11 GIUGNO 2018

Per la serie “meglio tardi che mai“ mi ritrovo tra le mani l'ultimo full lenght di questa band finlandese (letteralmente “l'ultimo”, visto che, per decisione del gruppo, questo sarà l'ultimo album della loro carriera) attiva fin dal lontano 1996 ma a me assolutamente sconosciuta , almeno fino ad ora. Ed è un vero peccato non aver seguito l'evoluzione sonora del combo guidato da Thasmorg e Gorag Moonthorn, rispettivamente bassista / cantante e batterista della formazione (formazione completata in questo album da Mordant e Vext alle chitarre e Trollhorn alle tastiere), oltre che membri fondatori del gruppo, nato ai suoi tempi come un duo, perchè il materiale contenuto in questo album risulta estremamente interessante e ben concepito . Portatori di un sound debitore tanto della corrente più ortodossa riferibile alla seconda ondata del black metal (quello reso celebre dai pesi massimi del black metal norvegese dei primi anni 90, tanto per capirci) quanto alle derive più melodiche del genere germogliate nella vicina Svezia grazie al lavoro di band quali Dark Funeral, Necrophobic e Lord Belial, gli Alghazanth completano la loro proposta con abbondanti soluzioni atmosferiche che non possono non richiamare alla mente il sound portato avanti a suo tempo dai conterranei Thy Serpent per un risultato che potrebbe incontrare i favori di un pubblico piuttosto vasto, all'interno del genere, grazie alla capacità della band di far coesistere questa molteplicità di anime senza che nessuna di esse risulti prevaricante rispetto alle altre, evitando così abilmente che il prodotto finale possa suonare manieristico o poco compatto. È l'approccio oscuramente melodico a risultare preponderante nell'attacco dell' opener Self Exiled, col suo riffing avvolgente (i Thy Serpent di The Forest Of Witchery sono un influenza che aleggerà su tutto l'album, sotto questo aspetto) adagiato su un tappeto di doppia cassa trascinante e non eccessivamente parossistico, prima che evocativi arpeggi di chitarra e oculati interventi di tastiera vadano ad aumentare in modo deciso il gradiente atmosferico del brano, su cui la voce di Thasmorg ha gioco facile nell'evocare atmosfere epicamente oscure ,mentre interventi musicali più decisi, benchè sempre molto pregni dal punto di vista atmosferico (e qui la mente non può non andare ai Lord Belial di un album come Enter The Moonlight Gate) contribuiscono a dare al pezzo un ottimo sviluppo dinamico, oltre che a mantenerne vivo il pathos fino al magniloquente finale dove é la componente più epica e maestosa della band a prendere il sopravvento per un risultato fieramente malinconico dall'impatto emotivo considerevole.

Un ottimo inzio, bissato dall'attacco maggiormente vigoroso della successiva Facing The North, il cui blast beat insistito, benchè non eccessivamente estremo dal punto di vista della velocità, fa da tappeto a un riffing splendido nel suo modo di coniugare gelo ed oscurità, evocante allo stesso tempo rimandi ai primi Dark Funeral e ai già citati Thy Serpent, prima che sia nuovamente la componente atmosferica a prendere il sopravvento sul brano, benchè l'oscurità di fondo nel pezzo non venga mai meno, così come la pienezza del sound della band, che a tratti ricorda quanto proposto da  act come i norvegesi Aeternus su album come lo storico Beyond The Wandering Moon, benchè risulti vincente la capacità della band di mantenere sempre e comunque una propria personalità a dispetto delle influenze palesate nella loro proposta, arricchita veppiù da un lavoro di tastiere funzionale e mai ne invasivo ne stucchevole, in grado di ammantare i brani di un aura sognante che contribuisce in modo fondamentale alla presa emotiva degli stessi, risultando così un elemento imprescindibile e prezioso all'interno del sound dei Nostri. Splendido in questo brano il modo in cui gli arrangiamenti di tastiera vanno a fare da tappeto ai momenti più maestosi ma anche da contrasto a quelli maggiormente “grim”, per un altro brano dall'impatto assicurato, avvolgente e gelido come uno splendido paesaggio nordico,rigorosamente notturno.

Le bordate di ottoni che si stagliano sul riff iniziale della successiva Aureate Waters fanno da introduzione a uno dei brani più maestosi ed evocativi dell'intero lotto dove, sulle solite trame oscuramente melodiche cui il gruppo ci ha abituato, vanno a stagliarsi magniloquenti cori, mentre sferzate in blast beat mai fino ad ora così furenti vanno a creare un gioco di contrasti che permette al brano di mantenersi vibrante e vivo dall'inizio fino alla fine, prima che l'attacco gelido e martellante di The Upright Road ci riconsegni all'abbraccio di paesaggi notturni e invernali che la band si dimostra maestra nell'evocare.

L'approccio atmosferico e melodico di questo brano si rivela letteralmente entusiasmante lungo tutto il suo dipanarsi, fra riff avvolgenti e incisivi ottimamente supportati da orchestrazioni assolutamente avvincenti e da un lavoro di basso intelligente e funzionale, che rimarca una volta di più quanto questo strumento possa essere fondamentale per la resa finale di determinate atmosfere ,anche solo inserendo il giusto fraseggio al punto giusto; Un fattore che si tende a considerare poco in un ambiente dove spesso sembra essere il mero impatto cinetico il risultato più anelato.

Il brano sfuma senza pause nella successiva At Their Table, dominata da un approccio al riffing e alla ritmica di chiara derivazione “norse”, benchè le peculiarità melodiche del riffing dei nostri non vengano mai meno ,così come non vengono mai meno gli stacchi atmosferici maestosi, trademark della band,anche in questo che risulta a conti fatti essere uno dei brani più feroci dell'intero lavoro. Assolutamente deliziosi risultano anche i rimandi maggiormente swedish disseminati lungo lo svolgersi del brano ,così come il riuscito refrain, altra carta che la band si dimostra abile nel calare insieme agli onnipresenti hooks melodici che sono parte intergrante conclamata del suo stile compositivo. I ritmi si fanno decisamente più bassi (almeno inizialmente) con la successiva The Foe Of Many Masks, la cui parte iniziale è dominata da riff anthemici che vanno a stagliarsi su una batteria percussiva, mentre a tastiere e basso viene nuovamente assegnato il compito di evocare scenari epicamente malinconici, prima che l'intensità del pezzo subisca una repentina impennata grazie all'utilizzo di porzioni in blast beat (sempre mai eccessivamente parossistici) che, alternati a porzioni maggiormente riflessive e dilatate, grazie anche all'ultilizzo di parti arpeggiate, vanno a comporre un brano tanto immediato quanto riuscito, ennesima gemma emotiva di un album che, pur non spiccando per la varietà delle soluzioni adottate, risulta incredibilmente vivo e denso, oltre che dinamicamente ben concepito,così come accade in questo brano, in cui colpisce in modo particolare la porzione finale ,giocata su parti in blast beat mai prima d'ora così feroci cui si alternano entusiasmanti porzioni in up tempo, il tutto avvolto dallo splendido ed emotivamente pregno lavoro di tastiere, per un risultato estremamente impattante e coinvolgente. Uno dei brani più belli dell'intero lotto,e non è che il lotto scarseggi di brani di qualità, tutt'altro. Un'altra delle influenze più importanti per il costrutto musicale della band, aleggiante su tutto lo svolgersi dell'album, si palesa in modo definitivo nella successiva Twice Eleven. Stiamo parlando di una band che ha elevato l'oscura epicità della propria natura e delle proprie tradizioni a forma d'arte inarrivabile, band che risponde al nome di Windir, cui gli Alghazanth pagano un sentito tributo con un brano che riflette in tutto e per tutto l'amore della band per il lavoro del compianto Valfar. Una composizione forse derivativa, ma non per questo meno riuscita o godibile. E' un oscuro arpeggio a introdurci alla successiva Pohjoinen, col suo andamento cadenzato e il basso rotondo a menare le danze di un brano strumentale caratterizzato dall'altrernarsi di momenti più intensi e altri più dilatati, dove ciò che non viene mai a mancare, come accade in tutto il resto dell'album, è l'atmosfera costantemente maestosa dettata dal lavoro delle tastiere di Trollhorn , brano che si rivela perfetta introduzione alla conclusiva To Flames The Flesh ,composizione dalla durata considerevole (9 minuti e spiccioli) che va a chiudere, apparentemente, la carriera degli Alghazanth e lo fa puntando sull'onnipresente afflato epico e maestoso che è caratteristica peculiare del sound dei nostri, chiamato in questa occasione a guidare l'intero dipanarsi di questo pezzo cadenzato e avvolgente caratterizzato da riff possenti e melodici e aperture arpeggiate dall'impatto emotivo entusiasmante. La voce straziata di Thasmorg fa da contraltare agli scenari malinconici dipinti dalle tastiere, mentre il brano cresce di intensità piano piano fino al commovente, evocativo finale dove semplici quanto efficaci note di sinth tratteggiano sentori di abbandono definitivo quasi palpabili, degna conclusione di un album che fa del trasporto emotivo la sua arma principale e non potrà non trovare estimatori fra gli ascoltatori più avvezzi alle sonorità meno parossistiche e più atmosferiche del genere, pur senza rinunciare al riffing glaciale e all'impostazione vocale scarnificante che ne caratterizzano le espressioni più tradizionali. Una sorpresa più che gradita.

 

Edoardo Goi

85/100