17 AGOSTO 2018

Avevamo lasciato i Craft nel lontano 2011 alle prese col tentativo di dare (con l'album Void) un degno successore al clamoroso Fuck The Universe del 2005, album che aveva portato in alto il nome della band svedese nel vasto panorama del black metal scandinavo alla stregua di un capolavoro “moderno” del genere, compito arduo e, in parte, fallito (soprattutto perchè la band diede l'impressione di non aver nessuna intenzione di ripetere quanto fatto sul quell'album, optando per un approccio molto più raw e nichilista che ne riportò le sonorità verso i lidi black & roll dal marcato stampo apocalittico esplorati con i primi due album della propria discografia, il debutto Total Soul Rape del 2000 e il successivo Terror Propaganda, del 2002, benchè con importanti differenze a livello di scelta dei suoni e soluzioni sperimentali che portarono il sound del gruppo molto vicino a tentazioni quasi industrial, per la glacialità e l'inumanità di alcuni passaggi).

Li ritroviamo ora, nel 2018, con una line up pressochè invariata rispetto al precedente full lenght (oltre ai membri storici Mikael Nox alla voce, Joackim Karlsson alla chitarra e all'elettronica e John Doe alla chitarra abbiamo l'ingresso in pianta stabile di Alex Purkis al basso, accreditato solo come session nel precedente album, mentre la batteria è affidata al session member Daniel Moilanen, già membro di Katatonia e Runemagik, tra gli altri) alle prese con questo come-back intitolato White Noise And Black Metal che, fin dalla grafica scelta per l'album, ci fa capire come i Craft non abbiano affatto abbandonato le loro velleità nichiliste, ne tantomeno le derive inumane e “industrial” del precedente lavoro, ameno a livello visivo.

La conferma uditiva non tarda ad arrivare non appena si preme il tasto play e si viene investi dal gelido riff dell'opener The Cosmic Sphere Falls, di inconfondibile stampo Craft, cui l'uso insinuante e opprimente dell'elettronica dona un'atmosfera da apocalisse imminente quasi tangibile, coadiuvato da un blast beat furibondo e martellante che contribuisce a creare un senso di inumanità e freddo distacco da tutto ciò che è vivente assolutamente unico, rinnovando la tradizione che vede i Craft come maestri assoluti nella resa di tali sensazioni in musica.

I suoni sono curati, chirurgici, assolutamente letali nel loro risultare rifiniti e allo stesso tempo portatori di un'oscurità inscalfibile, cosa che li avvicina non poco ai Thorns del poco capito album omonimo del 2001.

Le prestazioni dei singoli musicisti sono apprezzabili in ogni singola sfaccettatura, il muro di suono generato sembra costruito col preciso intento di non lasciare scampo alcuno all'ascoltatore, e raggiunge perfettamente il suo scopo.

Lo stile palesato in questo primo pezzo si avvicina molto di più al succitato Fuck The Universe piuttosto che al precedente Void, in virtù di un approccio più freddo e dissonante rispetto a quello raw e brutale, oltre che più vicino al black & roll, del suddetto album, anche quando i ritmi rallentano e il riffing si fa più compatto e quadrato l'impressione che si ha è quella di un gruppo che guarda con distacco gli utimi vagiti di un mondo condannato e morente, destinato a vagare per sempre nell'indifferenza dell'infinito vuoto che lo circonda.

Un brano in cui il nichilismo della band sembra davvero prendere vita.

Un inizio a dir poco raggelante.

Non v'è modo di respirare nemmeno nella successiva Again, dall'incedere marziale e implacabile, cui l'onnipresente, oscuro lavoro dell'elettronica e dei sinth dona un carattere asfissiante e privo di qualsivoglia speranza sinceramente disturbante.

Il lavoro delle chitarre sulla strofa è spettacolare, dissonante, quasi stordente, un mantra di perdizione ammantato del sadico piacere di bearsi della stessa, così come del piacere di riversare il tutto nell'immaginario di chi avesse deciso di intraprendere questo viaggio sonoro.

Nemmeno il refrain estremamente catchy, molto vicino a quanto proposto dalla band nei primi due album, così come le sporadiche, deviate accelerazioni, riescono a dare un attimo di pausa all'ascoltatore, immerso com'è in un'atmosfera di abbandono totale apparentemente privo di scampo.

Un brano concepito per annichilire i sensi e irretire la mente, e in grado di farlo con un'efficacia quasi spietata.

La successiva Undone colpisce subito durissimo, con un furibondo assalto in blast beat cupo e serrato, stemperato ben presto da un cambio di velocità che dirotta il brano su un mid tempo incalzante guidato dapprima da una doppia cassa martellante, e poi da cadenze ancora una volta marziali che inserti elettronici trasportano in lidi non lontani da quelli bazzicati dai Mysticum di In The Streams Of Inferno (ma anche di Planet Satan, per la pesantezza della porzione in esame) per un brano che, nel suo dipanarsi, si rivelerà come uno dei più vari dell'intero lotto, in quanto a dinamica e cambi di ambientazione sonora.

Splendido il modo in cui l'accelerazione centrale, inflitta brutalizzando il medesimo riff utilizzato per la strofa, sfuma in una porzione cui le melodie intrecciate dalle chitarre e dai synth donano un afflato malinconico di grande impatto emotivo, prima che il brano, che si rivelerà essere il più lungo dell'intero lavoro, con i suoi sei minuti e mezzo abbondanti, si evolva sviluppando dette intuizioni melodiche conducendole via via in territori sempre più disperati e laceranti, fino al finale marziale sfumante su una coda di disturbanti suoni elettronici.

Si prosegue con la quasi altrettanto lunga Tragedy Of Pointless Games il cui riff trascinato, preludio a un mid tempo dall'incedere lento e ossessivo ancora una volta graziato da un lavoro di chitarre sopraffino sia nel riffing che nella capacità di ammantare il tutto di atmosfere vuore e disperate, rimanda non poco ai primi lavori della band, benchè arricchito dalle intuizioni sonore che caratterizzano a fondo questo nuovo album, soprattutto per quanto riguarda la cura certosina messa nell'arrangiare ogni porzione dei singoli brani, oltre che nella valorizzazione del lavoro di ogni singolo strumento, fra cui spicca l'attenzione con cui sono stati concepiti e realizzati gli interventi di synth e l'elettronica in genere, onnipresente nel tessuto del disco, in grado di arricchire il lavoro fatto dagli altri strumenti così come di ritagliarsi degli spazi di prominenza sempre ottimamente calibrati.

Molto incisivo il modo in cui l'incedere opprimente del pezzo viene spezzato da intuizioni melodiche di lacerante malinconia, dando così dinamica al dipanarsi del brano e rendendo le parti ossessive ancora più pesanti e asfissianti, prima che un'accelerazione non eccessivamente parossistica arrivi ad arricchirne il costrutto strutturale, lasciando ad un up tempo trascinante il compito di portarlo alla sua conclusione.

Puro black & roll quello che ci attende all'inizio della successiva Darkness Falls, col suo riff accattivante reso irresistibile da una ritmica incalzante e incisiva, prima che un riff slabbrato e pulsante vada a prendere il controllo del brano, sempre coadiuvato dal lavoro altamente disturbante degli onnipresenti synth, per un pezzo che ci catapulta come nessun altro pezzo prima di questo nel songbook dei Craft che furono, nonostante l'upgrade dato a tali sonorità dal rinnovato approccio alle stesse che caratterizza questo album faccia si che nemmeno questo brano dai tratti maggiormente old-school esuli in alcun modo dall'atmosfera generale del medesimo, ne dal filo conduttore che ne lega i vari pezzi.

Il groove del brano è estremamente catchy e trascinante e permette all'ascoltatore di potersi lasciare un po' andare dopo una serie di brani estremamente opprimenti (benchè il senso di liberazione sia esclusivamente a livello ritmico, rimanendo il pezzo profondamente ammantato di sentori di sadico nichilismo e insondabile vacuità), ma è un fuoco di paglia perchè, quasi a voler infliggere ancor più dolore all'ascoltatore per “punirlo” del respiro datogli col precedente brano, la successiva Crimson punta subito allo stordimento immediato mediante l'utilizzo di chitarre quasi pulite che, adagiate su un tappeto di chitarre distorte avvolgenti e ritmiche pulsanti di basso e batteria, creano un effetto psichedelico e dissonante di grande effetto, letteralmente da togliere il fiato.

Il senso di oppressione non viene minimamente scalfito nemmeno dalle successive evoluzioni del pezzo, condotte su rocciosi riff in mid tempo su cui le trame dissonanti non arretrano di un millimetro nel loro farsi portratrici di dolorose sensazioni di smarrimento e disagio, per un brano fondamentalmente strumentale ma di grandissima efficacia e presa emotiva.

Su note dissonanti non dissimili si apre anche la successiva Shadow, per rivelarsi da li a poco come un brano dal tiro decisamente diverso, guidato com'è da un blast beat martellante, sebbene non eccessivamente veloce, sul quale le chitarre non cessano di tessere i loro intrecci dissonanti e stranianti, mentre la voce di Nox, filtrata ed effettata come accade in tutto il resto dell'album, è un ringhio straziante che non fa che acuire la sensazione di malessere provocata dal dipanarsi del brano.

Strepitoso lo stacco in odore di black & roll piazzato al centro del pezzo, con chitarre in primo piano ad intrecciare splendidi riff su una sezione ritmica dalla pulsazione incalzante e incisiva, mentre il rallentamento che segue è un abisso senza luce dove sono ancora intrecci dissonanti di chitarra a dominare la scena, coadiuvati da uno splendido ed efficace lavoro di basso, per uno dei pezzi più evocativi e disarmanti dell'intero lavoro, una vera gemma.

La conclusiva White Noise si apre con splendidi riff in odore di thrash, oppurtunamente incupiti dall'approccio plumbeo e senza pietà dei nostri, assestandosi su un mid-tempo incalzante che la voce, resa ultraterrena da effetti ricchi di echi e riverberi, contribuisce a rendere maestoso e tremendo, come proveniente da un abisso di imperscrutabile oscurità.

Il brano si rivela piuttosto semplice nel suo sviluppo strutturale, ma ciò non ne inficia affatto la riuscita, ricordando, nell'atmosfera evocata dalla sua monoliticità, nonché da interventi di chitarra al solito cantilenanti e dissonanti, quanto sperimentato da una band come i finlandesi Beherith nello straordinario Drawing Down The Moon del 1993 (influenza questa che ritroviamo, più o meno latente, lungo tutto il percorso musicale di questo lavoro), per un brano tanto semplice da seguire quanto curato in ogni minimo dettaglio, degna conclusione di un album semplicemnete strepitoso che forse farà storcere un po' il naso ai fan del gruppo maggiormente affezionati alle prime produzioni della band, ma che a conti fatti presenta al suo interno nient'altro che la naturale evoluzione e maturazione di quegli stessi spunti e intuizioni, portate al loro limite estremo grazie all'utilizzo di riuscite sperimentazioni sonore e di un approccio all'arrangiamento e all'esecuzione di primissimo livello, che ci consegna un lavoro spettacolare degno di essere inserito non solo fra i capolavori prodotti dalla band, ma anche nei lavori di punta usciti in questo anno e nella storia del black metal tutto, grazie a uno stile estremamente definito e peculiare che solo i Craft dimostrano di saper padroneggiare a questi livelli.

Un album monumentale, che tutti i fan del black metal e della musica oscura farebbero bene se non altro ad ascoltare.

Unici.

 

Edoardo Goi

95/100