18 OTTOBRE 2017

In molti sub-generi, e nel metal in particolar modo, il clima freddo di determinati paesi sembra essere direttamente proporzionale alla qualità della musica prodotta negli stessi. Dopo la Scandinavia, infatti, il Canada pare essere un nuovo calderone zeppo di ottime band dedite al metal estremo, seppur poche di esse (Gorguts, Kataklysm, gli oramai dimenticati Obliveon) sono state in grado di fare il salto, capace di portarli agli occhi ed alle orecchie del grande pubblico. Nel caso di specie, in questa sede ci occupiamo degli Auroch, band di Vancouver attiva dal 2006 sotto il moniker Tusk. I nostri, originariamente dediti ad un furente thrash metal, hanno cambiato rotta nel giro di pochi anni, trasformandosi di fatto nel 2008 in una band di blackened death metal. In poco più di un decennio di attività, i ragazzi canadesi si sono dimostrati abbastanza prolifici, e ad oggi la loro discografia conta 3 full-lenght, 3 split album, 1 EP e due demo. Alcune tra queste uscite sono state ristampate nel tempo: tra queste vi è il primo full-lenght “From Forgotten Worlds”, originariamente pubblicato nel 2012 dalla Hellthrasher Productions e che vedrà nuovamente la luce il 2 novembre 2017 grazie ad un’edizione limitata in tape, che sarà rilasciata sul mercato dalla label francese Krucyator Productions, che nel frattempo ha “accalappiato” anche i brutali Paroxsihzem, connazionali dei nostri Auroch. La line-up attuale è leggermente diversa da quella che appare nell’album, e che vedeva un trio composto da  Sebastian Montesi a chitarra, voce e basso, Paul Ouzounov a voce e chitarra e Zack Chandler alla batteria. Il bellissimo artwork che accompagna la tape, rinnovato rispetto alle precedenti versioni CD e vinile, porta alla mente alcune recenti derive del metal estremo che ammantano completamente la musica in un velo esoterico ed oscuro, ma in verità il contenuto è ben più aggressivo ed immediato di quanto possa apparire ad una prima impressione. Il ruolo di apripista è lasciato alla titletrack dell’album, che dopo una partenza a là Morbid Angel (periodo Blessed are the Sick / Covenant), lascia spazio a tecnicismi molto moderni, che potrebbero ricondurci a dei Dying Fetus meno freddi e distaccati. Nel brano trovano spazi anche alcuni rallentamenti che spostano il tutto in territori sulfurei, propri del black metal che, seppur in misura ridotta, ricopre un ruolo non irrilevante nelle influenze dei nostri. Il passaggio successivo è “Fleshless Ascension (Paths of Dawn)”, che ricalca pedissequamente quanto mostrato nel brano precedente: un mix di Morbid Angel (nonché dei meno noti epigoni Eternal Dirge) alternato a passaggi cadenzati più congeniali al black/doom metal, più frequenti e tali da ridurre il tasso tecnico del pezzo. Il terzo squillo è “Slave to a Flame Undying”. L’attacco è fuorviante, un ambient/funeral doom ultra dilatato, che prende da capolavori come “Levitating the Carnal” degli australiani Elysian Blaze, che tuttavia dura meno di un battito di ciglia: il death metal tecnico prende immediatamente il sopravvento, e si dimostra molto coinvolgente nel suo alternarsi di d-beat e blast-beat velocissimi che faranno la felicità di qualunque headbanger. Con l’avanzare delle tracce gli elementi black metal, già di per se non molto evidenti, vengono lasciati sempre più in sordina. “Dregs of Sanity” è un brano 100% death metal; stesso discorso per la successiva “Pathogenic Talisman (For total temporal collapse)”, titolone quasi brutal/slam che nasconde, dopo un’oscura intro, un tech death metal forsennato condito da sweep picking e armonici artificiali. La sesta “Terra Akeldama” è forse la più eterogenea: nell’ispirato riffing trova spazio qualche vaga rimembranza del thrash metal che fu, e verso la metà del brano si fa strada un solo di chitarra orientaleggiante davvero ben riuscito. La conclusione dell’album si avvicina con la penultima “Bloodborne Conspiracy”, che pare cambiare le carte in tavola con un basso pulsante e distorto ai limiti dell’udibile; ma è solo un breve intervallo prima di un nuovo assalto in pieno stile US death metal, che rende i passaggi black dei primi due brani solo un lontano ricordo. Neanche la conclusiva “Tundra Moon”, con le sue affascinanti liriche, riesce a placare la furia del trio canadese.
Dopo poco più di 35 minuti “From Forgotten Worlds” si conclude, e lascia l’ascoltatore annichilito. La brutalità degli Auroch, che fonde perfettamente nuove e vecchie sonorità del death metal, è stata successivamente confermata e migliorata nelle successive uscite discografiche e, di conseguenza, il suggerimento al lettore è di accaparrarsi non solo la tape in questione, ma anche tutte le restanti releases.

 

Luigi Scopece
 90/100