18 FEBBRAIO 2019

Vi è mai capitato di andare a un concerto per un headliner di nome e poi restare annichiliti da gruppo spalla, che magari avevate a malapena sentito nominare?

A me è successo poche settimane fa con i californiani (ma dalle evidenti origini latine) SKELETAL REMAINS, visti a supporto degli storici Terrorizer in un piccolo club del Veneto nella loro recente calata italiana.

Me ne stavo lì bello tranquillo a chiacchierare con altri spettatori davanti al palco durante la pausa tecnica fra questi gaglioffi e il gruppo precedente senza aspettative eccessive quando ecco salire sul palco questi quattro musicisti lungocriniti e dai lineamenti smaccatamente sudamericani e attaccare col più grandioso old-school death metal che chi scrive abbia sentito dai tempi dei grandi classici del genere datati primi anni 90, suonato con tecnica e ferocia da vendere e concretizzato in pezzi dalla scrittura sopraffina.

Dopo essere riuscito a riavermi a fatica dalla mazzata tremenda e inaspettata infertami dalla band on-stage, avvicinatomi quasi strisciando sui gomiti al banchetto del merch, sono venuto a conoscenza del fatto che la band stava promuovendo durante quel tour il suo terzo lavoro, uscito nel corso del 2018 e intitolato DEVOURING MORTALITY (lavoro pubblicato sotto l'egida della Dark Descent Records in America, mentre per l'Europa il disco è stato licenziato dal colosso Century Media, e mixato ai celeberrimi Unisound Studios dal guru Dan Swano), come-back clamoroso dopo i due pur ottimi (come avrei scoperto una volta accaparratomi all'istante l'intera discografia di questi straordinari deathsters americani) Condemned To Misery del 2015 e Beyond The Flesh del 2012.

Forti di una line-up consolidata attorno ai nomi di Chris Monroy (chitarra e voce), Adrian Obregon (chitarra), Adrius Marquez (basso) e Johnny Valles (batteria, quest'ultimo entrato nella band nel corso del 2017 e fuoriuscito dopo la pubblicazione dell'album, sostituito dall'attuale batterista Charlie Koryn), i nostri hanno sfornato un capolavoro che non solo, come già precedentemente espresso, segna un passo in avanti eclatante rispetto alla loro pur validissima produzione precedente, ma che addirittura si dimostra in grado di stagliarsi come nuova pietra di paragone per tutte le uscite di old-school death metal a venire, trovandosi fra questi solchi la stessa qualità e la stessa forza d'urto che ha reso grandi classici del death metal le pietre miliari che sono.

Dichiarazioni sicuramente altisonanti e impegnative, che gli ascolti ripetuti di questo album straordinario non hanno fatto però che corroborare, spingendo chi scrive a sbilanciarsi in modo tanto netto quanto convinto:

questo è il più grande album death metal uscito nel nuovo millennio;

un risultato raggiunto semplicemente prendendo il meglio del meglio deal death metal americano degli anni 90 (dallo stile brutale ma tagliente dei Death dei primi tre album, dei Deicide, degli Obituary e dei primi Cannibal Corpse alla brutalità cupa e infernale di Incantation, Immolation e Autopsy),senza disdegnare alcune puntate in territorio europeo (Pestilence e Asphyx su tutti, ma anche alcune cose dei primissimi Entombed e Dismember, nei loro momenti più scellerati), e riproponendo il tutto con una verve compositiva talmente spiccata da rendere il risultato, a conti fatti, estremamente personale e riconoscibile, nonostante la band non faccia assolutamente nulla per mascherare le proprie influenze.

Ma andiamo ad analizzare l'album nel dettaglio, trasportati nel giusto mood dallo splendido artwork di copertina curato dallo storico artista Dan Seagrave (autore di copertine storiche per Entombed, Dismember, Suffocation, Obituary e chi più ne ha più ne metta: davvero un artista che non ha bisogno di presentazioni).

A spalancarci le porte di questo inferno sonoro ci pensa la massiccia RIPPEROLOGY, mid tempo thrashy il cui riff iniziale ricorda una versione brutalizzata e marcia dei Destruction di Curse The Gods, mentre l'attacco della strofa non può non ricordare i Death del periodo Leprosy, con evidenti rimandi a quella Pull The Plug che tanto ha segnato la storia del death metal mondiale anche in virtù dello stile vocale adottato, ideale crocevia fra quello di Chuck Schuldiner, quello di Martin Van Drunen (Asphyx, primi Pestilence) e John Tardy (Obituary).

Balza subito all'attenzione la produzione dell'album, brutale, marcia ma anche definita e tagliente, semplicemente perfetta nell'attualizzare il tipico sound 90's cui la band si rifà rendendolo al passo con i tempi ma senza perdere nessuna delle caratteristiche che lo hanno reso immortale.

Lo splendido stacco centrale ci rimanda agli Obituary più groovosi e pesanti, mentre la coda dello stesso, liquida e flangerata, ci riporta in territorio Death, prima che siano di nuovo gli umori iniziali a re-impossessarsi del brano, portandolo alla sua conclusione.

Un inizio spettacolare.

L'attacco della successiva SEISMIC ABYSS è di quelli da stramazzare al suolo; un riff vertiginoso e cupo di pura scuola Immolation/Incantation adagiato su un blast beat annichilente, e il massacro è servito.

Il successivo riffing, nuovamente vicino allo stile dei primi Death, e il seguente sviluppo dai connotati ritmici più variegati e dal riffing via via più tecnico in odore di Pestilence sono da urlo, e palesano una delle caratteristiche più importanti della scrittura dei nostri, cioè l'attenzione maniacale per ciò che riguarda la costruzione dei riff, tutti efficacissimi e definiti, estremamente “catchy” (nel senso “death metal” del termine) e funzionali; una vera goduria.

Grande attenzione viene posta anche al modo in cui questi riff splendidi vanno a incastrarsi insieme, con arrangiamenti assolutamente perfetti e dal dinamismo spiccato costruiti su un'intelaiatura ritmica variegata e potentissima, tanto curata quanto incisiva, e su uno sviluppo generale dei brani che privilegia la creazione di autentiche “canzoni” rispetto alla brutalità fine a se stessa, con risultati a dir poco entusiasmanti, proprio come accede nel pezzo in esame.

Tecnica, brutalità e grandi canzoni: cosa chiedere di più a un disco di death metal?

Lo splendido riff circolare chiamato ad aprire la successiva CATASTROPHIC RETRIBUTION rimanda al lavoro dei Deicide meno parossistici e dei primi Cannibal Corpse, prima che la brutalità più efferata prenda possesso del brano con un assalto devastante in odore di di Immolation/Suffocation.

Il pezzo si presenta da subito estremamente dinamico, giocato com'è tra sfuriate annichilenti e splendidi rallentamenti figli degli Obituary quanto dei Death, e raggiunge un climax pazzesco nella grandiosa parte centrale, rallentata e splendidamente armonizzata, rimembrante tanto la lezione dei maestri Autopsy quanto quella degli altrettanto storici olandesi Asphyx e dei più recenti Hail Of Bullets, tutti autentici assi nel portare atmosfere marce ed evocative all'interno di costrutti puramente death metal.

Verrebbe da dire che ci troviamo di fronte a uno degli highlights assoluti del disco, non fosse per il fatto che questo album è fondamentalmente tutto composto da highlights, e la parola “filler” ne è bandita.

La successiva DEVOURING MORTALITY paga ancora pegno ai migliori Incantation nel suo cupo riff iniziale, mentre alla lezione dei Death e dei Pestilence si deve il successivo sviluppo dinamico del pezzo.

E' questo un brano che mette davvero in difficoltà chi scrive nel voler trovare dei riferimenti chiari a gruppi universalmente conosciuti nel tentativo di dare al lettore un'idea il più possibile fedele rispetto a ciò che si sta ascoltando e descrivendo, in quanto il modo in cui la band mescola le sue mille influenze per distillare il suo sound peculiare raggiunge qui dei livelli talmente densi e sfaccettati dal rendere l'impresa impossibile, senza ridursi a uno sterile elenco di band e archetipi sonori.

Ciò che si può invece dire senza possibilità di errore ho smentita è che, in brani come questo, il dinamismo messo in campo dagli Skeletal Remains raggiunge vette destinate solo ai grandissimi del genere, il tutto aiutato da un lavoro alla chitarra solista che, qui come nel resto dell'album, risulta capace di valorizzare l'intero pezzo grazie a una cura posta nella costruzione delle parti e del modo in cui queste vanno a interagire con il fluire del brano a dir poco certosina, in virtù di un approccio melodico mai ridondante che molto deve alla lezione del compianto Chuck Schuldiner in termini di resa atmosferica e di tecnica messa al servizio del pathos e dell'emozione pura.

E' proprio questo a fare tutta la differenza del mondo:

il pathos e la pura emozione, benchè virate in un senso death metal delle stesse, è qui di tale livello da rendere ogni istante di questo album e di queste canzoni semplicemente esaltante ed entusiasmante, elevando questo album fra le migliaia di uscite dallo spirito “retrò” che si sono succedute negli anni, ponendo gli Skeletal Remains fra i leader del genere, e affrancandoli completamente dal ruolo di semplici “followers”.

E' un fraseggio di chitarra tetro e desolante a introdurci alla successiva TORTURE LABYRINTH, brano dall'approccio ritmico sicuramente meno parossistico rispetto ai brani precedenti, ma non per questo meno brutale o annichilente.

Il vivace e brioso mid-tempo su cui è costruita la strofa, infatti, non ammette repliche in quanto a presa e incisività, così come le splendide tessiture melodiche e atmosferiche dai connotati cupi e inquietanti di cui il brano è costellato, e il fatto di non puntare tutto sulla brutalità esecutiva permette in questo frangente alla band di dimostrare la sua capacità di risultare efficace e perfettamente centrata anche su pezzi dall'approccio meno fisico e più ragionato come questo, vincendo su tutta la linea.

Piazzata dopo un brano dalle summenzionate caratteristiche, la torrenziale GROTESQUE CREATION risulta ancora più devastante, con la sua commistione di riff quasi swedish, partiture spietate e opprimenti alla Immolation e aperture più melodiche e tecniche che rimandano tanto ai Death di Spiritual Healing quanto ai Pestilence del periodo che va da Consuming Impulse fino a Spheres, per uno dei brani più dinamici e al contempo catchy dell'intero lotto.

In un crescendo rossiniano di pathos puramente death metal, si viene poi travolti dal riffing irresistibile della successiva PARASITIC HORRORS, ideale ibrido fra i Cannibal Corpse di The Bleeding e gli Incantation dello splendido Vanquish In Vengeance, con i Suffocation di Pierced From Within a fare da splendido collante fra le parti.

Il brano non concede un attimo di respiro, e tutti i pezzi del puzzle si incastrano in modo talmente perfetto da lasciare davvero senza parole.

Si fa sempre più largo, giunti a questo punto dell'album, di trovarsi davvero di fronte a un'opera dalla portata clamorosa, tale è il livello crescente di entusiasmo che ogni singolo brano della scaletta riesce a generare e implementare.

Non fa eccezione la successiva, minacciosa, MORTAL DECIMATION, pezzo dall'incedere più massiccio e calibrato, benchè non priva di brucianti accelerazioni debitrici dei Death più efferati che rallentamenti pachidermici, che molto devono alla lezione degli Obituary, rendono ancora più devastanti, per un brano dal dinamismo spiccato, reso assolutamente spettacolare da un lavoro nuovamente perfetto per quanto riguarda i fraseggi solisti, capaci di rendere l'atmosfera del pezzo ancora più densa e ricca di pathos claustrofobico e mortifero.

Dopo un breve interludio intitolato LIFELESS MANIFESTATION veniamo scaraventati nella debordante e groovosa REANIMATING PATHOGEN che, con i suoi stacchi thrashy e le sue avvincenti, malefiche, armonizzazioni ci trascina in un gorgo horrorifico senza scampo, costruito attorno a una struttura nuovamente cangiante e variegata, come da tradizione per la band californiana, splendidamente sviluppata in crescendo, per un altro brano straordinario.

Ultimo brano originale dell'album, INTERNAL DETESTATION picchia fin da subito durissimo con una ricetta a base di riff annichilenti e blast-beat devastanti, quasi a voler infierire sul malcapitato ascoltatore già tramortito dai brani precedenti.

La strofa, slabbrata e brutale all'inverosimile, ricorda, anche in virtù dell'impostazione vocale, gli Asphyx più maligni e torrenziali;

un vero turbine di death metal ferale e spietato , la cui intensità è destinata a rimanere immutata lungo l'intera durata del pezzo, fatta salva la porzione finale, meno furibonda e costruita attorno a un assolo ancora una volta molto melodico, splendido suggello di una track-list che non ammette cedimenti di sorta.

A concludere l'album troviamo una splendida, sentita e piuttosto fedele cover dell'intramontabile classico dei Cancer HUNG, DRAWN AND QUARTERED, resa in modo molto simile all'originale quale sentito tributo a una scena cui i nostri si sentono senza dubbio estremamente legati, oltre che debitori.

Si chiude così un album travolgente, che manderà in sollucchero gli amanti del death metal “vecchia scuola” per il semplice motivo che qui dentro c'è TUTTA la “vecchia scuola”, filtrata attraverso le doti compositive e la sensibilità artistica di una band che non ha paura di risultare datata o derivativa proprio in virtù delle proprie capacità di scrivere musica senza tempo, dove l'unica cosa che conta sono le canzoni, la capacità di trasmettere emozioni con ogni singola plettrata sulla chitarra e con ogni singolo colpo di batteria o rantolo al microfono e la palese sincerità con cui si propone la propria visione musicale.

E' proprio questo, a mio avviso, l'unico modo di risultare “originali” in un mondo musicale in cui si è ormai sentito tutto:

la capacità di fare sentire la propria “voce” unica mettendo la passione e l'amore viscerale verso ciò che si compone e si suona al centro del progetto, senza calcoli e senza la necessità di voler sembrare “originali” a tutti i costi e cercando, con l'esperienza, di avvicinarsi sempre di più all'essenza più pura della propria ispirazione.

In questo, gli Skeletal Remains hanno impartito, con questo ultimo Devouring Mortality, una lezione clamorosa all'intera scena death metal, e non solo.

Questo album è una vera perla.

Se amate a musica brutale suonata col cuore, non potete assolutamente perdervelo.

Capolavoro.

 

 Edoardo Goi

100/100