25 SETTEMBRE 2018

Il progetto nasce a San Paolo, Brasile, nel 2016 per mano del solista Mauro Cordeiro, con l’intento di unire gli stilemi più classici dell’hard rock, con l’heavy. Viene riscosso un discreto successo nel giro di breve, tanto che nel 18 aprile del 2017 viene pubblicato il primo album, ovvero quello che verrà posto sotto esame, “The lost arks of rock and roll”.

Nel caso non si conoscessero la storia e le intenzioni del progetto (e ignorando il titolo del disco), è sufficiente dare una breve occhiata alla cover dell’album per capire cosa si sta per ascoltare. Una sorta di Indiana Jones, non tanto dissimile da Mauro, col cappotto di pelle intento a fuggire da un tempio in fiamme impugnando una chitarra; la simpatica cover, disegnata da Milena Buzzinaro, ci fa capire in maniera diretta e leggera che Cordeiro vuole riportare alla luce vecchi (o classici) stili musicali, per donarli alla generazione attuale per il bene della musica (scienza).

E “The lost arks of rock and roll” non fa niente di più e niente di meno, proponendo un prodotto discretamente solido, con pezzi tutto sommato validi, e con un paio di tracce che rimangono in testa, proprio per via di quel non so ché di radiofonico.

Il sapore ottantiano delle canzoni è tangibile, dove hard rock, glam, qualche accenno di heavy e un paio di citazioni di prog vivono in questo disco, mescolati, però, in una salsa che sa di nuovo e non di stantio.

Come detto ci sono alcuni pezzi validi, quali per esempio “Burning Wire”, non a caso ne trovate pure il video; molto energetica e coinvolgente, la quale soffre di un inizio forse eccessivamente spezzettato.

Carina l’instrumentale “MotoCross”, poco meno di due minuti dove viene sprigionata un minimo di tecnica non fine a sé stessa.

Convincenti l’opener “Peaple (We’re chosen ones)” e “The slammer”.

Mentre degna del doppio ruolo a lei assegnatole la conclusiva title track, la quale non solo pone un degno epilogo ma racchiude e riassume abbastanza bene tutto il percorso che l’ascoltatore, sin lì, ha compiuto.

La produzione patinata restituisce un suono pulito, dando l’impressione d’aver restaurato un disco scritto, composto e fatto uscire verso la fine degli anni settanta\nel pieno degli ottanta, rimanendo coerente con la cover dell’album.

Difetti non ce ne sono, dato che tra le mani abbiamo un prodotto abbastanza compatto, forse l’unica barriera è proprio il genere a cui Mauro si è rifatto, ma vista la qualità generale non c’è molto di cui lamentarsi.

Non stiamo parlando di un capolavoro, ma comunque di un prodotto decisamente ben confezionato, e modellato con una certa cura. Meritevole di una possibilità.

 

Jonathan Rossetto 

70/100