23 GIUGNO 2018

LINE-UP

Biller Perakis - basso

Eleni Nota - batteria

Nikos Letsios - chitarra

Panagiotis Kottaras - chitarra

Chris Kontoulis - voce

 

I Mask of Prospero si sono formati ad Atene nel 2014. Il 15 settembre del 2015 registrano l'EP “In Absence” contenente 4 tracce. Il 15 aprile di quest’anno hanno debuttato con l’album intitolato “The Observatory”.

Suonano un Progressive Metal influenzato molto dal Crossover e dal Nu-Metal. Buon album di progressive metal con tante sfaccettature e molte influenze di altri generi, miscelano bene tutto questo in un sound particolare. Le Tastiere svolgono un lavoro magistrale amalgamando perfettamente lo stile e c’è un’alternanza tra voce maschile e femminile che trasportano l’ascoltatore verso una nuova dimensione personale. La musica dei “Mask of Prospero” non va ascoltata solo con le orecchie ma anche con la mente ed il cuore. L’album si apre con “Dust in the Sky”: una bella opener, che inizia con una intro di tastiere, che creano una buona atmosfera insieme alla voce femminile. Le chitarre taglienti e distorte fanno subito capire che non sarà un percorso facile e non è tutto rose e fiori. La durata di questa traccia è di 2 minuti e 58 secondi ed è anche la più breve dell’album.

Si continua con “Drown in Grey”: l'intro è un insieme di tutti gli strumenti, l’ascoltatore rimane confuso da questa improvvisa nuova atmosfera, subito moderata verso un qualcosa di più tetro e particolare, grazie al rallentamento e alle voci che continuano ad alternarsi. Ci si ritrova dentro la propria mente ad affrontare l’inizio del viaggio già annunciato dalla band all'inizio; i crescendo di chitarra e degli strumenti rendono il brano ancor più particolare.Terza traccia “Frozen in Time”: brano che inizia spiazzando l’ascoltatore, è immediato, le influenze del crossover e del nu-metal si sentono da adesso in maniera decisa, canzone incalzante con una batteria martellante a tratti quasi industrial. Una variazione sostanziale di ritmo con un campionamento di tastiere sancisce il passaggio tra il prog e il crossover. Quarta traccia “The Portrait”: Intro molto peculiare, con un arpeggio di diversi strumenti, tastiere e violini. Un intro che mette calma, subito però spezzata dalla voce del cantante che entra prepotente, con un aumento della velocità ed un crescendo. L’ascoltatore ritrova la pace quando le tastiere tornano tempestive riprendendo la parte iniziale del brano. Si sente ritornare lo stile del brano precedente e prende il sopravvento rispetto alla parte progressive, si perde l’ atmosfera creata dalle prime due tracce.

Quinta traccia “The Journey”: canzone con un ritmo lento e cadenzato suonato con chitarre acustiche ed un incipit in arpeggio; rende idea della sofferenza, ritorna il colore cupe di inizio album, il piano rende ancora tutto più ambient. Sesta traccia “The Way Back Home”: Intro immediata e incalzante, confusa, si viene rapiti ancora di più dal gruppo. Un urlo in growl, spiazzante, finché ritorna solo dopo la voce pulita nel finale anch’esso repentino, a sorpresa.

Settima traccia “The Observatory”: È la title track; da un riff arpeggiato di chitarra elettrica si scatenano, in seguito, gli strumenti insieme alla voce in modo potente. Un misto di stili: dal crossover, al death, al black, e al nu metal; un’accozzaglia di generi che rendono il brano confuso. Si viene travolti dalla confusione, non si sente l’ambient, e i motivi delle precedenti tracce vengono, momentaneamente, meno. Anche il finale non riesce a riportare la calma precedente, ci si perde per capire che stile stanno usando. Penultima traccia “Ignorance”: Incalzante, un’intro all’unisono, il progressive viene soppiantato da altri stili, quali il crossover, il nu-metal, come nella traccia precedente. La voce femminile, non basta, a riportare l’ascoltatore nella situazione emotiva di inizio album, ormai le promesse a riguardo sono infrante. I passaggi con voce sia in scream che in growl non risollevano le sorti del brano. L’album si chiude con “This Road Leads to Desolation”: il brano inizia con la pioggia, la tastiera è cupa, insieme alla voce del cantante, l’atmosfera si fa malinconica. l’ascoltatore viene fatto rientrare in un’atmosfera solitaria e fredda, appunto di malinconia, ma tutto questo dura poco poiché viene risvegliato da un aumento di velocità, il tetro ritorna solo nel finale.

L’album risulta incompleto e confuso, la premessa cupa e malinconica viene un po’ delusa, la componente crossover prende il sopravvento rispetto alla parte progressive. Assomiglia, per certi aspetti, a un album degli Slipknot o dei System of a down. Se fosse stato studiato meglio, magari in fase di composizione o di sound writing, avrebbe avuto tutte le carte in regola per risultare meglio.  lo consiglio, caldamente, a tutti quelli che amano il crossover, non è un album che si capisce al primo ascolto ma, tuttavia,  una possibilità va data a questo lavoro.

 

Daniele Blandino

60/100