30 MARZO 2018

I “Primitive Race” sono una band di Los Angeles industrial e la line up è formata da turnisti per il primo album. Il secondo album, "Soul Pretender", prende una direzione verso il rock alternativo. Il fondatore Chris Kniker sceglie una formazione stabile con il cantante Chuck Mosley (Faith No More) e il batterista Dale Crover (Melvins). I veterani del gruppo Mark Gemini Thwaite (Peter Murphy, Tricky, MGT) e Erie Loch (Blownload, Wiccid) completano la formazione.

Buon album di Alternative metal con influenze Industrial. L'Album è composto da 10 tracce. L'artwork è caratterizzato in primo piano con il mezzobusto di una persona; dietro questa figura lo sfondo violaceo con sfumature blu.

L'album si apre con “Row House”: canzone molto calma e rilassante, con pochi punti di forza, ha un ritmo molto lento e i passaggi strumentali piatti e lineari danno all'ascoltatore un senso di calma. La durata del brano è di 2:25 minuti e in questo poco tempo la band ti trasporta in questo mondo utopistico.  Il lavoro di songwriting è magistrale e ben mixato; l'album prosegue con “Cry out”: canzone più aggressiva e veloce come ritmo, il mondo dove l’ascoltatore si trova non è solo calma e tranquillità, ma in questo brano, troviamo anche la parte negativa di questo paradiso con la musica che trasporta negli angoli oscuri di quest’ultimo. La durata del brano e di 4:17. In questo tempo il gruppo amalgama bene sia la parte melodica che quella elettronica, questo mix rende il brano leggero da ascoltare e appetibile a chi lo ascolta, non ci sono molti passaggi tecnici complicati.

Terza traccia “Cranial matter”: canzone banale in tutti i sensi sia musicalmente, con passaggi prevedibili, sia con i rallentamenti sentiti milioni di volte in tracce o in album simili. È una traccia ruffiana, la band in questo caso ha fatto un lavoro  banalissimo per piacere a più ascoltatori possibili, la traccia dura 4:14 di noia e di riciclo musicale.

Le buone idee che c’erano nelle due tracce precedenti sono state mandate al vento in questa canzone. 

La quarta traccia è “Take it all”: brano molto veloce ed aggressivo rispetto alla traccia precedente meno ruffiano e tecnicamente perfetto, il lavoro del guitar works è molto ben eseguito; nella parte centrale, un rallentamento che stona dal resto del brano, la traccia dura 3:11 e l'ascoltatore si trova davanti a un grande cascata ed è in contrasto con le emozioni che prova. Buona idea di scrittura musicale e interpretazione un po' cupa del cantante rendono questo brano uno dei migliori dell’intero album.

La prima parte dell’album si chiude con “Bed six”: brano gradevole da ascoltare, in questa traccia la parte elettronica è quasi sparita del tutto, ed è un lavoro sublime nella parte strumentale e l'ascoltatore si addentra sempre di più nell'oscurità. Le buone idee della traccia precedente in questa sono migliorate e ampliate; il sound writing ben ricercato, ma in alcuni passaggi un pochino ripetitivo e quasi scontato, nel complesso però, è ben amalgamato e l' interpretazione di Chuck Mosley è molto buona.

La seconda parte si apre con “Stepping Stone”: traccia abbastanza corta, ma nella sua breve durata ha una carica impressionate e l'ascoltatore rimane colpito dalla potenza. Idee molto buone anche in questo brano musicalmente perfetto, una ricerca dei suoni ben calibrata, registrata e mixata benissimo con la perfetta interpretazione dei musicisti.

Settima traccia “Turn it up”: brano inferiore rispetto alle tracce precedenti, in molti punti banale, ma in altri è sorprendente, è un brano indeciso e ruffiano, tuttavia, innovativo e l'ascoltatore si sente spiazzato nel primo ascolto: per capirla va ascoltata diverse volte, poiché è un brano sperimentale e con molte sfumature.

L' ottava traccia è la title track “Soul pretender”: brano lento e ripetitivo e banale con passaggi scontati e le buone idee delle tracce precedenti vengono del tutto ignorate, l'ascoltatore prova un sentimento di noia ed all'ascolto è spaesato e confuso.

La penultima traccia “Nothing to behold”: come la precedente è molto ripetitiva e banale, la parte elettronica è ben presente e apre molto al commerciale, la scrittura musicale è molto basilare, niente sperimentazioni, una classica traccia radiofonica.

L'album si chiude con la traccia più lunga dell’intero album “Dancing on the sun” ottima traccia di chiusura, sperimentale, ma, al contempo, riprende sotto certi versi l'intro dell’album. La band ha dato il massimo in questo brano e l'ascoltatore viene catapultato di nuovo nel mondo reale, la parte elettronica è in sottofondo, la struttura portante e ben realizzata e il muro di chitarre si amalgama bene al resto dell’arrangiamento.

Un album sperimentale, ma anche un pò banale e commerciale, in tanti punti le influenze dei gruppi alternativi radiofonici sono ben presenti.

Un album che comunque consiglio un pò a tutti perché semplice e leggero.

 

Daniele Blandino

70/100