23 OTTOBRE 2018

Attivi fin dal lontano 2003 e forti di una discografia che conta tre full lenght (oltre a questo TRINITITE, uscito nel 2016, annotiamo anche Neophobia? Del 2010 e il debutto Engel Der Nacht del 2005) e un singolo (intitolato Toxic Skin e datato 2015), gli spagnoli PSIDERALICA ci sottopongono questo loro nuovo nato concretizzatosi sotto forma di 11 brani a metà strada fra il rock/metal industriale e forti tentazioni ellettro-pop che l'ingresso in formazione, avvenuto nel 2007, da parte della cantante Lady Marian (moglie del chitarrista e fondatore Tony Kernel) ha reso veppiù palesi e pesanti nell'economia del suond dei nostri, orientato agli esordi verso lidi industrial metal gothicheggianti debitori tanto del suono reso celebre dai teutonici Rammstein quando del rock gotico con cantato femminile molto in voga a cavallo fra gli anni 90 e la prima metà degli anni 2000, genere portato al successo da acts quali The Gathering, The Third And The Mortal o i nostri conterranei Lacuna Coil.

Con una formazione completata da Silvia Panic al basso e da Nak Prime alla batteria ecco quindi la band presentarci in pompa magna un lavoro dallo spiccato appeal commerciale, ma non scevro di interessanti spunti di interesse sia dal punto del riffing che da quello delle atmosfere evocate, forti di una solidità esecutiva e compositiva evidenti e di una non trascurabile esperienza musicale.

Si parte subito forte con la title track TRINITITE (brano che è stato scelto come primo singolo dell'album e del quale è stato girato anche un video), nome che gli scienziati diedero al residuo vetroso formatosi nel cratere provocato dall'esplosione del primo ordigno nucleare statunitense nell'esperimento denominato Trinity avvenuta nel deserto del Nuovo Messico il 16 luglio 1945 nell'ambito del famoso Progetto Manhattan.

Il pezzo, introdotto da una breve intro parlata, poggia su un solido riffing (ottimamente coadiuvato e reso decisamente, e appropriatamente, sintetico da un ottimo lavoro di elettronica e synth) e sulla voce di Lady Marian, cantante in possesso di una vocalità dai toni decisamente catchy ma non priva di una buona dose di aggressività, benchè quasi sempre molto pulita e controllata, per lo meno in questo brano, e si rivela un singolo perfetto per l'album in esame, grazie alla sua struttura semplice e di impatto e alle sue atmosfere agrodolci in grado di danzare con profitto fra gli aspetti più pesanti e quelli più melodici della musica dei nostri.

Un inizio davvero incoraggiante, per gli ascoltatori maggiormente avvezzi a queste sonorità.

Si prosegue con la già nota TOXIC SKIN, brano pubblicato nel 2015 come singolo e oggetto a sua volta di un video, pezzo dall'afflato maggiormente acido e disturbato, debitore in modo nemmeno tanto celato dei Nine Inch Nails più classici, ma sempre pesantemente screziato da sentori e melodie maggormente ariose e easy listening, stavolta concretizzatesi in un ritornello estremamente catchy ma sufficientemente ben realizzato da non risultare eccessivamente zuccheroso o leggero.

Un brano piacevole, ottimamente giocato fra luci e ombre e, a conti fatti, assolutamente riuscito.

Lo spettro dei Rammstein riappare prepotente nella successiva IN A WHILE in virtù di un riffing deciso e tagliente chiamato a stagliarsi su ritmi spiccatamente dance, mentre è ancora una volta l'immediatezza melodica a dominare il nuovamente riuscito ritornello, echeggiante si sentori non lontani dall'operato di artisti come la prima Avril Lavigne o la Alanis Morrissette più “punk” , ma anche capace di rendere il tutto credibile per il pubblico rock in virtù di un'atmosfera di base comunque piuttosto cupa e algida, in grado di legare insieme ogni componente del brano in modo coerente e funzionale.

La successiva VIOLET SHADOW riecheggia ancora industrial metal d'annata (NIN e vecchi Marylin Manson su tutti) nella strofa, mentre spetta nuovamente al refrain il compito di portare il brano su lidi più commerciali, con una formula che, giunti al quarto pezzo, benchè sempre garanzia di ottima fruibilità, inizia a mostrare un po' la corda, benchè il brano scorra comunque fluido e sufficientemente impattante. Molto bello lo stacco centrale, dominato da chitarre noise alternative coadiuvate da una linea di basso deliziosamente liquida, vero tocco in più di un brano altrimenti tanto funzionale quanto simile nella costruzione ai brani che lo hanno preceduto in scaletta.

E' l'elettronica a dominare l'inizio del pezzo successivo, intitolato ReEVOLUTION, benchè le chitarre elettriche non manchino di far sentire la propria presenza all'interno di un brano a conti fatti marziale e pesante, benchè sia sempre l'estrema fruibilità a dominare l'ancora una volta melodicissimo ritornello. Molto oculato e funzionale l'uso che la band fa dell'elettronica all'interno di questo come dei vari brani, grazie a un lavoro molto calibrato della stessa, in grado di arricchire i brani senza appesentirne eccessivamente la pasta sonora.

Ed è proprio l'elettronica a farla da padrona nella successiva LIKE A SHARK IN BLACK WATERS, brano che vede la band allontanarsi parzialmente dal suono oppressivo e comunque molto potente che aveva fin qui contraddistinto l'album per addentrarsi in territori più acidi e lattiginosi, oltre che più melodici e catchy, che, se da un lato abbassano non di poco il gradiente di pura aggressività del disco, dall'altro ne aumenta la longevità proponendo un suono e un modo di strutturare i brani diverso dal trademark ammirato fin qui, cosa che non può che farci piacere.

Il brano seguente, intitolato AMOEBA, denota fin da subito un recupero della ruvidezza e della predominanza della chitarra distorta all'interno degli equilibri che costituiscono il sound dei majorchini, mentre la voce continua a mantenersi pulita e gradevole e l'elettronica viene usata in modo assolutamente congruo e consapevole, per un brano ancora una volta convincente, benchè parzialmente affossato da una certa ripetitività di fondo che sembra gravare, giunti a questo punto, sull'intero lavoro, se non altro a livello di strutturazione dei brani che, presi singolarmente, risultano tutti estremamente ben realizzati ma che, messi uno in fila all'altro, non possono che suscitare una certa sensazone di deja-vu fra un pezzo e l'altro.

La successiva SELFISH inizia immediatamente su toni piuttosto disturbanti e cupi, per poi evolversi su un tempo medio grazie al quale la band ha la possibilità di dimostrare la propria tenuta anche su un brano come questo, dall'incedere piuttosto marziale e pesante e dall'atmosfera conseguentemente più plumbea. Anche il ritornello del pezzo sembra adeguarsi a questo mood, risultando stavolta si catchy e facilmente memorizzabile, ma anche screziato da una sofferenza e da un senso di disperata frustrazione di grande efficacia.

Si continua su toni decisamente meno opprimenti con la successiva NEW GOD, giocata su ritmi briosi, ottimi riff di chitarra dal taglio sintetico e da linee vocali assolutamente catchy e trascinati, per un brano dallo spiccato appeal commerciale che non avrebbe sfigurato se presentato come singolo, grazie a rimandi anche ai top sellers Muse, evocati grazie all'uso di arpeggiatori che ricordano non poco l'operato e le atmosfere della band britannica guidata da Mattehw Bellamy, oltre che a rimandi per nulla velati alla dark wave in salsa dance tipica degli anni ottanta.

Rimandi che si fanno ancora più pesanti nella successiva FAR FROM PAIN, brano che vede come ospite il duo synthpop Mondtraume, il cui contributo sposta in modo ancor più deciso le coordinate sonore dei nostri su lidi spiccatamente dark wave (impossibile non citare in tal senso l'influenza di una band fondamentale come i Depeche Mode, ma anche le intuizioni degli Spandau Ballet meno piacioni) che rendono il pezzo tanto derivativo quanto saporito, in grado di saziare senza dubbio gli appetiti degli ascoltatori maggiormente avvinti da dette sonorità senza che l'operato della band risulti, al contempo, eccessivamente didascalico.

L'album si chiude col pezzo THIS IS MY LIFE X, pezzo che vede la band portare all'estremo alcune sue peculiarità, su tutte la sua componente industrial metal, grazie a un riffing potente che avvicina, in alcuni frangenti, la proposta dei nostri addirittura a sonorità ruvidamente nu (inteso nella sua accezione meno “korniana” e più vicina a acts come Disturbed), oltre che alla sua componente dance, in questo brano ancor più in evidenza che nel resto dell'album.

Tutto questo viene chiamato a supportare linee vocali briose e nuovamente votate all'immediatezza più spiccata, per un pezzo molto riuscito che chiude in modo più che degno un album che farà storcere il naso ai puristi del metal classico (che farebbero bene a rimanere piuttosto lontani da questo platter) ma che non mancherà di incuriosire i palati degli ascoltatori maggiormente border-line i cui gusti comprendano gli acts citati nel corso della presente disamina.

Nulla di nuovo sotto il sole, ma un album solido e gradevole.

Nel loro ambito, promossi.

 

Edoardo Goi

70/100