati in questo album a Michal Jelonek) che, già presenti negli arrangiamenti dell'iniziale The Day After, andranno ad arricchire le parti più dense di pathos di questo lavoro con risultati semplicemente entusiasmanti.

Con THE STRUGGLE FOR SURVIVAL, anche questa divisa in due parti (Dystopya e Battle Royale), ci troviamo di fronte a una lunga traccia interamente strumentale in cui atmosfere dense e malinconiche condividono mirabilmente con un approccio strumentale decisamente progressivo dove, su una prima parte caratterizzata da uno splendido gioco di vuoti e pieni, sempre contrassegnati da una spiccata attenzione verso fraseggi melodici di gran gusto, si innesta un andamento meravigliosamente in crescendo culminante in una toccante parte finale acustica ed eterea, benchè non priva di tristi sentori; gli stessi sentori che andranno a costituire la base umorale della successiva RIVER DOWN BELOW, per chi scrive, apice emotivo assoluto dell'intero album che, introdotta da fraseggi quasi da ballata medioevale, si sviluppa poi su coordinate pop-prog non lontane dagli insegnamenti impartiti in tal senso dai migliori Porcupine Tree incentrate su ritmiche lineari e avvolgenti, chitarre acustiche dal trasporto emotivo immediato e linee vocali delicate e struggenti culminanti in un refrain degno di entrare nella storia della musica come uno dei più belli, incisivi e penetranti che mai siano stati concepiti (provare per credere).

Straordinario anche il solo di chitarra, splendida chiosa di un brano dall'intensità sconvolgente, destinato a conficcarsi nella mente dell'ascoltatore per non uscirne mai più. Un'autentica gemma.

Sono fraseggi di chitarra acustica e linee vocali dai rimandi quasi country ad aprire la successiva title track WASTELAND, altro brano dal lirismo spiccato, sia per quanto riguarda il comparto vocale che per quanto riguarda quello strumentale, contrassegnato da un inizio intimo, giostrato sulle coordinate poc'anzi citate, destinato a lasciare strada a porzioni prepotentemente prog-metal nel successivo dipanarsi del pezzo, per una sezione centrale interamente strumentale dal gusto compositivo spettacolare.

“Spettacolare” è anche la parola più adatta a descrivere anche la parte finale del brano, inaugurata da splendidi vocalizzi femminili che un crescendo ottimamente concepito fa confluire in una parte dapprima intrisa nuovamente di sentori incisivamente prog-metal e quindi di rimandi deliziosamente psichedelici che donano alla parte conclusiva di questa porzione finale un afflato non privo di un'anelata speranza, speranza che sembra pervadere l'agro-dolce brano finale, intitolato THE NIGHT BEFORE, pezzo in cui la band sembra trovare finalmente pace dai demoni di disperazione che l'avevano fin qui tormentata, pur senza rinnegare la malinconia impossibile da guarire legata al loro lutto, ma trovando nella consapevolezza dell'indissolubilità dei ricordi legati al tempo trascorso in compagnia dell'amico scomparso la forza per piangerne la morte celebrandone la vita.

Una delicata ballata per pianoforte e voce, struggente e delicato finale di un album dalle mille emozioni, splendido compendio di grande musica e profondissime riflessioni.

Un album che riconcilia col significato più intimo e al contempo imprescindibile dell'arte: quello di permettere a chi la crea di scandagliare le profondità più recondite del proprio animo, per estrarne e distillarne i riflessi più sinceri, nel tentativo primario di rivelarli a se stessi e in quello secondario, ma non per questo meno importante, di permettere agli eventuali fruitori di lasciarsi guidare nel medesimo percorso di catarsi e liberazione.

Una vera gemma, da non lasciarsi sfuggire per nulla al mondo. Musica per l'anima.

 

Edoardo Goi

100/100