2 LUGLIO 2018

Ciao a tutti e ben ritrovati. Oggi sono qui per parlarvi di “The Master Plan“, album di debutto dei power metallers maltesi Blind Saviour. La band nasce nel 2013 ed è formata da Rachel Grech alla voce, Aldo Chircop alla chitarra e alle tastiere, Ryan Sant alla chitarra, Karl Friggieri al basso e Robert Friggieri alla batteria. Da subito sono stati molto attivi per quanto riguarda l’attività live nella loro isola natia e nel 2016 hanno avuto l’opportunità di suonare nel Regno Unito durante un mini tour, occasione ideale per promuovere il loro album d’esordio fresco di stampa. 

L’album in questione è un concept ambientato in un futuro post-apocalittico, scenario ideato dalla band stessa, ed è composto da undici tracce per oltre 65 minuti di musica. La copertina del disco è perfettamente in linea con il genere proposto dalla band, passiamo dunque all’ascolto. Decisamente buona la produzione del disco, belli i suoni e preparati i musicisti. La vocalist ha un bel timbro ed è intonata, tuttavia l’ho trovata un po’ troppo spesso poco espressiva e con una voce leggermente sottile rispetto alla mole strumentale che la accompagna, soprattutto sulle parti più veloci. Il disco si apre con un'introduzione strumentale per poi lasciare il posto a una classica cavalcata power, “Reign of the Robot Clans”. La situazione si mantiene sulla stessa falsa riga fino al pezzo numero cinque, ”The Day After”, che è invece una canzone divisa in due parti, ballad nella prima e più serrata nella seconda, brano che arriva a spezzare un po’ il ritmo: questo è a mio parere il pezzo più interessante dell’intero disco, durante il quale anche la cantante si esprime al meglio, specialmente nella prima parte, uno dei rari momenti in cui la voce non è “soffocata” dagli altri strumenti. Con la traccia numero sei, “Dawn of Victory” si fa ritorno sugli stessi binari dei primi pezzi, e così si arriva fino alla canzone conclusiva, “Revolution”, senza alcuna variazione degna di nota. Caratteristiche peculiari della band sono le frequenti armonizzazioni delle due chitarre (decisamente ben fatte, nelle quali ho sentito un’influenza maideniana) e la presenza forte (quasi invadente, direi) delle tastiere. In linea di massima un disco piuttosto godibile, soprattutto per gli amanti del power classico, solo a tratti un po’ monotono e a gusto mio un tantino troppo lungo. Per i prossimi lavori è lecito aspettarsi una maturità maggiore per ciò che riguarda il songwriting, ma in ogni caso i ragazzi meritano in pieno la sufficienza per questo loro debutto. 

 

Alessandro Briganti

65/100