11 SETTEMBRE 2018

Gli Hostia si fondano a Varsavia in Polonia del 2017 un anno dopo danno alla luce il loro debut album intitolato “Hostia” lo registrano per la label “Via Nocturna” il loro sound é un death/Grindcore la line-up comprende:

St. Xyxtus al Basso, St. Evaristus alla batteria, St. Anacletus alla chitarra e St. Sixtus alla voce.

Le tematiche che il gruppo affronta sono: anti religione, guerra e vita sociale.

Buon album di death grindcire con canzoni brevi, ma con una violenza inaudita da cui l’ascoltatore rimane abbagliato da ciò che sta ascoltando. Tutti i canoni del genere vengono sfruttati a dovere senza esagerare, ben ragionata e ogni nota di ogni canzone è studiata per violentare le orecchie di chi ascolta, il sound è aggressivo rendono questo album una cosa unica.

L’album è composto da 13 tracce e la durata totale dell’album e di 21 minuti e 23 secondi.

Artwork sono due teste mozzate di due personalità clericali su un fondo beige.

Si apre con “Corroded Cross”: intro di campane da chiesa e poi scatta tutta la violenza degli strumenti, la voce che passa da un growl a uno scream acidissimo rendono il brano una cosa unica la batteria velocissima e la chitarra tagliente verso il finale lascia senza fiato.

Si prosegue con “Heretic's Last Dance”: intro velocissima di tutti gli strumenti con entrata della voce e l’ascoltatore ha già le orecchie che sanguinano i blast beat velocissimi di batteria rendono bene la violenza musicale che la band vuole trasmettere,

Terza traccia “You Gonna Die”: canzone leggermente più lenta e più ragionata ma allo stesso tempo massacrante la voce rende il brano incomprensibile e si viene rapiti senza pietà dal gruppo.

Quarta traccia “Holy Extortion”: intro lunga e veloce canzone molto più death metal e molto ragionata senza mezzi termini il growl rende molto bene nel contesto del brano.

Quinta traccia “Home Rough Home”: la violenza mancante della traccia precedente la ritroviamo qua con una voce in pulito che si trasforma in un growl potentissimo da rendere l’ascolto molto particolare, con l’alternanza di pulito a gutturale che rende il brano molto sperimentale e acido allo stesso tempo.

Sesta traccia “Black Parasites”: canzone incalzante che riprende nettamente le prime trace dell’album non ci sono stacchi dall’intro, alla trofa, al finale è un blocco unico si rimane inermi travolti dal brano.

Settima traccia “Egodist”: traccia più lunga dell’intero album con i suoi 2 minuti e 19 secondi, intro di batteria e chitarra con una velocità medio-alta per i canoni del genere, l’ascoltatore viene inglobato completamente dalla violenza del gruppo che lo trasporta un mondo fatto di guerre e anti religione la canzone non ha troppi cambi di tempo;  un assolo dirompente di chitarra rende l’atmosfera del brano ancora più particolare e violenta;

Ottava traccia “I Will Not Follow”: intro di tutti gli strumenti, la voce entra violentissima nelle orecchie di chi ascolta ad alta velocità e il ritmo incalzante e lineare rendono il brano tutto a di fuori di un ascolto facile;

Nona traccia “Killed by Life”: intro di una violenza dura e cruda non lascia nessun respiro all’ascoltatore, vanno diretti della ferita e la cospargono con il sale per non farla cicatrizzare la infettano con la loro musica fatta di violenza pura ci si ricarica d’energia.

Decima traccia “Leatherface Kiss”: intro veloce con tutti gli strumenti, la voce entra prepotente, l’ascoltatore si rende conto che non ha più scampo a questo punto dell’album, gli rimane solo da farsi trascinare in questo nuovo mondo che il gruppo sta tessendo per lui ad ogni nota che suona.

Undicesima traccia “War Puppets”: canzone velocissima senza un minimo accenno di melodia solo morte e violenza: una guerra di note sparate, una piccola sezione melodica viene accennata, tuttavia poi viene letteralmente spazzata via dal resto.

Penultima traccia “Not Really a Christian Song”: intro lenta e quasi melodica la voce del cantante rende tutto più lugubro e straziante canzone molto controllata e ragionata sempre con un pizzico di follia, l’ascoltatore non riesce a carpire fino a che punto il gruppo vuole arrivare,

L’album si chiude con “Karl's Delicatessen”: l’intro veloce e lunga con l’ingresso della voce cavernosa rende tutto più monolitico e l’energia viene scatenata tutta in una volta sola, non c’è nemmeno un accenno di melodia l’ascoltatore è ormai rapito e perso in tutto questo caos e non capisce più niente.

Ottimo debutto una registrazione per il genere forse troppo pulita massima, la violenza, che lascia a fine ascolto. Non è un album che si capisce al primo ascolto per apprendere e digerire a pieno tutte le sfaccettature che l’album contiene. I musicisti sono ben preparati e l’alternanza dalla parte death alla parte grind si nota e viene amalgamata perfettamente un soundwrithing molto personale e che alla lunga non scoccia l’ascoltatore.

 

Daniele Blandino

68/100