30 LUGLIO 2018

Il progetto Hevvn si forma a Kharkiv in Ucraina nel 2015; lo stile è un Avant-garde Black/Death Metal molto particolare.

Il 5 aprile 2018, tre anni dopo la fondazione gli ucraini pubblicano il singolo “Genuine Scourge” e il 23 arile esce il loro primo Full-length intitolato “Deliverance” per una etichetta indipendente.

L’album contiene un totale di 10 tracce e la durata completa del disco è di 42 minuti e 17 secondi.

La lineup comprende Evgeniy Ivanov (Chitarra), Oleg Ivanov (Chitarra), Evgeniy (Chitarra, Basso, Campionamenti, drum machine).

Discreto album di black/death metal molto particolare; il gruppo ci mette del proprio per migliorare il genere con inserimenti di synth e di campionamenti di vario genere, che con la voce cavernosa del cantante rendono questo mix una cosa molto particolare e lo distinguono da altri gruppi dello stesso genere.

Sull'artwork: due statue di angeli in marmo con uno sfondo color pergamena, guardando la copertina non si capisce cosa ci si dovrebbe aspettare dal gruppo.

L’album si apre con una intro tutta strumentale di soli 56 secondi dal titolo “Of Fallen” intro di solo synth che ci trasporta in un mondo evocativo;

si continua con “Invoking Dweller Within Darkened Shrines”: intro lenta di batteria e chitarre, la voce entra in scena con un urlo in growl, la batteria bassa e martellante, con scambi veloci e confusionari che ci trasportano in un disordine dove non si riesce a distinguere nulla, la nostra mente viene rapita dal caos generato e il soundwinthing appare semplice, ma efficace, con passaggi accennati di synth, i quali rendono il brano particolare: ci si sente trasportare in un mondo angelico.

Terza traccia, “Ritualist”: intro velocissima con campionamenti elettronici, la voce cavernosa del cantante e la drum machine sparata al massimo, che rendono questo brano più vicino al genere elettronico che al metal, ma sa trasmettere lo stesso le sensazioni atmosferiche che la band ci propone. Rallentamenti repentini e un assolo di chitarra campionato rendono ancor più particolare il brano; ci si sente confusi su cosa si sta ascoltando e i blast beat incalzanti aiutano solo a disorientare l'ascoltatore.

Quarta traccia “Road of Sacrifices”: intro di batteria e chitarra a un ritmo medio-basso, si è sempre più confusi tra i rallentamenti e i campionamenti vari. Un giro di piano ogni tanto spunta fuori all’improvviso, il brano in questione dopo un po' scoccia e si appiattisce su sé stesso, non si riesce più a seguire le sensazioni che la band vuole trasmettere;

Quinta traccia “Traverse the Abyss”: intro lenta e confusionaria, non si riesce più a concentrarsi sui brani perché ci si addormenta, con i rallentamenti e gli inserti di synth ed effetti elettronici. Dopo un po' il rischio è di stancare l'ascoltatore: neanche le linee di piano che dovrebbero essere gli elementi più evocativi riescono a risvegliare la nostra immaginazione, tanto meno si ha la sensazione di trovarsi al cospetto di questi angeli, il brano sembra essere un agglomerato di elementi apposti senza un criterio preciso.

Con la sesta traccia, “King”, si apre la seconda parte dell’album: intro lentissima, piena di campionamenti e dopo un aumento sostanziale della velocità, non cambiano le sensazioni dell’ascoltatore, che tenderà facilmente a stancarsi e annoiarsi; in questo brano mancano momenti memorabili: si ritrovano solo tanta noia e ripetitività dei suoni, sonorità plastiche con una vena elettronica che prende il sopravento su tutto.

Settima traccia, “In Humility and Repentance”: intro in velocita medio-alta, nulla di nuovo, riff e giri già sentiti in tutto l'album, ci si annoia e non si è più in grado di concentrarsi su quello che la band vuole trasmettere. I mosh presenti nel brano e i rallentamenti continui e confusionari dopo un po' risultano stucchevoli e non danno nulla di nuovo al brano, gli inserti di chitarra acustica e la batteria quasi “normale” non danno nessuna novità.

Ottava traccia, “Adam”: intro di batteria quasi marziale e ingresso degli altri strumenti e della voce danno la sensazione di un vento nuovo, ma la percezione dura poco. Quando si inseriscono le tastiere rendono il brano molto simile alle tracce precedenti, si rimane ormai da diversi brani nel mondo reale e non riesce più a essere trasportato nel mondo della musica della band. Il campionamento del temporale è qualcosa ch non ci si aspetta, ma anche quest'impressione dura poco; il riff iniziale lo ritroviamo nel finale.

Penultima traccia “Genuine Scourge”: intro con tutti gli strumenti, la voce entra prepotente, mi sento ormai annoiato all'ascolto, l'aumento di ritmo non aiuta, i riff sono passaggi confusionari e i mosh con gli inserimenti elettronici annoiano sempre più, le parti sia quella death che quella black vengono completamente soppiantate dalla parte elettronica,

L’album si chiude con “Urn”: intro simile a una raffica e i campionamenti di campanelle e la voce quasi sussurrata ritrasportano ascoltatore nel loro mondo fatto di caos, ma tale senso di "dimensione onirica" dura relativamente poco, gli inserti di synth rendono poi tutto poco trascinante.

L' Aumento sostanziale della velocità non migliora l'ascolto rendendo anzi tutto più "incasinato e incomprensibile", senza mai arrivare al punto, si percepisce solo confusione, il synth non trasmette nulla e le emozioni che proviamo si riducono solo alla sensazione di trovarci di fronte a un lavoro senza direzione e incompleto.

Album incompleto e piatto dunque, il genere  black-death è quasi assente e viene soppiantato dall'elettronica, che dopo un po' stanca l'ascoltatore. I rallentamenti e i campionamenti vengono usati troppo (e male), le canzoni sono incomplete, senza un mordente e rendono ascolto piatto e quasi senza sentimenti. Il lavoro di produzione, registrazione e mixaggio è stato fatto alla perfezione, unica pecca: il volume della voce risulta troppo basso.

Lo consiglio solo a chi ascolta questo genere e a chi apprezza gli inserti elettronici continui, per capirlo e apprezzarlo è necessario più di un ascolto.

 

Daniele Blandino

50/100