5 OTTOBRE 2018

Autori di due full lenght accolti piuttosto bene da pubblico e critica (il debut Noema del 2014 e il successivo Malum del 2016) i norvegesi KVALVAAG approdano con questo SEID al terzo lavoro sulla lunga distanza sempre all'insegna di un black metal dai tratti tanto sinfonici quanto folkloristici adagiati su una base molto tradizionale, emanazione diretta di quanto prodotto in quelle lande nel corso degli anni 90.

Da sempre, infatti, la musica del duo di Oslo (composto in questa occasione dal membro fondatore e mastermind Kvalvaag alla voce, chitarra, basso e tastiere e da Carl Telal alla batteria) affonda le sue radici nel sound tipico della cosiddetta “seconda ondata” del black metal, e in particolare nelle band appartenenti a questa corrente provenienti dalla Norvegia come Darkthrone, Mayhem, Emperor, Burzum e primi Satyricon) ma, mentre l'esordio era caratterizzato da un afflato maggiormente grim e mortifero (benchè già fosse piuttosto presente l'utilizzo di tastiere e parti corali pulite dal tono epico), la successiva evoluzione ha visto il progetto aumentare in modo significativo la componente sinfonica ed epica della propria proposta, con richiami molteplici all'operato di band quali Emperor, primi Gehenna, Limbonic Art e Odium per quanto riguarda la componente sinfonica e di acts quali Enslaved, Windir e l'immancabile influenza dei seminali Bathory per quanto riguarda la componente epica e folkloristica, pur senza rinuniciare in alcun modo alla loro componente maggiormente grezza ed aggressiva di base.

Col presente Seid la band sembra voler fare un ulteriore passo in avanti in quando a definizione ed affinazione del proprio sound, costruito sulle meedesime coordinate del precedente lavoro in studio ma, fin da subito, palesemente più rifinito e curato, sia in fase di composizione che in quella di produzione.

La musica del gruppo, infatti, pur senza accantonare minimamente le asperità che da sempre la caratterizzano, appare in questa occasione senza dubbio più fluida e bilanciata rispetto a quanto proposto finora, con le componenti grim e sinfonico/epiche mai prima d'ora così ottimamente compenetrate l'una con l'altra, anche grazie alle scelte fatte in fase di produzione che hanno portato a un notevole calo della componente scabrosamente grezza che aveva sin qui caratterizzato il sound dei nostri nella sua componente più tipicamente black metal e il conseguente minor distacco fra questo aspetto del loro sound e la sua componente più raffinata ed evocativa.

Fin dai primi secondi dell'opener MARE, infatti, è palese lo sforzo fatto dalla band in tal senso, con parti orchestrali curatissime ed estremamente evocative (vengono alla mente, oltre ai gruppi citati in precedenza, anche gli straordinari Falkenbach) innestate su un tappeto black metal assolutamente congruo e scarnificante, ma allo stesso tempo sapientemente equilibrato in modo da non farlo mai cozzare con la magniloquenza delle parti più maestose del brano, rese ancor più evocative dall'ottimo utilizzo di imperiosi cori puliti. Degna di nota la scelta di lasciare il basso piuttosto alto in fase di mixaggio, scelta che conferisce al sound dei nostri una profondità e una presa di sicuro effetto e lo caratterizza in modo piuttosto personale.

Il risultato di tali scelte conferisce alla band di Oslo un sound non lontano da quello che caratterizzava i primi Gehenna (quelli, per intenderci, di Seen Through The Veils Of Darkness e, soprattutto, di Malice, piccola perla minore di black metal sinfonico datata 1996), benchè robustamente più epico e folkloristico, oltre che leggermente più vicino al riffing mortalmente gelido di Darkthrone e Burzum, rispetto a quanto prodotto dalla band di Sanrabb in quegli album.

Il brano scorre piuttosto bene, molto solido ed evocativo (ricordando a tratti anche i Dimmu Borgir a cavallo fra l'irruenza di Stormblast e l'attenzione al riffing di Enthrone Darkness Triumphant), assolutamente privo di ogni velleità di inventare qualcosa di innovativo ma al contempo ottimamente scritto e interpretato, e fa ben sperare per il proseguio dell'album.

Album che prosegue con la traccia NATTEGRØDE, dal grandioso attacco symphonic/black dai forti rimandi a Limbonic Art e Odium innerbato da potentissimi sentori death/black successivamente stemperati da ritmiche meno furibonde e serrate dove largo spazio viene lasciato alla maestosità di fondo della composizione (le parti di flauto usate nel bridge sono semplicemente bellissime, rimandando addirittura ai Dimmu Borgir del debutto For All Tid), benchè la componente black rimanga comunque sempre presentissima e martellante.

Una splendida porzione rallentata centrale da il via a una seconda parte di brano caratterizzata da un afflato epico ancor più spiccato, con porzioni dai rimandi quasi space di grande impatto implementati nuovamente dall'uso molto incisivo dei cori puliti, prima che una splendida porzione nuovamente rallentata dai contorni molto doom prenda possesso della composizione accompagnandola fino al termine, scandito da un disturbante suono di synth chiamato a suggellare in modo definitivo la carica di tensione accumulata nel brano.

La successiva VOLVESANG OM UNDERGANG si contraddistingue per la sua carica virulenta ed aggressiva che avvicina non di poco il sound dei nostri a quello degli austriaci Belphegor, nonostante il modo di gestire la componente sinfonico/orchestrale dei nostri rimanga piuttosto distante da quella del gruppo di Helmuth & Co., molto più vicina a sensazioni folkloristiche piuttosto che votata alla maestosità “classica” o operistica.

Ancora una volta la band opta per una pausa centrale nella composizione (anche questa piuttosto lunga, che sfora senza problemi i sette minuti di durata, così come le precedenti) chiamata a fare da preludio a una seconda parte di brano ugualmente arrembante ma nuovamente corroborata da una maggior propensione alla maestosità ( qui si che la componente sinfonica si avvicina a sentori maggiormente classici, mentre ancora una volta stentorei cori sono chiamati a portare il gradiente epico della composizione a livelli decisamente alti), soluzione che, nonostante si riveli a conti fatti ripetitiva, non priva affatto il brano di efficacia, consegnandoci un altro pezzo convincente ed ottimamente confezionato.

La successiva BERGTATT parte su toni estremamente trionfali ed evocativi, guidata da una doppia cassa implacabile, prima che una strofa dal carattere meno travolgente, graziata da splendidi contrappunti dai toni operistici, irrompa sulla scena per poi donare il proscenio a una parte dominata da un'epicissima voce pulita, perfetto punto d'arrivo di un inizio di brano estremamente coinvolgente e riuscito.

Molto bello lo stacco centrale del brano, preludio a una porzione dai toni maggiormente cupi di grande presa emotiva, impreziosita da uno splendido lavoro di chitarra e destinata a sfociare in un finale nuovamente dai toni maestosi che l'utilizzo di un arpa riesce a rendere ancora più incisivi, degna conclusione di un pezzo più snello rispetto ai precedenti ma altrettanto denso di atmosfere gelide e ancestrali.

La band dichiara apertamente tutto il suo amore per i primi Gehenna piazzando come pezzo successivo una riuscita cover del classico VINTERRIKET, brano contenuto originariamente nel già citato Seen Through The Veils Of Darkness, opera seconda dello storico act norvegese ai tempi guidato da Sanrabb e da Dolgar. Non è difficile, attrraverso questa versione piuttosto fedele all'originale, l'influenza che la musica dei Gehenna di quel periodo ha avuto sull'approccio alla composizione del mastermind Kvalvaag, qui impegnato a pagare un sentito e riuscito tributo a tale sua fondamentale musa ispiratrice.

Si ritorna alle composizioni originali con la title track SEID, inframezzo strumentale dai delicati toni orchestrali e corali dai risvolti soffusamente epici di grande presa emotiva (le parti di corno, coadiuvate da suoni naturali e versi di animali notturni, danno al tutto un'atmosfera sinceramente da brividi), ottimo preludio alla conclusiva I DYRETS TEGN, caratterizzata da un assalto all'arma bianca iniziale reso piuttosto disturbante da dissonanze ed effetti elettronici che rimandano al lavoro dei capostipiti del black metal industriale ed elettronico Mysticum, porzione in grado di accumulare un notevole livello di tensione che la band rilascia in una strofa trascinante, dominata ritmicamente da una doppia cassa inarrestabile e melodicamente da parti di tastiera e flauto di grande presa emotiva, costantemente brutalizzati da stacchi in blast beat nuovamente dominati da insinuanti, inquietanti parti di tastiera ed elettronica cariche di echi, riverberi ed effetti, splendido corollario a quello che è, a conti fatti, il brano più aggressivo dell'intero album, graziato da porzioni in odore di thrash metal estremamente trascinanti e da un refrain dominato da una melodia portante tanto immediata quanto accattivante, splendida conclusione per un album che non scriverà forse la storia del black metal, ma che si fa alfiere di un modo di intendere il genere sincero e creativo al tempo stesso, capace di risultare godibile e personale proprio in virtù di un approccio alla composizione scevro da qualunque desiderio di emulazione, e pertanto dotato di una voce propria.

Una voce che gli amanti delle sonorità in questione potrebbero trovare molto interessante, se dovessero decidere di prestarvi orecchio.

Da ascoltare.

 

Edoardo Goi

75/100