30 GIUGNO 2018

Nonostante la bio acclusa al promo di questo lavoro faccia di tutto per associare il nome e lo stile di questi venezuelani Demise (arrivati con questo De La Manipulacion A La Ignorancia al loro terzo full lenght) alla scuola del death metal old school di stampo sudamericano, e in particolar modo a quella risalente ai gloriosi anni 80, è evidente fin dall'ascolto della prima traccia Mentiras che le influenze del brutal death più moderno (Nile e Origin,tanto per dare coordinate più precise), nonchè quelle associabili al deathcore più violento (vengono in mente i Carnifex e i Suicide Silence più rocciosi, soprattutto in certi passaggi non lontani dai classici breakdown tipici del genere), non sono di certo estranee alla band di Caracas. Anche il suono complessivo dell'album non fa sicuramente pensare alle grezze e ferali produzioni spesso associate alla scena sudamericana, risultando estremamente curato e rifinito, anche se non privo di una vena oscura di fondo che permette all'album di non appiattirsi troppo sulle omologate, ultredefinite produzioni brutal tanto in voga oggigiorno,anche se, in alcuni frangenti,una produzione un po' più sporca e organica avrebbe sicuramente dato maggior rilievo e impatto al risultato finale. Si parte quindi, come già detto, col l'opener Mentiras, brano in cui la band, composta da Alvaro Parra alla voce, Bernardo Beerman Konig e Erick Machado alle chitarre, Mauricio Perez al basso e Keny Godoy alla batteria, mette subito in mostra le peculiarità del proprio suono con un assalto furibondo e spietato a base di riff cupissimi e blast beat devastanti su cui si posa il growl cavernoso e brutale di Alvaro. L'incedere del brano è costantemente violentissimo, benchè sviluppato su repentini cambi di tempo e di soluzioni ritmiche che dimostrano l'abilità del gruppo nel saper comporre brani piuttosto complessi senza che il risultato finale perda di potenza o impatto. Ciò che sembra invece mancare è la capacità di infilare un paio di riff memorabili che possano rendere i brani davvero accattivanti,come si evince anche dalla successiva Rostros De Gaza, benchè la sottile melodia di fondo, molto tetra e inquietante,aiuti il brano a non eccedere in pesantezza, scorrendo in maniera sufficientemente fluida e potente, in fin dei conti anche piacevole (nonostante l'uso di certe soluzioni vicine al breakdown di death-coriana memoria spezzi un po' la tensione emotiva creata dalle tetre melodie del brano, sul finale del pezzo), ma non sufficientemente ficcante da imprimersi a fondo nell'immaginario dell'ascoltatore. Le cose migliorano un po' con la successiva title track, De La Manipulation A La Ignorancia, graziata da un approccio maggiormente old school (solo screziato qua e là da porzioni rallentate di stampo più moderno), fin dall'inizio cadenzato dai sentori apocalittici, brutalizzato da un assalto all'arma bianca si violentissimo, ma anche organico e accattivante, per un brano che scorre veloce e godibile e risulta privo di cali di tensione, e in cui l'approccio batteristico deliziosamente “ignorante“ rappresenta il particolare “in più” in grado di rendere il pezzo uno dei più riusciti del lotto. Si prosegue con La Ley De Los Pranes, brano che non raggiunge i due minuti di durata, ma che si fa apprezzare in virtù di un approccio in grado di coniugare in modo piuttosto riuscito brutalità e atmosfere claustrofobiche e angoscianti, mentre la successiva Huerfanos Del Petroleo si gioca le sue carte a colpi di groove cadenzato, arricchito qua e la da riuscite armonizzazioni chitarristiche, e in cui gli ormai immancabili rallentamenti pachidermici risultano maggiormente in linea con l'evoluzione emotiva del pezzo, prima che sia nuovamente la brutalità (benchè piuttosto controllata) a prendere il sopravvento nel finale di un brano che, sebbene riuscito, sembra soffrire del difetto che un po' affligge l'intero album, e cioè la mancanza di quel qualcosa “in più” in grado di renderlo memorabile. Le cose sembrano migliorare con la successiva Regimen De Maldad,ipotetico ibrido tra i Morbid Angel di inizio carriera, Origin e tracce degli At The Gates del periodo Slaughter Of The Souls sparse qua e là (benchè alcune soluzioni melodiche talvolta tradiscano, affossando un po' l'atmosfera del brano, alcune tendenze deathcore nemmeno tanto celate). Il Brano nel complesso funziona, anche se le già nominate influenze di stampo moderno ne inficiano qua e la l'atmosfera deliziosamente malsana che ne domina l'inizio; Diciamo che la breve durata aiuta il brano a risultare comunque efficace. Sono inquietanti e sinistri intrecci chitarristici ad aprire la successiva Como Se Siente El Miedo, intrecci su cui si staglia un ottimo solo ad opera di Erick, prima che il brano si evolva su trame che non possono non richiamare ancora una volta in causa la scuola di Goteborg dei primi anni 90, e in particolare gli At The Gates del celebre Terminal Spirit Disease, il tutto mescolato a un certo death-thrash accostabile, questo si, alla scuola sudamericana della seconda metà degli anni 90, Sepultura e Sarcofago su tutti, oltre alle onnipresenti derive brutal, qui a cavallo fra vecchia e nuova scuola, per un brano dall'anima un po' troppo confusa, anche godibile, ma dal focus piuttosto aleatorio. È un canto liturgico arabo ad aprire in modo inequivocabile la successiva Isis, brano dall'approccio deliziosamente old school, potente e veloce, con stacchi death-doom molto efficaci e un'andamento deciso e privo di fronzoli che rende questo brano un pezzo in grado di spiccare fra i migliori dell'intero album, aiutato anche dalla breve durata che rende il tutto ancora più godibile e d'impatto. Altrettanto breve, la successiva Demencia Costitucional si contraddistingue invece per un marcato approccio brutal molto in-your-face, che richiama in qualche modo anche la scuola brutal americana più cupa, facente capo a acts quali Immolation e Incantation, grazie anche a rallentamenti armonizzati molto riusciti. È proprio in questo tipo di brani che la band sembra dare il meglio di se, ed è un peccato che questo approccio alla composizione, più asciutto e d'impatto, non sia stato maggiormente adottato anche nel resto dell'album, perchè ci avrebbe sicuramente donato altri brani deflagranti come questo e il precedente. Splendido e malsano il riff di apertura della successiva Poder Por El Poder che, brutale e destabilizzante nel suo alternare porzioni brutal e death thrash al fulmicotone, (è sicuramente questo il brano delll'album in cui le influenze death-thrash emergono in modo più evidente), colpisce ancora durissimo e contribuisce a rendere la seconda parte di questo platter molto più appetibile per i fanatici della brutalità tipica della vecchia scuola, dove si bada più al risultato che ad abbellire i brani con orpelli inutili e deleteri. L'album si chiude con il brano Exodo, dall'attacco riecheggiante ancora la melodica brutalità del Gotemburg sound, poi opportunamente brutalizzato da riff ancora una volta pregni dei sentori della scuola death metal americana più cupa di inizio anni '90, benchè il riffing non manchi di portare al suo interno anche deliziosi echi thrash più classici. Il brano risulta molto riuscito, benchè la band si faccia preferire quando usa un approccio meno melodicamente “europero” al riffing, e chiude degnamente un album che trova nella sua seconda parte i brani migliori e più efficaci, e che non mancherà di attrarre gli ascoltatori più avvezzi alle sonorità moderne del genere che non disdegnano qualche puntata in territori più old school, benchè il fatto che siamo proprio i frangenti più old school a risultare maggiormente coinvolgenti infici non poco la riuscita del platter, appesantito ulteriormente ed in modo abbastanza incomprensibile, dall'idea della band di riproporre, dopo ogni brano, lo stesso brano in versione interamente strumentale. Sinceramente, non una grandissima idea. Nota di merito per i testi, incentrati su crude disamine della situazione socio-politica mondiale (come accade spesso nelle band sudamericane, sempre piuttosto attente a determinate questioni), ma questo non basta a far andare questo album oltre una risicata sufficienza. Solidi, ma poco più.

 

Edoardo Goi

60/100