24 DICEMBRE 2018

E' impossibile intraprendere questa recensione senza soffermarsi un attimo sulla figura di Warrell Dane, storico frontman di Nevermore e Sanctuary, (scomparso il 13 dicembre del 2017 a causa di un arresto cardiaco all'età di 56 anni mentre si trovava in Brasile, intento alla registrazione del suo nuovo album solista), vuoi perchè il cantante dei presenti WITHERFALL, Joseph Michael, è stato scelto da Lenny Rutledge per prendere proprio il posto del compianto Warrell dietro il microfono dei Sanctuary, vuoi perchè il suo spirito, come accadeva anche nel precedente platter della band, il debutto Nocturnes And Requiems, datato 2017, aleggia in modo palpabile lungo l'intero dipanarsi di questo nuovo A PRELUDE TO SORROW, album che, allo stesso modo del debut citato poc'anzi, palesa peraltro più di qualche frangente abbastanza evidentemente ispirato all'operato delle band capitanate in passato dal cantante di Seattle; va però rimarcato con decisione il netto passo in avanti fatto dal gruppo rispetto all'album di debutto: se è vero infatti che l'influenza di Sanctuary e Nevermore è palese ora come allora, così come quella di altri grossi nomi della moderna scena power-prog metal come Symphony X, Communic, Riverside e Opeth (quelli del periodo “pre-svolta” 70's), è altresì lampante come i Witherfall, nel breve volgere di un anno e dopo essere passati attraverso la tragedia della scomparsa del loro precedente batterista (Adam Sagan, morto a causa di un linfoma nel 2016, cui il nuovo album è dedicato) siano riusciti a sviluppare una personalità solidissima e accattivante, in grado di rendere allo stesso tempo omaggio ai propri numi tutelari e di spingere le quotazioni del gruppo, nonché il suo nome, ai vertici della odierna scena metal mondiale.

La miscela sonora a base del power metal più cupo e moderno (nell'accezione americana del termine; quella, tanto per capirci, portata alla ribalta, fra gli altri, dai già citati Sanctuary e poi perfezionata e attualizzata dai Nevermore, benchè su questo album la band abbia optato per un approccio al riffing sicuramente molto tecnico, memore della lezione del buon Jeff Loomis, ma abbinata a un tiro dal flavour deciamente più classico) e rimandi progressivi di gran gusto, ormai trademark consolidato della scrittura della band californiana, trova qui modo di splendere di luce propria, dando vita a un album solidissimo, variegato e perfettamente bilanciato fra rimandi alla storia del genere e aneliti decisamente attuali in grado di rifuggire ogni possibile accusa di anacronismo senza per questo dover rinunciare ai saporiti ingredienti che hanno permesso a questo genere di iscriversi a lettere di fuoco nel libro mastro della storia dell'heavy metal.

Se a questo aggiungiamo la capacità della band di permeare il tutto in atmosfere splendidamente drammatiche,malinconiche e dense, senza mai indulgere peraltro in frangenti eccessivamente tronfi o ridondanti, capirete che ci troviamo di fronte a un album in grado di donare più di un brivido lungo la schiena, oltre che di risultare interessante e ricco di spunti su più livelli; album costruito su composizioni tutte mediamente lunghe, ricche di cambi di tempo e di intensità sonora ed emotiva, tecnicamente e concettualmente impegnative benché piuttosto fluide nel loro svolgersi e contraddistinte da un impatto e un'incisività davvero notevoli, oltre che atmosfericamente molto coinvolgenti, grazie all'abilità palesata dalla band di saper gestire al meglio l'arrangiamento di brani così corposi e complessi senza perdere mai il filo della composizione ne il suo punto focale, partorendo così pezzi tanto articolati quanto godibili ed entusiasmanti.

Costruiti attorno al nucleo compositivo storico, costituito dal chitarrista Jake Dreyer (noto per la sua militanza in seno ai big Iced Earth, oltre che per aver suonato in passato con Kobra And The Lotus e White Wizzard) e dal già citato cantante Joseph Michael (compagno di scorribande con Dreyer proprio nei White Wizzard, qui impegnato anche in veste di tastierista) e con una line up completata dal bassista Anthony Crawford, dal secondo chitarrista Fili Bibiano e dal nuovo entrato Steve Bolognese (in passato drummer per Ross The Boss e Into Eternity) alla batteria, i Witherfall si presentano all'appuntamento col secondo album con grandi ambizioni ma soprattutto col desiderio di emozionarsi ed emozionare gli ascoltatori, obbiettivo perseguito fin dall'iniziale title track A PRELUDE TO SORROW, breve intro dai connotati acustici contrassegnata da un cantato sofferto e sentito in grado di calarci subito nel mood malinconico e umbratile dell'album, album che esplode in tutta la sua veemenza sulle note della dirompente WE ARE NOTHING, brano scelto a suo tempo per fare da apripista al lavoro e caratterizzata da un attacco furiosamente power memore tanto della lezione dei Symphony X più moderni e pesanti (quelli da Paradise Lost in poi, per capirci) quanto dei già citati Nevermore e Sanctuary, costruito attorno a un riff di chitarra serrato e funambolico supportato da una sezione ritmica fantasiosa e allo stesso tempo compattissima, un vero rullo compressore su cui la voce di Joseph ha gioco facile nel disegnare trame allo stesso tempo incisive ed estremamente evocative prima di prendersi il proscenio nell'arioso quanto cupo refrain, riecheggiante, oltre che le influenze succitate, anche echi non lontani dall'operato di Tim Aymar in seno tanto ai Control Denied del mai dimenticato Chuck Schuldiner quanto ai suoi Pharaoh (influenza che non si limita unicamente alle parti vocali, avendo queste band più di un nume tutelare comune), splendido punto di focale della prima parte della composizione per quanto riguarda pathos e coinvolgimento emotivo; pathos e coinvolgimento emotivo che raggiungono vette di intensità straordinarie nella seconda parte del brano, caratterizzata da riuscitissime ambientazioni acustiche che ricordano un po' certe soluzioni care ai vecchi Opeth e introdotta da un toccante solo di chitarra, seconda parte in cui il vocalist supera se stesso con un'interpretazione da applausi per estensione e intensità, prima che sia nuovamente l'anima più irrequieta e pesante della band a prendere il sopravvento guidando il lungo brano (si superano gli 11 minuti di durata) verso la sua conclusione sull'onda del metal plumbeo e sferragliante che ne aveva caratterizzato la parte iniziale, per un pezzo talmente bello da togliere letteralmente il fiato, che ci da subito la misura della portata di questo album straordinario destinato, ad avviso di chi scrive, a costituire la pietra di paragone futura per chiunque vorrà cimentarsi in questo genere.

L'intensità la fa da padrona nell'incedere melodico e armonizzato della successiva MOMENT OF SILENCE, prima di cedere il passo a un riffing quadrato e martellante brutalizzato successivamente da arrangiamenti decisamente estremi guidati dal blast beat della batteria e che, stemperati da soluzioni power-prog di grande gusto ed efficacia, andranno a sfociare in uno dei refrain più memorabili dell'intero album, denotando la maestria della band anche in questo frangente, frangente che sempre più spesso tende invece ad affossare le velleità di molti gruppi attualmente sulla scena, tecnicamente abilissimi ma apparentemente incapaci di costruire ritornelli in grado di stamparsi a fondo nella mente e nell'immaginario degli ascoltatori, arenandosi spesso invece su risultati o talmente astrusi da risultare privi di qualunque lirismo o talmente banali da ammosciare e svilire l'intera composizione; questo invece non accade mai con i Witherfall, e non solo nei refrain: la cura posta da Joseph nella creazione di linee vocali sempre appropriate e avvincenti è infatti palese lungo l'intero dipanarsi dell'album, e costituisce un valore aggiunto fondamentale per la riuscita finale di questo A Prelude To Sorrow.

Tornando al brano in esame, questi si contraddistingue per uno sviluppo dalle dinamiche più spiccatamente progressive rispetto al brano precedente, in virtù di un costrutto più variegato sia dal punto di vista del riffing che delle soluzioni ritmiche, caratterizzate dalla grande preparazione tecnica dei vari musicisti senza che, peraltro, questa componente prenda il sopravvento sull'impatto emotivo del brano (esplicativo in tal senso lo splendido assolo di chitarra, tanto zeppo di virtuosismi quanto assolutamente congruo allo sviluppo atmosferico della composizione).

Un pezzo che, nonostante l'indole prog più spiccata, si rivela decisamente più snello e immediato rispetto al precedente, grazie anche a una durata quasi dimezzata e a una continuità atmosferica più decisa, donando così alla consequenzialità dei brani grande dinamismo ed evitando di appesantire eccessivamente l'ascolto.

Sono uno splendido arpeggio e chitarre nuovamente splendidamente armonizzate a spalancarci le porte della successiva COMMUNION OF THE WICKED, brano dai connotati iniziali tipici della power ballad, ancora una volta magistralmente interpretato da un Joseph Michael in stato di grazia sia nella dolce e malinconica strofa che nell'arioso e cromato ritornello (ancora una volta riuscitissimo), ritornello che fa virare decisamente la composizione su lidi si sempre molto melodici e impregnati di pathos, ma ora giostrati su uno splendido mid-tempo metallico e non più sul sostrato acustico iniziale.

Semplicemente da urlo lo splendido assolo e la parte successiva, impregnata di un lirismo vocale sinceramente commovente, tale è l'emozione che riesce a esprimere, così come strepitoso ai fini della dinamica emotiva del brano risulta l'assolo di chitarra acustica chiamato a fare da stacco prima che il refrain rientri a prendere possesso della composizione, guidata poi verso la sua conclusione da gustosissimi fraseggi heavy-prog.

Un altro brano davvero strepitoso.

Ci si emoziona di nuovo fino alle lacrime sulle note della breve, acustica, MARIDIAN'S VISITATION, graziata da linee vocali di una bellezza disarmante e da fraseggi solisti che toccano davvero il cuore, che col suo finale roboante e drammatico funge da splendido apripista per uno degli highlights assoluti dell'intero lavoro, la straordinaria SHADOWS, col suo inizio affilato scandito da ritmiche quadratissime e serrate sulle quali l'interpretazione vocale si avvicina talmente tanto allo stile reso iconico da Warrell Dane da risultare quasi un aperto tributo, senza che questo vada a incidere minimamente sulla credibilità o sulla riuscita del brano, peraltro.

La bellezza di questa composizione è infatti tale da non temere alcuna accusa di faciloneria legata all'uso di soluzioni dal sicuro riscontro e dalla resa già da altrui collaudata proprio in virtù della personalità palesata in ogni frangente dalla band, personalità che gli permette di rendere omaggio alle proprie influenze senza perdere un'oncia di integrità, e questo è un dono riservato a poche band: la capacità di risultare riconoscibili e unici in qualunque territorio sonoro sondato. I magistrali fraseggi di stampo prog-metal utilizzati come bridge per giungere al nuovamente straordinario ritornello sono da manuale, come il modo in cui l'arioso ritornello riesce a spezzare l'atmosfera serrata e tesa creata dal riffing portante della strofa. Il brano prosegue guidato da un riffing allo stesso tempo variegato e granitico, splendidamente arrangiato fino alla splendida apertura dai connotati acustici chiamata a fare da preludio e introduzione al toccante, sentito assolo di chitarra, giocato su un crescendo a dir poco entusiasmante e perfetto ponte verso il drammatico finale, giocato su melodie tanto semplici quanto efficaci, ciliegina sulla torta di una composizione dalla carica emotiva debordante. Un'autentica gemma. Con la successiva ODE TO DESPAIR la band tira un po' il freno a mano in quanto a impronta progressive, costruendo il pezzo questa volta si su tipici connotati da power-ballad, ma contraddistinta da una scrittura talmente perfetta da non farla affatto sfigurare di fronte alle composizioni più complesse di cui l'album è costellato. Come non farsi rapire dalle splendide, malinconiche strofe interpretate da Joseph con trasporto e partecipazione evidente? Come non lasciarsi trasportare dal magnifico ritornello, costruito su un riff distorto tanto lineare quanto straordinario da parte di un Jake Dreyer ispiratissimo nelle vesti di riff-maker d'alta scuola, o dal suo finale di chiara scuola Nevermore, imperioso e disarmante allo stesso tempo? Impossibile; é molto più semplice lasciarsi trasportare dal flusso emotivo imperioso di questa traccia straordinaria, soccombendo senza remora alcuna al suo disperato afflato malinconico, frutto del processo compositivo di una band trovatasi nella necessita di dover trovare una catarsi in grado di esorcizzare i demoni che aleggiavano sulla sua stessa esistenza.

La successiva THE CALL non è che un tetro inframezzo caratterizzato da cupi tappeti di tastiere e synth, perfetta sia per riprendere fiato dopo l'overdose emotiva del brano precedente che per introdurre degnamente la composizione successiva, intitolata VINTAGE e inaugurata da uno splendido arpeggio riecheggiante i Dream Theater più cupi ed epici (in particolare, quelli di A Change Of Season), ma riletti sotto la lente a tinte cupe dei Witherfall e quindi ammantati di ombre e sentori notturni in cui la band di Los Angeles sembra muoversi con assoluta familiarità e confidenza.

Non tragga in inganno l'iniziale struttura nuovamente da classica power-ballad (peraltro, manco a dirlo, di fattura pregevolissima e nuovamente graziata da un lavoro strabiliante di Jake alla chitarra acustica e da un ritornello entusiasmante come pochi) , perchè qui ci troviamo di fronte a una delle composizioni più lunghe, variegate e spiccatamente progressive dell'intero album (andiamo di nuovo oltre gli 11 minuti di durata); introdotta da uno splendido bridge mirabilmente incastonato di splendidi cori (impossibile non cogliere l'influenza dei Savatage, in tal senso), la seconda parte del brano è infatti caratterizzata da un riffing serrato e vario, pesante ma non scevro di aperture più incalzanti e dinamiche, a sua volta confluente in una porzione straordinariamente epica ed ariosa che sa molto di anelata liberazione dal cupo gorgo in cui la band ha dovuto dibattersi nella realizzazione, e che ci da lo spunto per soffermarci sulla pregevolezza del comparto lirico dell'album, giocoforza incentrato sul dramma cui la band ha, suo malgrado, dovuto far fronte e sul percorso di elaborazione del lutto necessario a non rimanervi invischiati più del lecito e al contempo necessario a celebrare il ricordo dell'amico scomparso, porzione che guiderà il brano fino alla sua conclusione con reiterato trasporto emotivo e sentitissima commozione, prima che all'outro acustico EPILOGUE sia demandato il compito di sigillare definitivamente un album straordinario, per il quale chi scrive ha perfino finito gli aggettivi adatti a decriverlo; un album che chiunque apprezzi l'heavy metal composto con cuore, passione e desiderio di emozionare ed emozionarsi, oltre che con grande perizia tecnica e con assoluta libertà espressiva, dovrebbe ascoltare e fare suo. Ci troviamo di fronte a un autentico capolavoro, signori e signore; un album capace di restare seriamente nella storia, e che solo la disattenzione di un pubblico distratto da un mercato saturato potrebbe relegare fra le pagine dei dischi di culto destinati a una esigua nicchia di ascoltatori, privando così una band straordinaria (cui manca forse solo un piccolo ulteriore step in avanti dal punto di vista dell'assoluta unicità della proposta per poter ascrivere il proprio nome al fianco dei grandi nomi che hanno fatto la storia del genere, ma ci siamo davvero vicinissimi, credetemi) dei meritati e dovuti riconoscimenti che un album di tale portata dovrebbe garantirgli. Qui la musica si fa emozione pura. Il metallo sferragliante, arte. Erano parecchi anni che, in questo ambito, non usciva un disco simile; non perdetevelo per nulla al mondo.

 

Edoardo Goi

95/100