15 GENNAIO 2018

L’India, seppur in misura minore rispetto all’Europa ed all’America, non è mai stata esente da certo underground metallico e si avvale in questo caso di una band dedita agli insegnamenti del buon Forsberg (alias Quorthon). Tale band, o meglio one-man band, si chiama Man Daitõrgul, nata nel 2010 ad opera del mastermind Nagh Ħvaëre che si avvale di volta in volta di turnisti al basso e batteria ma di fatto è lui ad occuparsi di tutto. Non è dato sapere altro sul progetto a causa di informazioni praticamente nulle o scarse, quindi non è ignoto se l’album che verrà recensito, chiamato Gulkenha, sia il debutto o no. Come anticipato, sul versante musicale, il sound poggia le fondamenta su di un epic/black metal riconducibile ai Bathory e non solo nello stile. Tutto è riconducibile alla leggendaria band svedese a partire dalla produzione scarna ed old school, grezza e sporca come se fosse registrata anch’essa in un garage. Andando poi nell’ascolto del disco si percepiscono ovviamente le influenze e la cosa peggiore che salta all’orecchio è che non emerge altro, soprattutto a livello di personalità. Gli schemi sono fin troppo abusati: tappeti di tastiere evocativi, rumori di battaglia (l’opener “Ħaram am Drokelйa”) ed un approccio alla melodia molto pagan/battagliero sia negli arpeggi che nei riffs di chitarra. A questo vanno aggiunte le classiche sfuriate black metal mischiate spesso ad intermezzi più atmosferici (la dispersiva “Man Daitõrgul - Slăm Iƥe Kaldrath”) che però anziché descrivere e trasmettere qualcosa all’ascoltatore finiscono per far fare solo confusione. Va detto che diverse volte il lavoro della sei corde risulta abbastanza spento e carente nel livello compositivo, presentando un collage di riffs slegati tra loro come nella mal riuscita “Evaƥ og Ovre Voħrænŋ” tranne in un piccolo colpo di coda presente nella finale “Neħvreskйgaidanŋ” dove il guitar work risulta vario ed interessante. Il cantato è il quasi unico accenno di originalità presentandosi tramite uno screaming narrante che ben si integra alle canzoni. Altro dettaglio da non sottovalutare a tema vocale è l’uso dei cori (si ascoltino “Kħazesis Gleivarka” e la simil sinfonica “Gulke Nagh”) che, dispiace dirlo, sono davvero brutti e fatti male, pieni di stonature che stroncano quel poco di epicità presente. Delle rimanenti tracce poco si salva se non qualche incursione teatrale da parte delle tastiere o qualche melodia più riuscita ma ciò aiuta poco a risollevare le sorti del disco. Dispiace dirlo ma, tralasciando i fanatici dell’epic black metal più underground, un lavoro del genere risulta troppo pieno di difetti (soprattutto a livello compositivo) per trovare un posto nel sanguinario mondo musicale. Manca la sostanza ed una solida identità e finché non salteranno fuori tale band faticherà a trovare una via.

 

Enzo 'Falc' Prenotto

45/100