10 OTTOBRE 2017

Il “mestiere” del recensore, talvolta, è davvero ingrato, specialmente in quelle situazioni in cui ci si trova, volente o nolente, a dover stroncare (o quasi) musicisti che dedicano la propria vita alla musica. E’ purtroppo il caso di “Riptide”, EP in uscita il 6 ottobre 2017, realizzato dal musicista tedesco Ben Blutzukker, già attivo in passato negli Jormundgard, band dedita ad un death metal quadrato di stampo nordico, nei quali il nostro ricopriva il ruolo di bassista. L’EP in questione è il secondo pubblicato dall’artista, dopo “Analog Blood” del 2015. Ma andiamo ad analizzare il contenuto.
Il disco si apre con la title-track, che purtroppo spezza l’entusiasmo con cui il sottoscritto si era approcciato all’album: l’artwork lasciava intendere un buon power metal bellicoso à la Tad Morose della seconda metà di carriera, mentre in realtà ci troviamo al cospetto di un heavy metal cadenzato e oltremodo monotono. Purtroppo il brano è deficitario, il songwriting traballa, gli strumenti paiono talvolta disconnessi e complessivamente non è molto trascinante e coinvolgente. Di fatto, l’intera song è composta da un unico riff e da un pattern di batteria con poche variazioni in termini stilistici. Il brano successivo purtroppo non cambia di molto le carte in tavola: “Stab by Stab” parte di nuovo con un ritmo notevolmente cadenzato, e non lascia intendere che l’auspicato cambio di passo avvenga di lì a poco. Ad ogni modo, grazie ad un refrain più accattivante rispetto a “Riptide”, il brano si colloca una spanna sopra a quest’ultimo in termini qualitativi. L’EP è composto di sole 5 tracce, e nel bel mezzo troviamo “Six Sec Sex”: il copy & paste rispetto ai brani precedenti diventa ora un punto a sfavore di grave entità, ed il lavoro alle chitarre pare qui ancor meno ispirato. La maggiore dinamicità del pezzo è dovuta solo ad un accenno di blast-beat che sorregge il cantato di Ben. Giunti al quarto brano, è possibile finalmente tirare un sospiro di sollievo: “Bloodlust”, fin dalla partenza, fa presagire un prosieguo decisamente migliore, ed in effetti il pezzo è più variegato dei precedenti e stilisticamente più elaborato, per quanto si denoti, qui come nei precedenti, un abuso del palm-mute nella ritmica. L’EP si conclude con “Loose Ends”, per fortuna il brano migliore del lotto, per quanto non faccia gridare al miracolo: l’avvio è in verità “weird”, con un inconsueto drum & bass che fa da base al singer, ma giunti al cuore della song è facile notare una composizione decisamente migliore ed un livello di ispirazione nella media, che pesca a piene mani dai giri chitarristici maideniani dell’era Dickinson. In conclusione, possiamo dire che “Bloodlust” e “Loose Ends” consentano al polistrumentista tedesco di “salvarsi in calcio d’angolo”.
Dopo poco più di 20 minuti l’EP si conclude, ed è giunto il momento di tirare le somme: “Riptide” costituisce un mezzo passo indietro rispetto al precedente “Analog Blood”, e nonostante sia palese il desiderio del buon Ben di rendere il tributo al genere musicale che tutti noi amiamo, talvolta la passione non basta. In particolare l’heavy metal, tradizionalmente inteso, è un genere che si presta ad essere portato on stage, e che deve necessariamente risultare coinvolgente e catchy. Per ora il progetto di Ben Blutzukker rimane una one man band, ma se, con l’affiancamento di turnisti, il tutto dovesse essere trasposto in sede live, la sensazione è che i brani, vecchi e nuovi, debbano essere rivisitati, e che il prossimo impegno discografico debba essere maggiormente ispirato. Il voto espresso si basa essenzialmente sulla fiducia, nella speranza che il nostro, in futuro, possa dare molto di più.

 

Luigi Scopece
68/100