8 FEBBRAIO 2018

Architecture of Chaos è il disco d’esordio, pubblicato nel 2017, della band canadese dei Satanic, nata dall’incontro di Martin Carle, batterista, Guillaume Petit, chitarra e voce, e Izaac Beaudoin, basso e voce. L’album è il risultato di una sproporzionata passione per il death, oltre che per i suoni classici della vecchia scuola del metal, e di un’enorme quantità di energia messa in campo dal trio del Quebec, che non esita a definire la propria opera come una sorta di svolta epocale per il genere a cui fa capolino. Tuttavia, sia per quanto riguarda il sound, che la tecnica, che, infine, le tematiche, poco si discosta da quelli che sono stati i capisaldi del death metal, ma soprattutto, più in generale, da quelli che sono considerati i canoni fissi per definirsi una band death metal. Architecture of Chaos è un disco violento, estremo, che non si lascia andare a fronzoli o abbellimenti tecnici e virtuosi, ma piuttosto intento a scatenare l’animo dell’ascoltatore, non già a mettere in bella mostra talenti o sovrumane doti musicali dei componenti del gruppo. Tuttavia, ne risulta un album eccessivamente monotono e ridondante, composto da brani costruiti sui soliti schemi, che solo qua e là si diversificano. Insomma, non è un ascolto per chi si aspetta otto brani diversi, variegati e unici, ma si presenta piuttosto come un lavoro adatto alle orecchie di chi è più avvezzo alle frange più estreme del nostro genere. 

Architecture of Chaos si apre sulle note della lunga Mephistophelian (6 minuti circa), su cui campeggia la voce cruda e graffiante di Guillaume Petit, che si presenta come una via di mezzo fra il più noto growl e un grido di sofferenza. La sezione ritmica, qui come nel resto del disco, si mantiene su velocità estreme e irraggiungibili, mentre la chitarra costruisce la sua linea pressoché su un riff, eseguito per lo più con l’ausilio della tecnica del palm-muting. Nella breve World of Chaos, di cui è anche stato realizzato un video, la batteria si ritaglia un ampio spazio, in cui la fa da padrone il più rapido e violento blast beat, espresso dalla suddetta rapida doppia cassa e dal rullante, così simile al tanto criticato “rullante di St.Anger”. il tutto sfocia in un violento finale, dopo soli due minuti e trenta di canzone, che presto lascia spazio alla successiva Processing The Undead, anch’essa interessante per chi volesse giudicare il bassista Izaac, a cui viene concessa la intro del brano per permettere al suo basso di esprimere il suo sound indisturbato, cosa che ripeterà nel mezzo del quinto pezzo, Armageddon. Anche qui, subitaneamente, si ritorna sui binari già tracciati da Mephistophelian e World of Chaos, sebbene sia possibile udire anche un’interessante linea di chitarra ben espressa nel corso dell’intero brano. 

Altro tratto da sottolineare è l’incipit della successiva Architecture of Apocalypse, che trasuda aria di ballad, ma che, naturalmente, si trasforma nel più classico dei brani death metal. La traccia numero quattro è l’occasione ideale per la sezione strumentale di mettersi in mostra, facendola da padrona per pressoché l’intero brano, ma senza mostrare una linea particolarmente variegata. 

Seguono Armageddon, che non presenta nulla di particolarmente interessante oltre a quel breve inciso di basso sopra citato, Systematic Fear e Biotech Warfare. Giungiamo quindi alla fine dell’ascolto, con Tchernobyl 86, brano più lungo e, probabilmente, più complesso dell’intero disco. Oltre che per la sua durata, emerge dal resto della produzione per un’insolita pausa di una ventina di secondi nel bel mezzo della canzone, che stacca la traccia, in realtà, in due pezzi distinti, il secondo dei quali, sebbene decisamente simile al primo, varia sul tema tracciato dalla parte precedente. 

Architecture of Chaos risulta, insomma, un buon album per chi è più abituato a suoni estremi, ma sicuramente inaccessibile per orecchie avvezze a un sound più variegato, complesso e ricercato. Non presenta pesanti e prepotenti produzioni e post-produzioni, non riporta strumenti al di fuori di quelli che compongono la line-up della band. Certamente il pregio è che quel che esce dal nostro stereo nel momento in cui ascoltiamo Architecture of Chaos è il netto dei Satanic, il loro nocciolo, quello che veramente sono e vogliono essere. Il difetto è però che l’opera ultima è un album troppo monotono e fisso su determinati schemi, con un eccessivo rischio di stancare, annoiare, quasi disturbare l’orecchio di un ascoltatore più vicino ad altri suoni, precludendosi, perciò un’importante fascia di pubblico, anche se, chi scrive, è quasi certo che lo scopo dei Satanic non è quello di accaparrarsi l’audience delle frange più sinfoniche e complesse del metal. 

Probabilmente, quella svolta definitiva che quest’album voleva rappresentare per il genere, deve ancora arrivare. 

 

Claudio Causio

70/100