Recensione a cura di

 

Edoardo Goi

 

Mettetevi comodi. Silenziate la suoneria del cellulare, aprite la vostra birra preferita e sprimacciate ben bene i cuscini, perché qui ci vorrà un po' di tempo. Non sarà ne facile ne breve, infatti, analizzare il nuovo lavoro della band statunitense capitanata da Jake Dreyer, intitolato  CURSE OF AUTUMN e pubblicato a tre anni di distanza dal precedente, fortunato, “A Prelude To Sorrow”. Balzati agli onori della cronaca tanto per la militanza del buon Jake negli Iced Earth e nella formazione live dei Demons And Wizards (entrambe abbandonate dopo gli ormai celebri fatti che hanno visto coinvolto il chitarrista Jon Schaffer in quel di Washington) quanto per quella del cantante Joseph Michael in seno agli storici Sanctuary, dove ha preso il posto del compianto Warrel Dane, i WITHERFALL hanno dimostrato, con “A Prelude...” di saper camminare benissimo sulle proprie gambe, confermando e, anzi, maturando quanto di buono fatto ascoltare nel debutto “Nocturnes And Requiems” del 2017. La morte del batterista fondatore Adam Sagan, avvenuta durante la produzione di “A Prelude...”, aveva giocoforza ammantato quell'album di un'aura più tetra e disperata, portando la musica dei Witherfall in una direzione più umorale e densa rispetto a quella più aggressiva e tecnicamente “spinta” del debutto (che comunque non lesinava, in quanto ad atmosfere notturne e introspettive), conferendo alla musica dei nostri una profondità e una varietà di spunti di livello assoluto, che aveva portato l'album in vetta alle preferenze annuali di molti fan e addetti ai lavori. C'era parecchio timore che la militanza dei due membri succitati in seno a formazioni così importanti potesse rallentare (oltre che influenzare stilisticamente) il percorso della band, e la scelta di affidare parte della produzione proprio a Jon Schaffer (affiancato proprio da Jake e Joseph,e con i fratelli Jim e Tom Morris al suono, mix e mastering) sembrava suffragare i suddetti timori, diventati concreti alla pubblicazione del primo estratto dal nuovo lavoro, “The Last Scar” (che si sarebbe poi rivelata essere l'opener “de facto” del disco). Chi scrive fa parte della schiera dei fan che storsero un po' il naso, ascoltando per la prima volta quel brano: troppi i punti di contatto con la band della Terra Ghiacciata (soprattutto quella degli ultimi lavori), per un brano aggressivo e power-thrash fino al midollo che vedeva la band accantonare in modo piuttosto netto (anche se non completo) le atmosfere crepuscolari che ne avevano contraddistinto la più recente evoluzione in favore di un approccio più diretto e “in-your-face”, nonché la componente più puramente prog della loro proposta. In realtà, e lo scrivo mentre mi cospargo il capo di cenere, ciò che si sarebbe dovuto cogliere era solo la volontà della band di evolvere ulteriormente il proprio sound verso un bilanciamento più marcato fra le pulsioni prog e quelle più impattanti e umorali, accompagnando il tutto con uno step decisivo dal punto di vista degli arrangiamenti, in modo da rendere ogni singola parte, oltre che bellissima, anche funzionale al continuum della composizione. Ci troviamo, infatti, di fronte a quello che è, a conti fatti, l'album più vario, progressivo e strumentalmente impegnativo fra quelli prodotti dalla band californiana, ma anche a quello più fluido, passionale e catchy. Splendidamente introdotto dall'ennesimo grande artwork realizzato da Kristian “Necrolord” Wahlin per la band (e sono quattro su quattro, essendosi l'artista occupato anche della copertina dell'ep “Vintage” del 2019), capace di trasmettere fin da subito il rinnovato mood in seno alla musica della band grazie a toni rosso e arancio che, senza rinunciare minimamente a trasmetterne l'animo profondamente malinconico e introspettivo, ne palesano altresì l'attuale spiccata passionalità, l'album (prodotto nuovamente da Century Media) si apre sulle avvolgenti note acustiche dell'intro DELIVER US INTO THE ARMS OF ETERNAL SILENCE, che lasciano ben presto spazio a chitarre elettriche tratteggianti vorticose quanto ammalianti trame (supportate, soprattutto nella parte acustica, da un basso liquido assolutamente delizioso) che fanno subito capire come la band (completata, oltre che dai già citati Joseph Michael alla voce e tastiere e Jake Dreyer alle chitarre elettriche ed acustiche, da Anthony Crawford al basso, dal celebre Marco Minnemann alla batteria e da James “Timbali” Cornwell alle percussioni) abbia intenzione di recuperare l'indole estremamente tecnica (dal punto di vista dell'esecuzione) che permeava il debutto “Nocturnes...” e che era stata parzialmente messa da parte nel più umorale follow up “A Prelude...”. Volontà che trova la sua massima conferma allorché la già citata THE LAST SCAR esplode dalle casse in tutta la sua carica distruttrice, guidata dal riffing impetuoso e ricco di un Dreyer in grande spolvero e da una sezione ritmica chirurgica quanto estrosa, il tutto a fornire un tappeto di rara intensità per l'interpretazione, al solito, magnifica di un Joseph Michael in forma smagliante. Non stupisce minimamente che il cantante sia stato scelto per rimpiazzare un autentico fuoriclasse dell'interpretazione vocale come Warrel Dane in seno ai Sanctuary; è infatti strepitoso il modo in cui riesce a coniugare la ferocia di uno screamer di razza e una naturale propensione alla profondità umorale (connubio che aveva reso inconfondibile l'operato del compianto ex singer di Nevermore e Sanctuary, autentico prime mover di uno stile che avrebbe generato una marea di seguaci, a partire dalla seconda metà degli anni 90) in modo decisamente incisivo e personale (fatte salve alcune, inevitabili, assonanze). Un'altra cosa che l'esperienza in seno agli storici metallers statunitensi sembra aver portato in dote al singer è una rinnovata capacità di creare linee vocali estremamente calibrate e catchy, capaci di valorizzare il costrutto sonoro sul quale si snodano stampandosi immediatamente nella mente dell'ascoltatore tanto nelle strofe quanto nei sempre riuscitissimi refrain. In questo brano in particolare, a una strofa più aggressiva che mai, fa da contraltare un refrain quantomai quadrato, corale e avvolgente, portatore di una grandeur drammatica notevole e innervato da abrasive parti growl che suggellano in modo decisamente efficace un brano che fa dell'impatto e dell'oscura irruenza i suoi incontrovertibili punti di forza (da manuale il cambio centrale del brano,col suo riffing quadrato e inesorabile, così come la ricchezza di soluzioni e situazioni sonore che la band sciorina con una naturalezza e una coerenza di fondo rimarchevoli). Un brano che, come si diceva, trova la sua massima espressione proprio grazie al modo in cui viene inserito all'interno dell'opera. Che la band non si accontenti di adagiarsi su un pirotecnico power-thrash d'alta scuola si palesa infatti fin da subito con la splendida AS I LIE AWAKE (cui spetta la palma del chorus più riuscito e catchy dell'intero album), aperta da splendide trame intrecciate di chitarra, basso e batteria dai connotati quasi rock-fusion, prima che l'indole più “american power metal” dei nostri prenda le redini del pezzo (con un riffing che ricorda non poco gli immancabili Iced Earth, ma innervati da porzioni arpeggiate e da svisate shred che sono senza dubbio il tratto distintivo peculiare del modo in cui i Witherfall interpretano il genere) sull'onda di un up tempo tanto incisivo quanto brioso che sfocia in un bridge e in un refrain assolutamente da antologia, che ammorberà la mente degli ascoltatori per lungo tempo, con un Joseph Michael nuovamente sugli scudi per pathos e scelta delle linee. Il buon Jake Dreyer si dimostra perfettamente a suo agio sia quando si tratta di sfornare i suoi classici riff intarsiati da infiniti preziosismi tecnici, sia quando si tratta di lanciarsi in assoli sempre molto incisivi, tanto tecnicamente probanti e ineccepibili quanto melodicamente e atmosfericamente curati, capaci di arricchire (qui come negli altri brani dell'album) le composizioni senza suonare mai esagerati o fuori luogo. In questo brano in particolare, il solo punta molto sulla melodia, aggiungendo una marcia in più a un pezzo che fa dell'intensità emotiva il proprio vessillo, pur senza rinunciare a un notevole impatto di fondo. Trascinante ed emozionante come non mai, degno di entrare nella categoria dei migliori “sing along” metal di sempre. Con la successiva ANOTHER FACE ci si addentra in territori ancora più introspettivi e crepuscolari, grazie a un andamento da classica power-ballad reso più impattante che mai dalla capacità della band di generare atmosfere dense e implacabili, pur senza rinunciare a innervare il tutto con melodie sempre calibratissime e incisive. La gestione delle voci raggiunge picchi di intensità assoluti, passando da cori finemente sfaccettati a esplosioni acidissime e ferali (inutile dire di chi sia lo spettro che aleggia in questi frangenti, avendolo già nominato più e più volte nel corso di questa disamina), mentre straordinaria suona la prova di tutti i musicisti, che dimostrano qui tutta la loro bravura nel gestire in modo impeccabile le dinamiche di un brano che, messo parzialmente da parte il lato più irruento dei nostri, ne valorizza invece l'animo più intimista e delicatamente progressivo. Bravura che raggiunge vette assolute nella successiva TEMPEST, autentico affresco sonoro in cui i nostri mettono in campo tutte le loro capacità e la loro palette stilistica per dare vita a un gioiello di progressive metal malinconico e accorato, in cui lo spettro degli Opeth che furono viene rivisitato in salsa power-prog con risultati a dir poco entusiasmanti. E' pazzesca la quantità di spunti che la band riesce a inserire negli otto minuti abbondanti di durata di questa composizione, ma ancora più pazzesca è l'assoluta coerenza di fondo che il brano riesce a mantenere dall'inizio alla fine, restando costantemente evocativo, emozionante e catchy nonostante si passi nel volgere di pochi secondi da porzioni dallo spiccato afflato dark-prog ad altre dominate da un riffing roccioso e quadratissimo, da parti quasi flamencate ad altre quasi gothic-doom con parziali sconfinamenti melodic-death (non mancano nemmeno folate di voci growl). La prestazione dei singoli musicisti è semplicemente clamorosa (da standing ovation assoluta la parte centrale, deliziosamente progressiva) e va a incorniciare in modo definitivo uno degli highlight assoluti dell'intero lavoro, lasciando l'ascoltatore letteralmente stordito di fronte a una tale profusione di classe. La breve e quasi totalmente acustica title track  CURSE OF AUTUMN giunge quasi come un salvifico interludio per permettere all'ascoltatore di riprendersi dopo una simile scarica emotiva, ma c'è ben poco tempo per ritemprarsi, visto che ben presto l'incontenibile power-prog venato di thrash e neoclassicismi vari della strumentale THE UNYELDING GRIP OF EACH PASSING DAY eplode in tutta la sua intensità, aprendo idealmente la seconda parte dell'album e fungendo da perfetto apripista per la furibonda THE OTHER SIDE OF FEAR. Si tratta di un brano dal tiro power-thrash inverecondo, che sfocia spesso in momenti estremi tout-court, pur senza rinunciare ad aperture più melodiche e groovy in cui la voce di Joseph può lasciarsi andare a porzioni più ariose ed epiche, mentre le strofe sono all'insegna dell'aggressione, con momenti davvero al vetriolo, in quanto a acidità espressiva. Quasi straniante la porzione centrale, contrassegnata da un growl molto espressivo e da un uso spiazzante e psicotico degli effetti, specchio fedele di come la band non rinunci ad arricchire di soluzioni interessanti e variegate anche quelle che, a conti fatti, è il brano più violento e intransigente dell'intero lotto. A fare da contraltare a un simile concentrato di aggressione sonora, ecco giungere l'intensa power ballad THE RIVER, brano dedicato allo scomparso padre del cantante Joseph che qui si lancia (comprensibilmente) in una delle sue interpretazioni più accorate e sentite, autentico punto di forza di una composizione decisamente lineare e intimista, graziata altresì da parti soliste di gran pregio. A chiudere l'album, come spesso accade quando si parla di album dalla spiccata vena progressiva, ecco giungere la suite … AND THEY ALL BLEW AWAY, quindici minuti e mezzo in cui la band da fondo a tutto il suo bagaglio tecnico e stilistico per dare vita a un ideale compendio dell'intera opera, con risultati (manco a dirlo) assolutamente entusiasmanti. La presenza di questo brano è il motivo per il quale l'entusiasmo palesato nella disamina della succitata “Tempest” non ha portato all'elezione di quella composizione quale migliore in assoluto del lotto; ciò che, infatti, caratterizzava quel pezzo viene qui ampliato ed esposto all'ennesima potenza sull'onda di un prog metal profondo e ispiratissimo, capace di suonare classico e moderno allo stesso tempo, il tutto ammantato da un flusso emotivo costante e magistralmente gestito, capace di dipanarsi sul profluvio di riff e soluzioni messo in campo dalla band con una sensazione di crescendo a di poco entusiasmante, coadiuvato da un utilizzo intelligentissimo di hook melodici e atmosferici di gran classe. Un autentico viaggio in musica, capace di evocare immagini vividissime nell'immaginario dell'ascoltatore a dispetto di uno sviluppo strutturale decisamente intricato e cesellato (alcune parti, quelle dove il basso assume di nuovo i deliziosi toni liquidi già sentiti nel corso del disco, ricordano addirittura i momenti più ricercati dei magnifici Control Denied del mai abbastanza celebrato Chuck Schuldiner), capace altresì di rimarcare in modo completo la cifra stilistica di una band che sembra aver fatto un passo decisivo nella scalata al gotha delle grandi band prog metal di tutti i tempi. Ed è senza dubbio in quella direzione che un album di tale spessore (chiuso dalla bella cover acustica di LONG TIME dei Boston) può spingere i Witherfall, se supportati in modo adeguato da un pubblico (forse) fin troppo abituato all'usa e getta per riuscire a dedicare il giusto tempo e la giusta considerazione a un'opera così profonda e sfaccettata. Per quanto mi riguarda, recitando ancora una volta il mea culpa per le impressioni errate ricavata dalle prime preview dell'album, non vedo l'ora di fare “play” ancora e ancora, per godermi ogni singola cesellatura di quello che rischia di essere uno dei classici moderni del genere, candidato fin da subito a possibile disco dell'anno e passibile di poter vantare un notevole peso storico, nel futuro. Da ascoltare, amare e interiorizzare . Monumentale.

 

95/100


24 DICEMBRE 2018

E' impossibile intraprendere questa recensione senza soffermarsi un attimo sulla figura di Warrell Dane, storico frontman di Nevermore e Sanctuary, (scomparso il 13 dicembre del 2017 a causa di un arresto cardiaco all'età di 56 anni mentre si trovava in Brasile, intento alla registrazione del suo nuovo album solista), vuoi perchè il cantante dei presenti WITHERFALL, Joseph Michael, è stato scelto da Lenny Rutledge per prendere proprio il posto del compianto Warrell dietro il microfono dei Sanctuary, vuoi perchè il suo spirito, come accadeva anche nel precedente platter della band, il debutto Nocturnes And Requiems, datato 2017, aleggia in modo palpabile lungo l'intero dipanarsi di questo nuovo A PRELUDE TO SORROW, album che, allo stesso modo del debut citato poc'anzi, palesa peraltro più di qualche frangente abbastanza evidentemente ispirato all'operato delle band capitanate in passato dal cantante di Seattle; va però rimarcato con decisione il netto passo in avanti fatto dal gruppo rispetto all'album di debutto: se è vero infatti che l'influenza di Sanctuary e Nevermore è palese ora come allora, così come quella di altri grossi nomi della moderna scena power-prog metal come Symphony X, Communic, Riverside e Opeth (quelli del periodo “pre-svolta” 70's), è altresì lampante come i Witherfall, nel breve volgere di un anno e dopo essere passati attraverso la tragedia della scomparsa del loro precedente batterista (Adam Sagan, morto a causa di un linfoma nel 2016, cui il nuovo album è dedicato) siano riusciti a sviluppare una personalità solidissima e accattivante, in grado di rendere allo stesso tempo omaggio ai propri numi tutelari e di spingere le quotazioni del gruppo, nonché il suo nome, ai vertici della odierna scena metal mondiale.

La miscela sonora a base del power metal più cupo e moderno (nell'accezione americana del termine; quella, tanto per capirci, portata alla ribalta, fra gli altri, dai già citati Sanctuary e poi perfezionata e attualizzata dai Nevermore, benchè su questo album la band abbia optato per un approccio al riffing sicuramente molto tecnico, memore della lezione del buon Jeff Loomis, ma abbinata a un tiro dal flavour deciamente più classico) e rimandi progressivi di gran gusto, ormai trademark consolidato della scrittura della band californiana, trova qui modo di splendere di luce propria, dando vita a un album solidissimo, variegato e perfettamente bilanciato fra rimandi alla storia del genere e aneliti decisamente attuali in grado di rifuggire ogni possibile accusa di anacronismo senza per questo dover rinunciare ai saporiti ingredienti che hanno permesso a questo genere di iscriversi a lettere di fuoco nel libro mastro della storia dell'heavy metal.

Se a questo aggiungiamo la capacità della band di permeare il tutto in atmosfere splendidamente drammatiche,malinconiche e dense, senza mai indulgere peraltro in frangenti eccessivamente tronfi o ridondanti, capirete che ci troviamo di fronte a un album in grado di donare più di un brivido lungo la schiena, oltre che di risultare interessante e ricco di spunti su più livelli; album costruito su composizioni tutte mediamente lunghe, ricche di cambi di tempo e di intensità sonora ed emotiva, tecnicamente e concettualmente impegnative benché piuttosto fluide nel loro svolgersi e contraddistinte da un impatto e un'incisività davvero notevoli, oltre che atmosfericamente molto coinvolgenti, grazie all'abilità palesata dalla band di saper gestire al meglio l'arrangiamento di brani così corposi e complessi senza perdere mai il filo della composizione ne il suo punto focale, partorendo così pezzi tanto articolati quanto godibili ed entusiasmanti.

Costruiti attorno al nucleo compositivo storico, costituito dal chitarrista Jake Dreyer (noto per la sua militanza in seno ai big Iced Earth, oltre che per aver suonato in passato con Kobra And The Lotus e White Wizzard) e dal già citato cantante Joseph Michael (compagno di scorribande con Dreyer proprio nei White Wizzard, qui impegnato anche in veste di tastierista) e con una line up completata dal bassista Anthony Crawford, dal secondo chitarrista Fili Bibiano e dal nuovo entrato Steve Bolognese (in passato drummer per Ross The Boss e Into Eternity) alla batteria, i Witherfall si presentano all'appuntamento col secondo album con grandi ambizioni ma soprattutto col desiderio di emozionarsi ed emozionare gli ascoltatori, obbiettivo perseguito fin dall'iniziale title track A PRELUDE TO SORROW, breve intro dai connotati acustici contrassegnata da un cantato sofferto e sentito in grado di calarci subito nel mood malinconico e umbratile dell'album, album che esplode in tutta la sua veemenza sulle note della dirompente WE ARE NOTHING, brano scelto a suo tempo per fare da apripista al lavoro e caratterizzata da un attacco furiosamente power memore tanto della lezione dei Symphony X più moderni e pesanti (quelli da Paradise Lost in poi, per capirci) quanto dei già citati Nevermore e Sanctuary, costruito attorno a un riff di chitarra serrato e funambolico supportato da una sezione ritmica fantasiosa e allo stesso tempo compattissima, un vero rullo compressore su cui la voce di Joseph ha gioco facile nel disegnare trame allo stesso tempo incisive ed estremamente evocative prima di prendersi il proscenio nell'arioso quanto cupo refrain, riecheggiante, oltre che le influenze succitate, anche echi non lontani dall'operato di Tim Aymar in seno tanto ai Control Denied del mai dimenticato Chuck Schuldiner quanto ai suoi Pharaoh (influenza che non si limita unicamente alle parti vocali, avendo queste band più di un nume tutelare comune), splendido punto di focale della prima parte della composizione per quanto riguarda pathos e coinvolgimento emotivo; pathos e coinvolgimento emotivo che raggiungono vette di intensità straordinarie nella seconda parte del brano, caratterizzata da riuscitissime ambientazioni acustiche che ricordano un po' certe soluzioni care ai vecchi Opeth e introdotta da un toccante solo di chitarra, seconda parte in cui il vocalist supera se stesso con un'interpretazione da applausi per estensione e intensità, prima che sia nuovamente l'anima più irrequieta e pesante della band a prendere il sopravvento guidando il lungo brano (si superano gli 11 minuti di durata) verso la sua conclusione sull'onda del metal plumbeo e sferragliante che ne aveva caratterizzato la parte iniziale, per un pezzo talmente bello da togliere letteralmente il fiato, che ci da subito la misura della portata di questo album straordinario destinato, ad avviso di chi scrive, a costituire la pietra di paragone futura per chiunque vorrà cimentarsi in questo genere.

L'intensità la fa da padrona nell'incedere melodico e armonizzato della successiva MOMENT OF SILENCE, prima di cedere il passo a un riffing quadrato e martellante brutalizzato successivamente da arrangiamenti decisamente estremi guidati dal blast beat della batteria e che, stemperati da soluzioni power-prog di grande gusto ed efficacia, andranno a sfociare in uno dei refrain più memorabili dell'intero album, denotando la maestria della band anche in questo frangente, frangente che sempre più spesso tende invece ad affossare le velleità di molti gruppi attualmente sulla scena, tecnicamente abilissimi ma apparentemente incapaci di costruire ritornelli in grado di stamparsi a fondo nella mente e nell'immaginario degli ascoltatori, arenandosi spesso invece su risultati o talmente astrusi da risultare privi di qualunque lirismo o talmente banali da ammosciare e svilire l'intera composizione; questo invece non accade mai con i Witherfall, e non solo nei refrain: la cura posta da Joseph nella creazione di linee vocali sempre appropriate e avvincenti è infatti palese lungo l'intero dipanarsi dell'album, e costituisce un valore aggiunto fondamentale per la riuscita finale di questo A Prelude To Sorrow.

Tornando al brano in esame, questi si contraddistingue per uno sviluppo dalle dinamiche più spiccatamente progressive rispetto al brano precedente, in virtù di un costrutto più variegato sia dal punto di vista del riffing che delle soluzioni ritmiche, caratterizzate dalla grande preparazione tecnica dei vari musicisti senza che, peraltro, questa componente prenda il sopravvento sull'impatto emotivo del brano (esplicativo in tal senso lo splendido assolo di chitarra, tanto zeppo di virtuosismi quanto assolutamente congruo allo sviluppo atmosferico della composizione).

Un pezzo che, nonostante l'indole prog più spiccata, si rivela decisamente più snello e immediato rispetto al precedente, grazie anche a una durata quasi dimezzata e a una continuità atmosferica più decisa, donando così alla consequenzialità dei brani grande dinamismo ed evitando di appesantire eccessivamente l'ascolto.

Sono uno splendido arpeggio e chitarre nuovamente splendidamente armonizzate a spalancarci le porte della successiva COMMUNION OF THE WICKED, brano dai connotati iniziali tipici della power ballad, ancora una volta magistralmente interpretato da un Joseph Michael in stato di grazia sia nella dolce e malinconica strofa che nell'arioso e cromato ritornello (ancora una volta riuscitissimo), ritornello che fa virare decisamente la composizione su lidi si sempre molto melodici e impregnati di pathos, ma ora giostrati su uno splendido mid-tempo metallico e non più sul sostrato acustico iniziale.

Semplicemente da urlo lo splendido assolo e la parte successiva, impregnata di un lirismo vocale sinceramente commovente, tale è l'emozione che riesce a esprimere, così come strepitoso ai fini della dinamica emotiva del brano risulta l'assolo di chitarra acustica chiamato a fare da stacco prima che il refrain rientri a prendere possesso della composizione, guidata poi verso la sua conclusione da gustosissimi fraseggi heavy-prog.

Un altro brano davvero strepitoso.

Ci si emoziona di nuovo fino alle lacrime sulle note della breve, acustica, MARIDIAN'S VISITATION, graziata da linee vocali di una bellezza disarmante e da fraseggi solisti che toccano davvero il cuore, che col suo finale roboante e drammatico funge da splendido apripista per uno degli highlights assoluti dell'intero lavoro, la straordinaria SHADOWS, col suo inizio affilato scandito da ritmiche quadratissime e serrate sulle quali l'interpretazione vocale si avvicina talmente tanto allo stile reso iconico da Warrell Dane da risultare quasi un aperto tributo, senza che questo vada a incidere minimamente sulla credibilità o sulla riuscita del brano, peraltro.

La bellezza di questa composizione è infatti tale da non temere alcuna accusa di faciloneria legata all'uso di soluzioni dal sicuro riscontro e dalla resa già da altrui collaudata proprio in virtù della personalità palesata in ogni frangente dalla band, personalità che gli permette di rendere omaggio alle proprie influenze senza perdere un'oncia di integrità, e questo è un dono riservato a poche band: la capacità di risultare riconoscibili e unici in qualunque territorio sonoro sondato. I magistrali fraseggi di stampo prog-metal utilizzati come bridge per giungere al nuovamente straordinario ritornello sono da manuale, come il modo in cui l'arioso ritornello riesce a spezzare l'atmosfera serrata e tesa creata dal riffing portante della strofa. Il brano prosegue guidato da un riffing allo stesso tempo variegato e granitico, splendidamente arrangiato fino alla splendida apertura dai connotati acustici chiamata a fare da preludio e introduzione al toccante, sentito assolo di chitarra, giocato su un crescendo a dir poco entusiasmante e perfetto ponte verso il drammatico finale, giocato su melodie tanto semplici quanto efficaci, ciliegina sulla torta di una composizione dalla carica emotiva debordante. Un'autentica gemma. Con la successiva ODE TO DESPAIR la band tira un po' il freno a mano in quanto a impronta progressive, costruendo il pezzo questa volta si su tipici connotati da power-ballad, ma contraddistinta da una scrittura talmente perfetta da non farla affatto sfigurare di fronte alle composizioni più complesse di cui l'album è costellato. Come non farsi rapire dalle splendide, malinconiche strofe interpretate da Joseph con trasporto e partecipazione evidente? Come non lasciarsi trasportare dal magnifico ritornello, costruito su un riff distorto tanto lineare quanto straordinario da parte di un Jake Dreyer ispiratissimo nelle vesti di riff-maker d'alta scuola, o dal suo finale di chiara scuola Nevermore, imperioso e disarmante allo stesso tempo? Impossibile; é molto più semplice lasciarsi trasportare dal flusso emotivo imperioso di questa traccia straordinaria, soccombendo senza remora alcuna al suo disperato afflato malinconico, frutto del processo compositivo di una band trovatasi nella necessita di dover trovare una catarsi in grado di esorcizzare i demoni che aleggiavano sulla sua stessa esistenza.

La successiva THE CALL non è che un tetro inframezzo caratterizzato da cupi tappeti di tastiere e synth, perfetta sia per riprendere fiato dopo l'overdose emotiva del brano precedente che per introdurre degnamente la composizione successiva, intitolata VINTAGE e inaugurata da uno splendido arpeggio riecheggiante i Dream Theater più cupi ed epici (in particolare, quelli di A Change Of Season), ma riletti sotto la lente a tinte cupe dei Witherfall e quindi ammantati di ombre e sentori notturni in cui la band di Los Angeles sembra muoversi con assoluta familiarità e confidenza.

Non tragga in inganno l'iniziale struttura nuovamente da classica power-ballad (peraltro, manco a dirlo, di fattura pregevolissima e nuovamente graziata da un lavoro strabiliante di Jake alla chitarra acustica e da un ritornello entusiasmante come pochi) , perchè qui ci troviamo di fronte a una delle composizioni più lunghe, variegate e spiccatamente progressive dell'intero album (andiamo di nuovo oltre gli 11 minuti di durata); introdotta da uno splendido bridge mirabilmente incastonato di splendidi cori (impossibile non cogliere l'influenza dei Savatage, in tal senso), la seconda parte del brano è infatti caratterizzata da un riffing serrato e vario, pesante ma non scevro di aperture più incalzanti e dinamiche, a sua volta confluente in una porzione straordinariamente epica ed ariosa che sa molto di anelata liberazione dal cupo gorgo in cui la band ha dovuto dibattersi nella realizzazione, e che ci da lo spunto per soffermarci sulla pregevolezza del comparto lirico dell'album, giocoforza incentrato sul dramma cui la band ha, suo malgrado, dovuto far fronte e sul percorso di elaborazione del lutto necessario a non rimanervi invischiati più del lecito e al contempo necessario a celebrare il ricordo dell'amico scomparso, porzione che guiderà il brano fino alla sua conclusione con reiterato trasporto emotivo e sentitissima commozione, prima che all'outro acustico EPILOGUE sia demandato il compito di sigillare definitivamente un album straordinario, per il quale chi scrive ha perfino finito gli aggettivi adatti a decriverlo; un album che chiunque apprezzi l'heavy metal composto con cuore, passione e desiderio di emozionare ed emozionarsi, oltre che con grande perizia tecnica e con assoluta libertà espressiva, dovrebbe ascoltare e fare suo. Ci troviamo di fronte a un autentico capolavoro, signori e signore; un album capace di restare seriamente nella storia, e che solo la disattenzione di un pubblico distratto da un mercato saturato potrebbe relegare fra le pagine dei dischi di culto destinati a una esigua nicchia di ascoltatori, privando così una band straordinaria (cui manca forse solo un piccolo ulteriore step in avanti dal punto di vista dell'assoluta unicità della proposta per poter ascrivere il proprio nome al fianco dei grandi nomi che hanno fatto la storia del genere, ma ci siamo davvero vicinissimi, credetemi) dei meritati e dovuti riconoscimenti che un album di tale portata dovrebbe garantirgli. Qui la musica si fa emozione pura. Il metallo sferragliante, arte. Erano parecchi anni che, in questo ambito, non usciva un disco simile; non perdetevelo per nulla al mondo.

 

Edoardo Goi

95/100