20 AGOSTO 2018

Non contento di aver già messo il suo nome su uno degli highlights assoluti di questo 2018 (con i Marduk, sullo spettacolare Viktoria) Hans Daniel Rostén (aka Mortuus, che qui usa lo pseudonimo di Arioch) ritorna con i suoi Funeral Mist col presente Hekatomb a ben nove anni di distanza da quel Maranatha che nel 2009 divise non poco fans e critica fra chi sosteneva di trovarsi di fronte a un nuovo capolavoro della band e chi sosteneva che il livello del precedente, straordinario e acclamatissimo, Salvation del 2003 non fosse stato nemmeno lontanamente sfiorato.

Va da se che, viste le premesse e la carriera sotto le luci dei riflettori di Arioch in seno ai Marduk nel corso di questi anni di assenza dalle scene del suo solo-project, l'attesa e la curiosità attorno a una nuova uscita targata Funeral Mist fossero molto alte, così come le aspettative dei fan.

Possiamo subito tranquillizzare questi ultimi: gli impegni pressanti di Daniel con i Marduk hanno forse sottratto del tempo alla sua creatura, da qui il lungo iato fra questo album e il precedente, ma di certo non hanno tolto nulla all'impegno da lui profuso per dare vita a questa nuova opera, che risulta curata sotto ogni aspetto e assolutamente ispirata.

Resterà invece parzialmente deluso chi si aspettava un ritorno al maelstrom infernale di Salvation, perchè anche in questo album, così come nel precedente Maranatha, lo stile e l'approccio musicale del progetto risultano maggiormente rifiniti e compatti, benchè non manchino le folli stratificazioni vocali e l'uso deviato di samples ed effetti vari che da sempre ne caratterizzano l'operato, così come la varietà stilistica e strutturale dei vari brani.

Questo progetto era ed è portatore di un black metal deviato, estremo, malato e disturbante, dai connotati infernali e ritualistici, nero come la pece, e su questo nessuno deve nutrire alcun dubbio.

Nessun divertissement per un artista arrivato ormai ai vertici della scena mondiale qui.

Solo l'irrefrenabile desiderio di mettere la propria visione del male in musica (in questo lavoro, così come nel precedente, Arioch si è occupato di tutte le parti vocali e di tutti gli strumenti, ad eccezione della batteria, affidata al fido Lars B, anche lui transitato in passato alla corte dei Marduk).

A mettere subito le cose in chiaro ci pensa l'opener In Nomine Domini, con la sua evocativa,inquietante introduzione a base di grida, lamenti, grugniti inumani e suoni da girone infernale presto interrotta da zanzarose, disturbanti chitarre, preludio a un'esplosione di inumana ferocia che colpisce come un pugno in faccia l'ascoltatore, lasciandolo immediatamente annichilito dal gorgo di maligna oscurità evocato da chitarre fameliche e ossessive e da un blast beat luciferino assolutamente privo di pietà alcuna.

La voce di Arioch, lasciata libera di esprimere ogni sua sfaccettatura, risulta estremamente espressiva ed evocativa sia nei frangenti più oltranzisti, come in questo inizio di brano, che in quelli maggiormente ariosi o cupi che andranno ad arricchirne il tessuto sonoro successivamente, rivelando una volta di più, se ce ne fosse stato bisogno, la vocalità variegata e il desiderio di sperimentazione di un artista che ha spesso viste messe in discussione le proprie capacità e peculiarità vocali, ma che con la sua creatura, e, recentemente, anche con i Marduk, si è tolto e si sta togliendo più di una soddisfazione, in tal senso.

Splendido il modo in cui la voce va ad arricchire e sottolineare le variazioni dinamiche ed atmosferiche del brano che, dopo un inizio all'insegna della violenza più scellerata e deviata, come spesso accade quando si parla di Funeral Mist, arrivano puntuali a irrobustire strutturalmente il pezzo, spezzandone la monoliticità in favore di una più spiccata teatralità magniloquente e malata e portandone il gradiente di oscurità a livelli di assoluta impenetrabilità, anche grazie, per l'appunto, al modo in cui Arioch modula la sua voce a seconda delle sensazioni che intende trasmettere nelle varie parti mediante l'utilizzo di voci ora pulite e insinuanti, ora declamatorie e terribili, ora arcigne, quando impostate su un growl basso e catacombale, contribuendo così con oscure pennellate alla realizzazione di un quadro sonoro vischioso, mortifero e infernale.

La seconda traccia, intitolata Naught But Death, si apre invece su toni meno opprimenti, con un riff dal forte sapore black & roll che ricorda non poco quello di The Blond Beast dei Marduk, presente sull'album Frontschwein del 2015, benchè le litanie evocanti empi rituali intonate da Arioch su tale riff riportino subito il tutto in puro territorio Funeral Mist (queste influenze sono in effetti presenti da sempre nel range sonore del progetto), mentre le parti vocali scelte per la strofa ci riportano nuovamente al lavoro svolto da Arioch per il colosso svedese.

La prima parte del pezzo si svolge così in modo molto catchy e trascinante, sia a livello di atmosfere che ritmicamente, prima che una porzione in odore di atmospheric black metal, molto evocativa e malinconicamente epica, irrompa nel brano e, priva di qualunque supporto ritmico, lo porti alla sua sfumata conclusione, palesando una volta di più la maestria di Arioch nell'inserire anche nei brani di più facile assimilazione della sua produzione elementi di rottura in grado di variarne sensazioni e dinamica in modo molto oculato e interessante.

La successiva Shedding Skin si apre come un'invereconda badilata sui denti, con chitarre furibonde e deraglianti lanciate su un blast beat indiavolato e senza freni (va detto che il lavoro di Lars B dietro il drum-kit è spettacolare lungo tutto l'album, potente, dinamico e fantasioso, davvero degno di una menzione particolare), prima che uno scarnificante rallentamento, guidato da una voce a dir poco straziante e straziata, vada ad arricchire lo sviluppo dinamico del brano, particolarià questa che andrà a caratterizzare l'intero pezzo, giocato sul continuo alternarsi di porzioni furiose e implacabili e rallentamenti dal grande impatto atmosferico, perfetti nel “caricare” la composizione e rendere le porzioni veloci ancora più impattanti e devastanti.

Molto funzionale l'uso che viene fatto del basso, utilizzato spesso per intessere semplici, efficaci trame melodiche all'interno del costrutto sonoro di questo come degli altri pezzi dell'album, mentre va rimarcato una volta di più come la libertà artistica di cui gode Daniel in questo suo progetto gli permetta di “colorare” vocalmente i vari brani, compreso questo, in modo sempre vario, convincente ed estremamente efficace.

Delirante l'inizio della quarta traccia, intitolata Cockatrice, le cui deviate linee di chitarra e synth ricordano non poco le geniali sperimentazioni osate da Snorre W. Ruch coi suoi Thorns nelle leggendarie Grymyrk Tapes, il tutto adagiato ancora una volta su un blast beat infernale che porterebbe il brano in territori non lontani da quelli cari ai Marduk più oltranzisti, non fosse per le continue incursioni di chitarre soliste portatrici ora di fraseggi ancora una volta deliranti e deviati, ora melodicamente epici e malinconici, nonché di spaziali suoni di synth che danno al brano un flavour quasi avant-garde, quando vanno ad arricchirne il tessuto sonoro, dando al tutto un effetto straniante e quasi psichedelico assolutamente irresistibile, per uno degli highligths assoluti dell'intero lavoro. E' proprio a questi suoni di synth che viene demandato il compito di sorreggere la parte centrale del brano dopo la furia che lo ha fin qui contraddistinto, mentre il suono di venti implacabili contribuisce a ricreare un'atmosfera di desolazione totale sinceramente da brividi, cosicchè si viene quasi tramortiti dal nuovo attacco in blast-beat chiamato a sorreggere chitarre tanto feroci quanto atmosfericamente dense che vanno nuovamente a fare da contraltare al suono siderale dei synth, prima che un'efficace quanto intensa porzione in mid-tempo prenda il controllo del brano, lasciando poi che sia la sola batteria a proseguire, portandoci senza soluzione di continuità alla successiva Metamorphosis, caratterizzata da un inizio trascinato e lento, perfetto tappeto su cui si stendono voci corali e rituali di grande impatto.

La sensazione di trovarsi immersi in un blasfemo cerimoniale prosegue lungo l'intero dipanarsi del brano, giocato su tempi lenti, voci aggressive e declamate che si alternano a canti salmodianti e, talvolta, di sacrale reminescenza, porzioni che l'approccio atmosferico del pezzo perverte dandogli un tono se possibile ancora più empio e diabolico, coadiuvate da un lavoro di insieme degli altri strumenti semplicemente perfetto nel sorreggere e valorizzare l'atmosfera rituale della composizione, con una batteria spesso percussiva e robante e riff di chitarra densi ed evocativi, splendidamente cesellati all'uopo.

Un brano da brividi, semplicemente grandioso, totalmente Funeal Mist.

La successiva Within The Without schiaccia nuovamente a fondo sul pedale dell'acceleratore, con chitarre deviate e schizoidi adagiate su un blast-beat nuovamente furente su cui la voce di Arioch ha modo di esprimere tutta la sua carica di odio e veleno verso il Dio degli uomini e il Creato intero, prima che tetre campane vadano ad implementare la carica nichilista e infernale del brano dando al tutto un tono di nera perdizione priva di pentimento o redenzione alcuna e che anzi sembra pascersi della dannazione pervicacemente ricercata e perseguita come unica via per la liberazione della propria essenza.

Il brano, pur non privo dei classici momenti di ritenzione e rilascio della tensione sonora ed emotiva caratteristici della scrittura del progetto, risulta uno dei più diretti e annichilenti dell'intero lotto, e si rivela estremamente vincente proprio nel riuscire a rendere tangibile il godimento e l'esaltazione che il mastermind Arioch prova, e noi con lui, guidati come siamo all'interno del suo immaginario sonoro e concettuale, nel crogiolarsi nell'oscurità e in ciò che il sentire comune identifica generalmente col concetto di “Male”.

L'ennesimo brano straordinario di un album che si rivela più solido ad ogni pezzo ascoltato.

La successiva Hosanna picchia ancora duro, guidata da un riff plumbeo e teso di grande efficaca che azzanna alla gola l'ascoltatore per lasciargli tirare un po' il fiato solo all'altezza dell'evocativo, declamato refrain, per risprofondarlo poi subito nella ferocia cieca e implacabile che invece caratterizza le strofe di questo ennesimo vorticoso viaggio fra le pieghe della tenebra più profonda.

L'intensità si mantiene costante lungo l'intero sviluppo del brano che, insieme al precedente, forma un'accoppiata a di poco letale per ferocia e impatto e che ci permette di constatare come Arioch sia in grado di scrivere canzoni estremamente dinamiche e avvincenti anche quando si tratta di dare libero sfogo al lato più furioso, iconoclasta e incontenibile della sua sensibilità artistica, il tutto senza che mai si abbia la sensazione che il mastermind perda il controllo della composizione ne tantomeno la focalizzazione sull'idea musicale che anima i vari pezzi, per un risultato finale sempre estremamente efficace e godibile (entro i limiti del genere, ovviamente).

Il compito di chiudere questo splendido lavoro è demandato alla più trattenuta Pallor Mortis, dall'incedere inizialmente lento e apocalittico (il modo in cui Arioch usa la voce in questa porzione mette sinceramente i brividi) che si sviluppa su un mid tempo cui una batteria inizialmente “spezzata” dona un tono deviato di rara efficacia, prima che il pezzo si dipani su tempi più regolari e catchy, con chitarre ruvide ma anche in grado di costruire melodie dannate e disperatamente intriganti, portatrici di un'epicità mortifera e malinconica che diventa gorgo di perdizione allorchè il brano subisce una decisa impennata in termini di velocità e le chitarre diventano un muro di smarrimento ossessivo e inscalfibile, muro su cui vanno a stagliarsi raggelanti voci di bambini per un effetto a dir poco inquietante.

Spetta proprio all'impenetrabile, stordente vortice sonoro costruito dalle gelide chitarre e da una sezione ritmica martellante e implacabile il compito di concludere il brano e, con esso, l'intero album in un tripudio di nichilismo e dannazione in cui solo la Morte viene riconosciuta come trionfatrice ultima e universale.

Un finale da applausi a scena aperta.

Come sarà ormai chiaro, giunti a questo punto della presente recensione, per chi scrive ci troviamo di fronte all'ennesimo gioiello della discografia dei Funeral Mist che, dopo il tripudio di consensi seguito alla pubblicazione di Salvation, non hanno più sbagliato un colpo e si riconfermano con questo Hekatomb ai vertici massimi della scena black metal più oltranzista e allo stesso tempo ricercata ed estrema (non solo in senso musicale).

Funeral Mist che, proprio in virtù di questa loro peculiarità, potrebbero soddisfare con il suddetto album i palati non solo di una larga fetta di appassionati al genere ma anche, grazie alla cura certosina messa sia in fase di composizione che di produzione dello stesso (produzione che é stata affidata nuovamente al fido Magnus “Devo” Andresson, bassista nonché produttore degli ultimi Marduk), avvicinare al genere quei neofiti che fossero alla ricerca di musica non solo estremante violenta, ma anche oscura e disturbante su più livelli.

Se fate parte di una di queste categorie, fate vostro questo album senza porre alcun indugio.

Non ve ne pentirete.

 

Edoardo Goi

90/100