28 SETTEMBRE 2017

Com’è noto, la musica è probabilmente la forma d’arte che più di tutte riesce a trasmettere emozioni ai suoi “fruitori”. Per alcuni sub-generi, tale qualità è più accentuata che in altri, ed il doom-death metal melodico rientra per certo tra questi. In questa occasione, ci troviamo ad analizzare “Further Nowhere”, un album già realizzato nel 2011, e ristampato nel maggio 2017, composto da Sébastien Pierre, polistrumentista parigino titolare unico dell’oramai decennale progetto Cold Insight, avviato appunto nel 2007. La versione originaria dell’album era autoprodotta, mentre questa ristampa, con artwork rinnovato, è stata pubblicata, in formato CD digipak ed in digitale (contenente anche la versione strumentale di tutti i brani), dalla Rain Without Ends records, etichetta canadese ultra-settoriale e specializzata nel genere qui proposto, nonché sub-label della ben più nota casa tedesca Naturmacht Productions.
L’album si apre con “The Light We Are”, che contiene tutte le caratteristiche essenziali del genere, ovvero ritmiche cadenzate, un comparto melodico ben studiato e perfettamente bilanciato tra chitarre e tastiera, mai sottotono, che fa da contraltare a delle growling vocals aggressive e davvero molto espressive. Si nota immediatamente come la produzione sia altamente professionale; elemento essenziale per un genere musicale in cui la pulizia del suono è assolutamente fondamentale. Il “sole di mezzanotte” è un fenomeno classico del Nord Europa, ed infatti la seconda traccia, intitolata proprio “Midnight Sun” , porta subito alla mente le sonorità di band finniche come Insomnium, Ghost Brigade e Swallow the Sun. Si passa poi velocemente a “Sulphur”, il brano più lungo della tracklist, superiore ai 7 minuti, che tuttavia non stanca: una intro sognante ci accompagna in una nuova song che non potrà che emozionare anche gli ascoltatori che con queste sonorità hanno ben poca familiarità. Le tastiere ricoprono un ruolo di primo piano nella seconda metà del pezzo, caratterizzato per tutta la sua durata da un innegabile appeal quasi radiofonico. Il quarto brano “Close Your Eyes” , quasi interamente strumentale, pare la prosecuzione del precedente e si muove sulle medesime coordinate stilistiche. Il mastermind Sébastien Pierre, nel presentare il suo progetto, nomina come influenze principali i Daylight Dies e gli Ablaze in Hatred, ma nel quinto brano “Above”, dove le chitarre ricoprono un ruolo preponderante, mostra una capacità compositiva pari o addirittura superiore alle suddette bands. E’ pur vero, tuttavia, che anche la ripetitività è di casa, come in “Rainside”, che ripropone quanto già ascoltato in precedenza; ma non si tratta di un vero punto debole, dal momento che i brani non stancano mai, ed inoltre il songwriting “stantio” è una caratteristica peculiare del death-doom metal. Passiamo ora a “Stillness Days”, un bellissimo brano dove Sébastien pare riproporre una versione moderna e “pompata” dei Katatonia di “Dance of December Souls” (1993) e, soprattutto, “Brave Murder Day”, del 1996. L’ottava “Even Dies a Sun”, nonostante ricalchi appieno il mood precedente, è più movimentata: difficile resistere dal battere il piede a tempo. La successiva “Distance”, dopo una nuova intro ambient, condita da voci sussurrate, ci regala un nuovo mix di epicità ed atmosfera, con la stessa espressività a cui l’album ci ha ormai abituato. Lo stesso discorso vale per “I Will Rise”, mentre cambiano leggermente le carte in tavola con la penultima traccia, la titletrack “Further Nowhere”, interamente strumentale. Tra arpeggi riverberati e melodie dilatate, il brano è pieno di soluzioni proprie della (non più) recente deriva post-rock, spesso mescolata con un black metal di stampo ben poco aggressivo; ne sono buoni esempi gli islandesi We Made God e gli Old Silver Key, poco noti e assolutamente sottovalutati. La titletrack costituiva il brano conclusivo dell’album nella versione del 2011, ma nella nuova edizione è stata inserita una dodicesima traccia, la bonus “Deep”. Lo scrivente riteneva ingenuamente di trovarsi innanzi ad una cover dell’omonimo brano degli Anathema, mentre si tratta in realtà di un inedito, che pesca a piene mani proprio dalla band inglese (in particolare, gli Anathema di “Eternity”, seppur in chiave più estrema), nonché da altri noti (es. i Lacrimas Profundere di “Memorandum” del 1999) e meno noti (gli olandesi Crystal Darkness) nomi del genere musicale qui proposto.
Dopo ben 65 minuti, “Further Nowhere” si conclude. A conti fatti, si tratta di un album quasi perfetto, facilmente candidato a ricoprire un posto di tutto rispetto nella ipotetica top ten degli accaniti fan del death-doom metal. Volendo trovare a tutti i costi un difetto, vi è probabilmente una mancanza di varietà e nessuna vera sorpresa nel corso del disco: di fatto, terminato un brano, è facile prevedere come suonerà il successivo. Ma si tratta di un aspetto assolutamente secondario nella complessità di un album davvero ben realizzato.


Luigi Scopece

93/100