26 AGOSTO 2018

Non tragga in inganno la dicotomia Refuge stampigliata a chiare lettere sulla copertina di questo Solitary Men.

C'è scritto “Refuge”, ma si sarebbe potuto tranquillamente scrivervi “Rage” (anche il lettering scelto per il logo della band non lascia grandi dubbi a riguardo).

E “che” Rage.

Dietro il monicker Refuge si cela infatti una delle formazioni più amate di sempre della band teutonica, ora come allora capitanata dall'immarcescibile Peavy Wagner, e più precisamente quella responsabile, a cavallo fra gli anni 80 e gli anni 90, della pubblicazione di capolavori del calibro di Perfect Man, Secrets In A Weird World, Reflections Of A Shadow, Trapped! e soprattutto dell'inarrivabile (per chi scrive) The Missing Link, autentico gioiello di assoluta perfezione heavy-power-thrash da tramandare ai posteri, nonché apice assoluto della discografia dei nostri.

Troviamo quindi, oltre all'immancabile Peavy Wagner alla voce e al basso, il sottovalutatissimo Manni Schmidt alla chitarra (uno dei chitarristi dal tocco e dallo stile più personali di tutta la scena power e non solo, da sempre criminalmente snobbato dal grande pubblico) e Chris Efthimiadis alla batteria, per una reunion che ha messo non poco in fibrillazione gli animi dei fan più affezionati a quella fase storica della carriera della band tedesca.

Come tutto ciò non bastasse a suscitare un forte senso di amarcord, abbiamo anche il ritorno di Andreas Marschall come autore della copertina dell'album, e il suo tratto inconfondibile non può che riportarci all'istante indietro a quegli anni in cui la scena power europea stava per esplodere a livello mondiale.

Andreas che aveva già firmato in passato la cover dello storico Trapped! del 1992 (oltre a quelle degli ep Extended Power del 1991 e Beyond The Wall del 1992, e che si occuperà di fornire i suoi lavori anche per le copertine di lavori successivi a quelli realizzati dai Rage con questa formazione,come Black In Mind e End Of All Days, fra i più celebri) e il cui nome è legato a doppio filo a tutta la scena power europea degli anni 90 (con lavori entrati nell'immaginario collettivo per band come Blind Guardian, Running Wild, Stratovarius, Hammerfall e Grave Digger, fra gli altri).

Ma, più di ogni altra cosa, è la musica contenuta in questo album a farci fare immediatamente un balzo indietro nel tempo, in virtù di un approccio volutamente “manieristico” alla composizione che ci restituisce intatta la magia e lo stile maturati dai Rage durante quei gloriosi anni del loro percorso musicale (anche se l'oscurità e la pesantezza di un album come The Missing Link vengono solo sporadicamente lambite, preferendo la band assestarsi su uno stile più vicino a quello più melodico e hard rock-oriented di album come Perfect Man o, soprattutto, Trapped!).

Tagliamo subito la testa al toro: la freschezza e la spontaneità di quegli storici album è irriproducibile (allora i componenti della band erano dei ragazzi che volevano conquistare il mondo a suon di potenza e melodia, ora si tratta di persone mature e con tutt'altro impeto), la band ne è perfettamente consapevole e sopperisce a questa mancanza con un entusiasmo e un desiderio di far riaffiorare le vecchie emozioni assolutamente palpabile, sfornando un album che non raggiungerà forse il livello dei passati capolavori, ma che si rivela solidissimo, estremamente godibile e a tratti sinceramente entusiasmante, oltre che portatore di un sound unico del quale, a dirla tutta, si sentiva la mancanza, parlando dei Rage ( nonostante il recupero di alcune di queste sonorità da parte dell'ultima incarnazione della band che, si badi bene, non è affatto sciolta, anzi, prosegue la sua carriera sotto lo storico monicker Rage, sempre con Peavy ben saldo al timone).

Si parte subito forte con la trascinante e veloce Summer's Winter, pezzo potente e frizzante che mette immediatamente in mostra una band assolutamente in palla e in grado di riappropriarsi del proprio trademark sonoro con una semplicità disarmante, con la chitarra inconfondibile di Manni a guidare le danze sulla solida ritmica intessuta dalla batteria di Chris e dal poderoso basso di Peavy, autore lungo tutto il brano (e, in generale, lungo tutto il disco) di una prova vocale strepitosa, ruspante e convincente al punto giusto, unica nel suo essere ruvida ma allo stesso tempo capace di tessere trame e melodie vocali inconfondibili, territorio in cui i Rage hanno sempre avuto pochi rivali.

La sensazione che si ricava dall'ascolto di questi primi minuti del lavoro è che questi tre musicisti siano nati per suonare insieme, tanto vibrante è l'interplay fra di loro; Sicchè si rimane stupiti, ora come allora, di quanto naturale e unico risulti il modo in cui il lavoro di ogni singolo componente vada ad incastrarsi perfettamente con quello degli altri, valorizzandolo e venendone valorizzato.

E questo è un dono che poche band al mondo possono vantare, soprattutto se consideriamo il tempo intercorso dall'ultima volta in cui questa formazione si era trovata a comporre insieme.

Il pezzo si snoda fluido e convincente lungo l'intera sua durata, graziato da un ritornello efficacissimo, intriso della classica vena sottilmente malinconica tipica dei Rage “storici”, e, come già sottolineato, da un lavoro splendido di Manni alla chitarra, sia in fase di riffing che in fase solista, il tutto reso ancora più efficace dall'innata capacità della band di donare ai propri brani solidità e compattezza nonostante la presenza al loro interno di vari stacchi e variazioni che, nelle mani sbagliate, potrebbero portare i pezzi a risultare slegati o farraginosi, mentre nelle mani dei Refuge non fanno altro che renderli sempre estremamente dinamici e godibili (poche band, ora come allora, possono vantare le capacità di sintesi e di arrangiamento vantate dagli allora Rage e dagli attuali Refuge).

Si prosegue con la più trattenuta The Man In The Ivory Tower (scelta come singolo e di cui è stato realizzato anche un video), solidissimo up-tempo dallo splendido riffing hard-rock screziato dai classici sentori melancolici e agrodolci che solo l'uso che Manni fa degli accordi è in grado di rendere in questo modo, reso ancor più intenso dalle caratteristiche, perfette melodie vocali disegnate da Peavy sia sulla strofa che sull'azzecatissimo, ultra-catchy ritornello, per un brano tanto immediato quanto accattivante e ben strutturato (anche se questo non fa più notizia), perfetto biglietto da vistita per i Refuge più melodici e “easy” e perfettamente inserito nella lunga tradizione di brani dallo stesso canovaccio compositivo partoriti dalla formazione in passato.

Un ideale ponte fra i Rage più easy di Perfect Man e quelli più maturi di Trapped!.

I toni si fanno decisamente più cupi con la successiva Bleeding From Inside, dal riffing ancora una volta di stampo hard-rock (con qualche accento boogie) che però non ne stempera affatto l'approccio maggiormente arcigno, aggressivo e pessimista, esacerbato veppiù da un'altra interpretazione da manuale di Peavy alla voce, rancorosa e sofferta al punto giusto, caratteristiche che avvicinano questo brano ad un lavoro come The Missing Link, pur se privo della pesantezza di fondo che animava quell'album e musicalmente più vicino al già citato Trapped!.

Il pezzo, manco a dirlo, funziona alla grande, in virtù di una carica ritmica frizzante e in generale di un lavoro strumentale impeccabile, in grado di non rendere affatto pesante un brano che, atmosfericamente, potrebbe risultarlo.

Va necessariamente rimarcato altresì lo splendido assolo di Manni, come sempre in grado, con i suoi soli, di costruire canzoni all'interno delle canzoni medesime in virtù della sua capacità innata di ammantare gli stessi di un lirismo melodico avvincente ed evocativo, e di renderli sempre unici e mai didascalici.

Un vero fuoriclasse.

I tempi si alzano nuovamente con la successiva From The Ashes ,e stavolta anche musicalmente si vanno a lambire le sonorità di un album come The Missing Link.

Le strofe, in cui Manni ripropone il suo iconico stile che prevede l'inserimento di arpeggi distorti nell'ossatura del riff, sono cupe e tese, mentre il resto del brano corre veloce, con un pre-chorus al limite dello speed-thrash e un ritornello melodico ma allo stesso tempo serrato e potente, per un risultato sinceramente esaltante che farà saltare sulla sedia più di un amante di questo modo di concepire la costruzione dei brani tipica dei Rage che furono, e dei Refuge che sono.

Chi scrive non può astenersi dall'annotare come la capacità dei Refuge di costruire brani allo stesso potentissimi e cattivi, ma anche melodicamente ricchissimi e avvincenti lasci semplicemente a bocca aperta, proprio come accadeva con i Rage dell'epoca ( chi ha detto Raw Caress ?).

Si rallenta decisamente con il pezzo che segue, intitolato Living On The Edge Of Time che, introdotto da un tetro arpeggio e da lugubri campane, si dipana inizialmente su toni da power ballad, con un Peavy maligno e istrionico come non mai dietro il microfono, per un inizio di brano che ci ricorda non poco i Rage oscuri di un album come XIII, ma che un crescendo magistralmente concepito riporta subito su binari più vicini ai Rage dei primi anni 90, benchè la monoliticità latente di alcuni passaggi ricordi non poco amche i Rage nella loro più recente incarnazione. Il riff slabbrato e rockeggiante che segue invece è Manni Schmidt al 100%, così come perfettamente nella tradizione di quei Rage risulta inserito l'ancora una volta riuscitissimo ritornello e tutto il successivo sviluppo del brano che,pur presentando alcuni elementi di discontinuità rispetto al cassico stile Rage che questa reunion si prefigge dichiaratamente di perseguire, o proprio in virtù di essi, risulta vincente e perfetto nel dare dinamismo all'intero lavoro.

L'inizio della successiva We Owe A Life To Death, al contrario, non potrebbe risultare più classico (il riff di apertura ricorda piuttosto da vicino il riff portante della monumentale Who Dares, contenuta su The Missing Link), palesandosi come un up-tempo roccioso e trascinante in cui risulta ancora una volta mattatore Manni Schmidt, che da l'impressione di divertirsi come un pazzo in questo genere di brani, screziando i suoi riff hard-rock/heavy al fulmicotone con le sue classiche coloriture dallo straordinario effetto avvolgente e “totalizzante”, tappeto ideale per la sempre perfettamente calzante voce di Peavy, che cala sul tavolo l'ennesimo refrain efficacissimo e perfettamente costruito, oltre alle sempre avvincenti linee vocali con le quali riesce sempre a rendere spettacolare anche la strofa dall'approccio più easy.

L'accelerazione finale, sulla quale si posa nuovamente il ritornello, ricorda nuovamente da vicino la struttura della summenzionata Who Dares, per un pezzo magari non originalissimo (ma qualcuno si aspettava davvero originalità da questo progetto?) ma assolutamente vincente e godibile nel suo essere assolutamente tradizionale.

Si viaggia ancora in territori vicini a quelli di The Missing Link con la successiva Mind Over Matter, col suo riff aggressivissimo e quadrato a posarsi sulla monolitica doppia cassa di Chris per un inizio incalzante e decisamente pesante che si apre solo parzialmente all'altezza della strofa, mantenendo comunque la sua atmosfera cupa e graffiante, atmosfera che ammanta anche l'arioso ritornello che, nonostante il consueto, marcato afflato melodico, non tradisce affatto, bensì sottolinea, l'anima malinconica e allo stesso tempo arcigna del brano.

Spettacolare lo stacco centrale, con Manni a scolpire splendidi, pesantissimi riff in odor di thrash sulla batteria lenta e implacabile di Chris prima di lanciarsi nell'ennesimo assolo al fulmicotone, riuscitissima porzione di un brano ancora una volta assolutamente riuscitissimo.

L'atmosfera si fa meno opprimente con la successiva Let Me Go, col suo riff iniziale in odore di heavy-boogie, la sua strofa dominata da chitarre arpeggiate dal suono distorto ma piuttosto morbido, coadiuvate da un basso incalzante e quadrato e dalla voce graffiante e piena di Peavy, assoluto mattatore di un ritornello che più catchy non si può, come sempre magistralmente “portato” da un pre-chorus da manuale e con i suoi stacchi hard & heavy al cardiopalma, per un brano che fa nuovamente della sua classicità e del suo trasporto melodico le sue armi vincenti.

I temi tornano ad alzarsi col brano successivo, intitolato Hell Freeze Over, col suo fraseggio iniziale quasi in odore di Van Halen ben presto pervertito sul binario del power-speed più incalzante, benchè non privo di una frizzantezza ritmica che mantiene comunque il pezzo lontano dalla monoliticità tipica del genere (caratteristica nella quale i Rage, così come i Refuge, non si sono effettivamente mai incagliati)e ne fa una piccola perla di power melodico alla Rage perfettamente inserito nella tradizione di brani come Don't Fear The Winter o Invisible Horizons, impreziosita da passaggi puramente melodici assolutamente pregevoli che i Rage da sempre padroneggiano con una maestria unica.

La tracklist regolare (la versione digipack dell'album presenta in chiusura la traccia Another Kind Of Madness, già presente in versione acustica sulla versione giapponese di The Missing Link e risalente a vecchi demo dei primi anni 90, qui ri-registrata per l'occasione in versione elettrica; Un pezzo tipicamente Rage primi anni 90, complesso e melodico allo stesso tempo) si conclude con la lunga (si superano abbondantemente i sette minuti in questo pezzo) Waterfalls, risalente anch'essa ai succitati demo registrati dalla band nei primi anni 90 e ri-registrata, oltre che ri-arrangiata, per l'occasione.

La nuova versione non si differenzia moltissimo da quella dei demo, benchè risulti ovviamente attualizzata e tirata a lucido in ogni suo aspetto e vada a guadagnare un gusto deliziosamente bluesy elettrico che nell'originale rimaneva un po' in sordina, affossato com'era da suoni non all'altezza (si trattava pur sempre di demo che la band aveva realizzato senza l'intenzione di pubblicarli) e da un'ovvia minore cura per il dettaglio e la dinamica del brano.

Il pezzo si sviluppa su dinamiche da power ballad, con uno spiccato sentore di blues elettrico e intimo nelle sue parti maggiormente pulite ed atmosferiche (benchè la chitarra di Manni mantenga una certa ruvidezza anche in tali frangenti, ruvidezza che rende l'atmosfera del pezzo veppiù densa ed intensa) e trova il suo apice emotivo nel melodicissimo ed arioso ritornello così come nello spettacolare assolo di chitarra.

Va rimarcato come le sonorità abbastanza atipiche di questo brano permettano a Manni Schmidt di mettere in mostra tutta la sua versatilità stilistica, con una prestazione pregna di nerbo e pathos sinceramente da applausi, prima che il brano vada a concludersi con un crescendo che lo porta su territori più classicamente Rage, più trascinante e tipicamente rock-oriented, per un brano convincente pur nella sua parziale distanza dal resto del materiale presente nell'album (chi invece ha familiarità con la discografia di “quei” Rage non sarà sorpreso affatto da tale esperimento).

Si conclude così un disco che, parliamoci chiaro, non sposterà di una virgola la storia del metal (“questi” Rage lo hanno già fatto a loro tempo, e qui abbiamo semplicemente la prosecuzione di quel discorso sciaguratamente interrotto allora), ma ciò che i Refuge ci hanno dato è comunque un album dal sound e dalla perizia musicale unici, fuori portata e irripetibile per qualunque altra band.

Un album che i fan di questa formazione anelavano da molto tempo, e che non potranno che bearsi di questa nuova porta spalancata sullo Strano Mondo che questi musicisti erano riusciti a creare un tempo attraverso la loro arte, e che qui ritroveranno vivo e intatto come lo ricordavano, anche se magari visto attraverso gli occhi di persone più mature e consapevoli.

Attenzione però: questo non è un album destinato solamente ai nostalgici.

La qualità contenuta in queste tracce è altissima e la composizione, così come la produzione, sono assolutamente al passo con i tempi, benchè si sia voluto mantenere comunque un flavour piuttosto retrò in certe soluzioni adottate, e chiunque ami il power-speed melodico o anche solo l'hard/heavy classico suonato con gli attributi potrà trovare di che godere in questo album.

Insomma:

Benvenuti,Refuge!

Bentornati,Rage!

 

Edoardo Goi

85/100