10 MARZO 2019

Dalla Turchia arriva questo composto sulfureo, che si presenta con una copertina malefica piena di simboli e un carico di rabbia e di citazioni sonore importanti. Erdem Capar (voce) Burak Ozguney (basso) Levent Ersoy (chitarra) e Emre Sahin (batteria) danno seguito al loro primo ep “Four songs About Dystopia, Satan, Ghouls & Marilyn Monroe” con queste ulteriori “4 canzoni”, che mischiano uno stoner rock paludoso, ad un doom cupo e di Sabbathiana radice. I ragazzi di Istanbul attingono qua e là e la loro musica ci richiama i Kyuss, i Down, i Cathedral e questo crossover che loro stessi definiscono doom’n’roll non può esulare il paragone con la storica band britannica degli Electric Wizard. L’opener “Heaven Prison” si presenta subito con un riffone in pieno Iommi style, lento, cadenzato e contaminato di quella sporcizia southern rock a stelle e strisce, dandoci già l’idea dello stile della band e delle sue radici. La voce di Erdem urla con rabbia e mi ha fatto sorridere immaginarla a dare il buongiornio alla vecchia Anatolia da un minareto. Delirii… L’Ep prosegue con “Sertkaya”, cupa, ossessiva, ripetitiva, rotta solo dal cambio di ritmo centrale e dall’ assolo finale. Piacevole da ascoltare, ma impregnata di aura di “già sentito”. Sulla stessa falsa riga e senza che ci si presentino variabili sul tema prosegue “Sold your Soul”, chitarra un’ottava sotto, basso potente e compulsivo, batteria a metronomo mai invadente e chitarra grezza, uscita da qualche angolo sperduto e melmoso della Cappadocia, questa con i suoi 8 minuti è la traccia più lunga dell’ Ep ed è anche quella più doom. L’accelerazione finale non è purtroppo indimenticabile. Il finale è nelle note di “Die Like John Entwistle”, pezzo più ritmato, quasi punkeggiante, con il ritornello “die.. die…” di facile assimilazione ripetuto più volte. Il brano si scosta stilisticamente dai precedenti, con una struttura più variabile, un assolo più di impatto  e cambi di ritmo gradevoli e precisi. Per questo, il brano dedicato allo storico bassista degli Who e alla sua morte da rockstar piena di eccessi alla fine sembra la parte più convincente del lavoro di questi ragazzi turchi. Il risultato complessivo nell’insieme è piacevole, si lascia ascoltare volentieri e non sarebbe corretto bocciarlo. Cosa manca? Originalità, un marchio di fabbrica, lo zolfo presente solo nel nome della band. Ci aspettiamo un passo avanti nelle prossime “4 Songs about….”

 

Matteo “ThunderHead” Gobbi

65/100