30 GENNAIO 2018

I Riksha sono una band statunitense e in particolare di Salt Lake City, Utah, formata nel 2010. hanno all'attivo diversi live affianco a note realtà del palcoscenico metal, come Killswitch Engage, Disturbed, Avenged Sevenfold, Stone Sour, Hellyeah e molti altri.

Il loro sound propone una mescolanza di passaggi deathcore molto spinti, alternati a fraseggi più melodici. In realtà è una band alla quale stanno molto strette tutte le eventuali classificazioni di genere, tanto è vero che non di rado si è in grado di spaziare anche a sonorità più prettamente progressive fino anche a passaggi che sanno molto di doom.

Ed è proprio nel loro ultimo lavoro "5 stages of numb", in forza al roadster zombie shark records che questa espressione della band prova a venir fuori. L'album è il terzo full lenght della band e si divide in sette tracce per un totale di quasi 25 minuti che son sembrati un po' pochi per dare ampio respiro ed equilibrio all'intricata proposta dei Riksha.

La seconda traccia, il primo vero pezzo dell'album, è l'omonima '5 stages of numb'; si sviluppa in una rapida successione di strofa dove il sound tagliente delle chitarre stizza molto l'occhio allo stile delle asce dei meshuggah, riproposte in un riffing deathcore, al ritornello melodico dove la voce pulita domina l'andamento decisamente più trasportante. 

L'alternanza di queste componenti alle volte ha bisogno di più di un'ascolto per farselo suonare familiare e quest'ultima è una caratteristica che l'opener del disco racchiude come esempio anche per i successivi pezzi.

Particolare menzione va fatta al pezzo 'Banging Dancer' per il suo carattere più groove espresso dall'inizio alla fine del brano e alle successive Repo Man e Save Me, stilisticamente le meglio riuscite dell'album: la prima delle due, anche se è un intermezzo, grazie ad un avvolgente arpeggio fa calare perfettamente l'ascoltatore nell'ambientazione giusta per il pezzo di chiusura, il più lungo. E' quest'ultimo che a mio parere riesce a rendere più giustizia al sound della band, merito sopratutto all'importante riff che domina gran parte del pezzo e l'uso di organi dalle frequenze sfumate.

Parlando dal punto di vista dei suoni, durante i vari ascolti l'attenzione è caduta maggiormente su una forse eccessiva punta di grancassa, che buca letteralmente il mix, scelta che si potrebbe giustificare per l'accoppiamento con le chitarre mentre la voce risuona molto secca nei passaggi in scream e decisamente più riverberata in tutti i momenti di melodia.

Sotto un aspetto più globale il disco non riesce, a mio parere, a scorrere con fluidità dall'inizio alla fine, forse proprio perché i tanti stili proposti dalla band necessiterebbero di più ampio respiro per riuscire a coniugarsi al meglio; comunque rappresenta uno sforzo di dare innovazione ad un modo di fare metal che sembra aver detto già quasi tutto.

 

Tyrannos

60/100