20 SETTEMBRE 2018 

Quanta vena polemica oggi, Alessandra? Mai abbastanza, oserei dire. Uno dei tantissimi punti interrogativi è sempre scaturito dall’ arcano motivo per cui alcune aree geografiche non siano valorizzate e prese in considerazione nell' ambito underground. La Grecia è una delle grandi vittime: pur sfornando gruppi d' ottima fattura e di molteplici generi, l' amante dei suoni pesanti e complessi non osa tendere l' orecchio verso zone inesplorate e poco spinte dal marketing di settore nonostante la qualità dei prodotti artistici sia innegabile. La ricerca ai mai sazi, la staticità agli insensibili e l' ottusità ai prevenuti. Perplessa ed accigliata continuerò a non comprendere i criteri di un pubblico pigro e “pappagallesco”. Tralasciando questa breve constatazione “Show your face: III" è stata una piacevole sorpresa; ha un' impatto devastante e lirico, diretto e potente, un urlo accorato e malinconico che invita ad una critica costruttiva più che distruttiva riguardo la società e l'individuo in relazione a questa e a se stesso. Il quartetto di Karditsa incide e calca palchi da poco più di un decennio, qualcuno di voi potrebbe aver assistito nel 2009 ad un mini tour qui in Italia, sempre che non li abbia ascoltati in giro al seguito di Sodom, Rotting Christ e Septicflesh o nelle qualifiche di diversi concorsi europei. Le influenze sono disparate: djent, trash old school, metalcore; per quanto non mi piacciano le definizioni viaggiamo nell' infinito oceano del groove metal, signori miei proprio voi che non disdegnate Gojira, Machine head e Lamb of God non rimarrete delusi… E gli altri? Dipende dai punti di vista e dall' elasticità mentale, ma è impossibile non riconoscere la professionalità e la genuina passione nel concepire un lavoro in grado di trascinare per mano il pubblico e di deliziare con furia e precisone le orecchie dell' ascoltatore. Il cambio di line-up ha portato freschezza ed uno stile più definito e particolareggiato rispetto ad “Unleash" ed “Apnea" lavori precedenti più lineari e massicci. Kostas, nuovo acquisto e seconda chitarra tesse parole di critica sociale e d' introspezione assoluta trasformate in melodia da Huge bassista e cantante d' indiscussa potenza espressiva , Vis batterista lacera pelli con precisione chirurgica ed Achilleas manager e chitarrista. È un album più dinamico dei precedenti grazie alla supervisione e alla distribuzione della Straight from the heart records e alla produzione, missaggio e masterizzazione ineccepibile ad opera dello “Stealth studios” di Stelios Koslidis che rende davvero questo cd di qualità superiore adeguato ad un pubblico disomogeneo ed internazionale, adatto ad un mercato meno di nicchia. Nove pezzi veloci, con riff al piombo, numerose parti ritmiche e cambi registro serrati, nevrotici in grado di dare dinamismo ad un lavoro che riesce a seguire a menadito una linea ben definita. Complessivamente un ottimo livello strumentale, una buona struttura dei pezzi, un alto grado d' orecchiabilità sono gli aspetti comuni a tutti i brani; “I The One” rapprensenta il biglietto da visita perfetto giocando su uno sposalizio vincente tra vocals e chitarra, alternanze continue di movimenti ritmici, tra epicità e furia, dialogo funzionale tra ritmica e solista, e giri circolari ed ipnotici dove adagiarsi e perdersi rappresenta il riassunto perfetto di “III". Marcia, riffing circolare e claustrofobico rendono “Madness” viscerale ed intima, la convinzione di scivolare lentamente verso la  morte della ragione, di perdere la salute mentale e soccombere fino alla fine  rende con semplicità e vigore questo pezzo un classico, il terzo pezzo “Buying time" comincia a toccare corde più oscure anche musicalmente, merito dell' abile alternarsi tra voce graffiata ed harsh, tra velocità e un breve intermezzo “gothic"; Questo cd è pervaso dalla malinconia e dalla consapevolezza di vivere in un mondo fittizio e spietato. “Allies in mud", “Proud for Nothing" singolo e video e “two-faced" scorrono, grooveggiano, catturano sia per la melodia che per la facilità d' ascolto, interrotte da una dissonante ed evocativa “ Chains of denial" che con controtempi, il mid di rigore e diversi espedienti stilistici rallenta la tensione pur  mantenendo vivo l' interesse. “Drift Away" ha il compito d' accompagnarci alla fine del viaggio ricordandoci che alla fine, dopo tanti cieli plumbei e dopo l' abisso ci sia sempre la luce ad avvolgerci, quella della speranza. Buon lavoro, nonostante questo genere non m' appartenga e non sia in linea con il mio gusto personale questi ragazzi meriterebbero più visibilità. È importante mettere in conto che sarebbe opportuno lavorare ancora di più su caratteristiche che possano renderli riconoscibili al primo ascolto, su testi più intimi ed elaborati che davvero possano influire emotivamente e far scattare una riflessione più complessa ed ispirata, ma sono solo osservazioni soggettive. 

 

Alessandra Varla Paboli

80/100