3 FEBBRAIO 2018

Sebbene il progetto DUN sia attivo “solo” dal 2014, Orde (la mente dietro di esso) scava negli abissi della musica fin da quando era ragazzino, ma per sua stessa ammissione ha avuto bisogno di tempo e maturità per intraprendere il progetto DUN. Esso infatti è nato dalla sua personale necessità di esprimere sentimenti come Morte, Vita, Natura o Umanità ed ha sentito la necessità di avere una mente più “anziana” (passatemi il termine) per poterla esprimere appieno. Sebbene infatti al primo ascolto DUN si orienti ad un black metal di stampo melodico, si percepisce all’interno della musica un profondo senso di salvezza, per lui l’unico modo di liberarsi di sentimenti negativi quali Odio e Tristezza. Ad eccezione dell’alcool, ma questa è un’altra storia. DUN non è un nome scelto a caso: nella cultura degli antichi Celti (antenati di Orde) “dun” aveva il significato di “fortezza”, e Fortezza è quello che Orde considera il suo stesso progetto: un baluardo contro la Morte. Fatti questi preamboli utili ad immergerci nel “mood” dietro la musica di DUN, parliamo specificatamente della musica in sé. DUN ha una discografia piuttosto scarna: due soli full lenght di cui l’ultimo uscito poco meno di un anno fa, il 29 gennaio 2017. Il primo, “Nature Morte”, esce nel 2014 e segna il suo debutto. Come dissi poc’anzi, DUN è una one man band melodic black metal. La peculiarità che ho percepito ascoltando “Nature Morte” è che non si hanno le tipiche sensazioni negative di quando si ascolta questo genere, bensì il contrario; la musica si dipana nota dopo nota, riff dopo riff, ma non si ha mai la sensazione di “scendere”, emotivamente parlando. L’unica nota stonata del corredo è la voce, effettata in modo tale da sembrare registrata dentro una grotta. È palesemente un effetto voluto, ma può non piacere a tutti. In “Hors du Gouffre” la cosa che subito salta all’orecchio è la differenza di produzione: in “Nature Morte” tutto sommato si aveva un suono pulito e cristallino, nei limiti di una produzione indipendente. Qui in “Hors du Gouffre” invece sale subito la sensazione che il suono in generale sia più ovattato, costringendo basso e batteria a soffrire e scalpitare per farsi sentire sotto il suono roboante delle chitarre che vengono a loro volta sovrastate dalla voce, quando c’è. Ancora una volta ritroviamo la voce effettata stile “registrazione in grotta”, qua ancora più ovattata per i motivi sopra descritti. Effetto che ho trovato disturbante tanto in HdG quanto in NM, benché capisca che sia un risultato palesemente voluto. “Hors du Gouffre” è ambivalente: da un lato riprende il filone del suo predecessore, musicalmente parlando; abbiamo quindi un melodic black metal che trae la sua forza non da blast beats feroci o bpm elevati, bensì dai riff di chitarra alternati su note acute, che rendono l’ascolto scorrevole. Dall’altra abbiamo un melodic black più sul “classico”, che sovverte quanto era stato precedentemente creato per calare negli abissi più inflazionati del genere. È già chiaro il cambio di registro quando dopo l’omonima traccia di apertura ci si trova davanti “Le Sabbat de Minuit” che getta un’ombra con i suoi ritmi accelerati e riff che rimangono su note sì prevalentemente acute, ma con una cattiveria di fondo distante dai precedenti lavori. La massima espressione di questa ambivalenza però è la traccia successiva, “Cruor des Contreforts”, dove la speranza si mescola a malinconia e disincanto per poi approdare in un’esplosione di rabbia nell’ultimo terzo. Il disco procede su questa linea sempre più rabbiosa, toccando vette addirittura a tinte depressive con “L'Exil des Larmes”. In conclusione è un disco più che discreto ma non privo di sbavature quali una produzione non eccelsa e continui cambi di “umore” che lo rendono disomogeneo.

 

Alessia “VikingAle” Pierpaoli

70/100