20 MARZO 2018

15 anni di carriera non sono pochi per una band che, in tale arco di tempo, dovrebbe nascere, crescere e svilupparsi secondo le proprie idee. A sentire però il secondo disco dei brasiliani Dancing Flame, chiamato Carnival of Flames, ci si chiede cosa possa aver portato il quintetto a partorire tale opera che davvero sconsola e lascia davvero un senso di tristezza per non dire rabbia. Sul versante puramente musicale le cose, rispetto al passato, non sono poi cambiate rimanendo in maniera ossessiva su un hard&heavy melodico con qualche leggera pennellata epica all’acqua di rose. Ma si andrà nel dettaglio in fase di recensione.

Dopo la classica intro (stranamente posta come titletrack) arrivano subito i dolori con la prima traccia “Dreamweaver” che di suo sarebbe potuta anche essere interessante con quell’intreccio tra hard rock ed il buon vecchio metallo (N.W.O.B.H.M. che profuma di primi Iron Maiden) ma contiene al suo interno schemi sonori, tematiche (testi davvero banali) e melodie talmente triti e ritriti che fanno cadere di molto l’interesse. Il gruppo, per quanto tecnicamente ci saprebbe anche discretamente fare, non riesce a tirare fuori, MAI, un minimo di personalità e pur variegando la proposta pare di sentire una cover band. Si ascoltino a proposito “Ronnie” (fin dal nome si intuisce quanto sia importante il leggendario R.J.DIO) con chitarre granitiche ed atmosfere epiche o “Follow the Sun” (con uno dei due ospiti di lusso, Mark Boals), tragico miscuglio tra Saxon e Scorpions che non riesce a trasmettere nulla o quasi. Solo “Warrior’sPath” cerca maldestramente di esprimere qualcosa di interessante grazie al mix di inserti acustici e cori maestosi ma alla resa dei conti non riesce a creare un contesto visivo immaginario, né a condividere il pathos che dovrebbe emergere dall’interpretazione dei musicisti (in parte si cerca di ricreare certe atmosfere con “Queen Or Clown (Riddles In The Dark)” fallendo miseramente). Tutto resta insipido, noioso e tronfio e non contiene nemmeno quella dose di ignoranza che farebbe almeno capire che non ci si prende tutto sul serio. Ma il meglio deve ancora arrivare in quanto per l’80% circa del disco è composto da ballate, una sparata dietro l’altra, una fatica che metterebbe in difficoltà anche Ercole. Il problema non è tanto per le ballad in sé ma il loro essere ruffiane e zuccherose (“HigherPlace”, “Runaway Soul”), patinate e quasi accostabili al glam (“Don’tLet Me Down”) con agghiaccianti sbrodolate acustiche (la terribile “Fortress of Belief”) ed anche se compare il secondo ospite DC Cooper su “Dry My Tears” (che cerca inutilmente di risollevare il brano donando una certa malinconia) l’ascoltatore probabilmente si era già addormentato da un pezzo. Fa dispiacere che nonostante una buona produzione, una copertina di impatto e con tanti anni di esperienza sul groppone la band brasiliana non riesca a portare l’ascolto fino alla fine senza sbadigli ma purtroppo non c’è nulla di più lontano dalla verità.

Un consiglio davvero spensierato. Si faccia una bella pausa, ci si ragioni bene e ci si dia una bella svegliata perché davvero, in queste condizioni, non si arriverà da nessuna parte se non far compagnia a qualche raro appassionato e cultore degli anni 80’ che vuole davvero avere tutto quello che ricordi gli anni d’oro. Passare oltre!

 

Enzo "Falc" Prenotto

40/100


14 FEBBRAIO 2018

Fin dal loro debutto ormai più di 15 anni fa, i brasiliani Dancing Flame hanno da sempre dimostrato una forte propensione all’hard rock ed heavy metal. Dopo i due demo “Strike a Blow!” del 1995 e “Red Moon” del 1998, nel 2009 arriva il full lenght omonimo, di cui ci occuperemo in questa sede. Il disco si compone di dodici tracce per poco meno di un’ora di durata ed è autoprodotto (come sarà poi il full lenght successivo, “Carnival of Flames”, uscito nel 2014). Le tracce che compongono l’album sono tutte un stile hard rock / heavy metal con qualche strizzata d’occhio al glam come in “Strike a Bowl!” rendendo l’ascolto scorrevole ed omogeneo.Tuttavia “Dancing Flame” non convince. Come mai? La cosa che subito salta all’orecchio è la produzione: nonostante il pregio dei suoni puliti, le chitarre mettendole ad un livello superiore rispetto agli altri strumenti e voce, portando all’evidenza ogni difetto e minima sbavatura delle chitarre, centro di gravità su cui ruota la composizione delle canzoni. La composizione. Parliamone. Essa si fregia dei più classici cliché del genere Hard Rock/Heavy Metal: riff graffianti, ritornelli corali molto “catchy” ed adatti ad essere cantati insieme al pubblico in sede live, ritmi leggeri (anche troppo) e le immancabili ballad. Tutto questo però non basta a fare di “Dancing Flame” un buon disco, perché la composizione è poco originale, scialba, semplice e senza troppo impegno nel voler creare qualcosa di personale ed incisivo e questo è un peccato, soprattutto quando si parla di un full lenght di debutto. Degne di nota (in positivo) sono le ultime due tracce, “Vampire Sleep” e “War Crimes”. Scopriamo come mai: “Vampire Crimes” rompe gli schemi proponendo un duetto voce femminile vs. voce maschile dove entrano in gioco anche strumenti orchestrali come violini. “War Crimes” mantiene l’utilizzo di violini andando ad arricchire la composizione, che qui torna nel classico Hard Rock che già abbiamo conosciuto lungo l’ascolto dell’album. In conclusione, “Dancing Flame” è un debutto che pecca di scarsa originalità, per questo non riesce ad incidere l’attenzione dell’ascoltatore e a farsi ricordare dopo il termine dell’ascolto.

 

Alessia Pierpaoli

55/100