22 AGOSTO 2018

Leggere il nome di paesi esotici e raramente associati alla tradizione metal alla voce “Paese di provenienza” di una band crea sempre una certa aspettativa dal punto di vista dell'originalità della proposta, oltre che una non trascurabile dose di curiosità. Non potevano sfuggire a questo fato questi Lelahell, band proveniente nientemeno che dall' Algeria. Forti dei consensi ricevuti col precedente full lenght Al Insane … The (Re)Birth Of Abderrahmane del 2014, album all'insegna di un death metal brutale arricchito da frangenti musicali pregni di rimandi alla tradizione nord-africana, i Lelahell (attualmente composti da Redouane Aouameur, alias Lelahell, alla voce e chitarra, Ramzi Curse al basso e Slave Blaster alla batteria, ma che nel presente disco vedono il solo Lelahell a occuparsi di tutti gli strumenti tranne la batteria, affidata al celebre Hannes Grossmann, ex batterista di Necrophagist ed Obcura e attualmente in forza agli Alkaloid e ai Blotted Sience) tornano sul mercato in questo 2018 col follow-up Alif sotto l'egida della label slovacca Metal Age Productions.

L' opener Paramnesia mette subito in chiaro come la band non abbia fatto alcun passo indietro riguardo all'approccio modernamente brutal che da sempre ne contraddistingue la proposta, benchè si denoti da subito una maggior rilevanza data all'aspetto tecnico (anche in termini di esposizione e “peso” a livello di mixaggio degli strumenti e scelta dei suoni, definitissimi e puliti) rispetto alla feroce aggressione sonora del passato, qui spesso stemperata da passaggi più complessi (vagamente prog-death, nell'approccio), oltre che dalle consuete divagazioni di stampo folk (inserite nei pezzi mediante fraseggi di chitarra dai chiarissimi richiami alla cultura musicale nord-africana, e non tramite l'utilizzo di strumenti tradizionali, nella maggior parte dei casi). Ci troviamo così di fronte a un melting-pot contenente al suo interno influenze che vanno dai Kataklysm ai Melechesh, così come dai Pestilence del periodo Spheres agli Obcura meno cervellotici. Tutto bellissimo, non fosse che il pezzo risulta macchinoso e assai poco trascinante, sia nei suoi momenti più aggressivi che in quelli più tecnici o melodici, arrivando alla sua conclusione senza decollare mai davvero, appesantito com'è da un riffing troppo monolitico e da variazioni sul tema che appaiono piuttosto estemporanee, fallendo l'obbiettivo di dare dinamicità al brano. Le cose vanno decisamente meglio con la successiva Ignis Fatuus, maggiormente aggressiva e diretta, col suo riff iniziale ferocemente black-death (si odono qui echi di Belphegor, oltre che dei già citati Melechesh) stemperato di tanto in tanto da porzioni mid tempo rocciose e trascinanti che ci riportano ai Kataklysm più thrashy e groovosi ma senza che mai venga meno l'atmosfera mediorientale che pervade l'intero brano (oltre che, fondamentalmente, l'intero lavoro) grazie agli onniprosenti intrecci chitarrstici fortemente debitori di tale tradizione musicale. Il brano scorre fluido e impattante, sicuramente più riuscito rispetto all'opener, ma, per contro, non colpisce in modo particolare, se paragonato a quanto prodotto dai pesi massimi nominati in precedenza. Introdotta da una breve strumentale dai forti connotati da colonna sonora intitolata Thou Shalt Not Kill, la successiva Ribat Essalem parte nuovamente come una scheggia di black/death metal di matrice mediorientale fortemente debitrice nei confronti dei già menzionati Melechesh, anche se priva della potenza descrittiva della band capitanata da Melechesh Ashmedi. Il brano si sviluppa su coordinate piuttosto dirette e d'impatto, tranne per alcuni stacchi dallo spiccato sentore prog-death in cui le influenze melodiche mediorientali hanno modo di spiccare in modo ancor più netto. Il brano si rivela godibile (la band sembea essere molto più convincente quando gira ad alti regimi), ma ancora una volta si ha la netta sensazione che, a livello di songwriting, al gruppo manchi qualcosa per poter competere ai massimi livelli, nel genere di appartenenza. La successiva Adam The First si muove più o meno sulle stesse coordinate sonore, anche se qui sono evidenti alcune influenze attribuibili al brutal death più moderno che vanno un po' a stemperare l'afflato “folk” dei brani precedenti (non che in questo pezzo tali influenze siano del tutto assenti), per un brano si solido, ma anche piuttosto anonimo, non fosse per alcune interessanti soluzioni ritmiche ora più vicine al prog ora più vicine alla musica tradizionale mediorientale che di tanto in tanto vanno ad arricchirne il costrutto ritmico. La successiva The Fifth parte con un bel riff potente dai forti richiami Morbid Angel (benchè l'approccio si mantenga comunque piuttosto moderno) per poi dipanarsi su coordinate più vicine ai Kataklysm più recenti, per pesantezza e scelte ritmiche. Molto bello il riff che fa da ossatura al riuscito pre-chorus per un pezzo che, nonostante risulti praticamente privo dei caldi riferimenti alla tradione musicale nord-africana, possiamo ritenere piuttosto godibile. Musica tradizionale nord-africana si riprende invece prepotentemente la scena nella successiva, ottima, InsirafMartyr, uno dei brani più convincenti del lotto, col suo inizio fortemente radicato in tale tradizione sia a livello di riffing, che di melodia, che di scelte ritmiche, prima che il brano decolli decisamente su coordinate ancora una volta black/death piuttosto moderne ma con uno sviluppo finalmente convincente e appassionante, screziato dalle frequenti incursioni “folk” presenti nel costrutto del pezzo e in grado di rendere finalmente il brano più profondo e incisivo, sensazone che non scompare nemmeno quando il riffing delle chitarre assume contorni ancor più moderni grazie al modo in cui la band riesce ad inserirli all'interno del pezzo senza che questo perda il suo punto focale o la sua efficacia. La successiva Litham (The Reach Of The Kal Asuf) sembra voler dare un po' di tregua all'ascoltatore dopo una serie di brani fortemente improntati all'aggressività, rivelandosi all'ascoltatore su evocative note arpeggiate e pulite, prima che un riff cadenzato e marziale, poggiato su una ritmica implacabile, vada a tratteggiarne l'effettivo sviluppo, contrassegnato da una voce inizialmente recitata e poi più canonicamente in stile black/death (nonostante Lelahell non spicchi ne nello scream ne nel growl, anche se le parti vocali non presentano pecche particolari). Il brano si palesa come uno dei più strutturalmente complessi dell'intero lavoro, con una riuscita dinamica in crescendo che vede passare il pezzo dall'iniziale incedere marziale ed evocativo a successive porzioni via via più intense e aggressive fino ad arrivare al martellante blast-beat che ne caratterizza la porzione centrale, prima che siano nuovamente la marzialità e l'atmosfera opprimente a prenderne il possesso, guidandolo verso il finale nuovamente contrassegnato dalle iniziali note arpeggiate sotto le quali una ritmica nuovamente in blast-beat crea un contrasto piuttosto riuscito. Un'altro ottimo brano, anche se l'impressione che manchi sempre qualcosa per fare il salto di qualità fatica a dissiparsi del tutto. La successiva Parasits è una bordata furibonda e pesantissima che, anche grazie alla durata limitata (si tratta del brano più veloce dell'intero lavoro) risulta vincente e impattante, benchè non certamente memorabile, far bordate di brutal moderno, rallentamenti pachidermici al limite del break-down, accelerazioni al fulmicotone e rari interventi solisti dal sapore mediorientale. L' album si conclude con il brano strumentale Impurity Of The Mutants, col suo riff iniziale lento e maestoso che, dapprima brutalizzato da un blast-beat velocissimo, lascia presto posto a una porzione maggiormente incalzante presto spazzata via anch'essa da un'implacabile blast-beat su cui si posano feroci riff ancora una volta di matrice black/death, in un continuo alternarsi di accelerazioni e ripartenze che un particolare assolo di basso porta verso la conclusione. Un brano che sinceramente non lascia traccia di se nell'immaginario dell'ascoltatore, apparendo fin da subito piuttosto sconclusionato e inadatto a chiudere degnamente un album. Finisce così un disco con qualche luce e parecchie ombre, dove la perizia tecnica dimostrata dai musicisti (assolutamente inconfutabile) non riesce a sopperire alla mancanza di una scintilla di reale unicità o maestria compositiva in grado di dare alla musica dei Lelahell quel qualcosa in più che possa permettergli di rivaleggiare ai massimi livelli nel loro genere di appartenenza. Per ora la band si posiziona in seconda (se non in terza fascia), anche se le doti musicali dimostrate non precludono la possibilità che la band in futuro possa trovare il modo di fare l'agognato salto di qualità. Rimandati.

 

Edoardo Goi

55/100