1 SETTEMBRE 2017

Amiche ed amici avventurieri bentrovati in questa fine estate fatta di tumulti e caldo martellante. Non contenti vi portiamo un’ulteriore vampata infuocata direttamente dall’America, precisamente dalla città di Tampa in Florida con gli Slikk Wikked ed il loro ultimo album: “Savage". Questi ragazzi mettono caldo solo a guardare l’artwork di questo lavoro; selvaggio è davvero il termine più adatto a descriverlo. Composto solo da sfumature di rosso, giallo e nero, un leone in copertina combatte ferocemente contro tre iene (disneyano, forse, ma iconografico). Il tratto scelto è molto curioso, a metà tra l’arte informale e quella bella arte pop inglese da sempre cara al genere Heavy Metal. Il restyling del logo ed il titolo dell’album, infine, tra sfumatura, ombre e font, risultano essere assai fedeli alle grafiche tipiche degli anni novanta. Il nome della band che gioca su doppi sensi da slang urbano vuole darci l’immagine da tipici ragazzacci. E difatti, per loro stessa ammissione, questi giovinastri vogliono portare alta la bandiera dell’Old School e farla garrire al vento dei tempi odierni. Ed allora schiacciamo play! “Equinox", dopo una simile premessa ci saremmo aspettati una partenza da Dragster ed invece il disco apre con una intro di pianoforte e chitarra; dalla composizione musicale un po’ fuori dalle righe ma che sortisce assolutamente un buon effetto. Segue a ruota il brano eponimo: “Savage". I suoni ed i ritmi sono quelli del Trash Metal anni 90, riff veloci con ampi spazi per i soli di chitarra e ritmiche secche e taglienti.

Come in tutti i moderni lavori di registrazione e mixing si sceglie di non utilizzare grandi effetti di delay o riverberi. Scelta quasi necessaria per il genere proposto che, avendo un beat quasi sempre sostenuto, rischierebbe di rendere il tutto molto confuso o poco apprezzabile. Tuttavia è già da subito che si evince una verità sulle scelte compositive fatte in merito alle tracce vocali. La voce di Zakk Thrash è molto giovane e spesso si ritrova a passare da alcune tonalità, tecniche ed altezze evidentemente a lui congeniali e ben eseguite, ad altre in cui non sembra trovarsi sempre a suo agio.

L’ effetto ottenuto nel suono generale è che le tracce vocali sembrano quasi un lavoro a sé stante rispetto all’ interezza delle composizioni, e non sempre in accordo con i ritmi e le armonie degli altri strumenti. La seguente “Death Never Ends" è una corsa ad ostacoli musicale. Veloce e tecnica non è di ascolto immediato. In particolare la composizione della parte di percussioni risulta essere alle volte fuori luogo. Tutto è a tempo e ben registrato ed i ragazzi sanno il fatto loro in merito, ma la composizione delle ritmiche di chitarra non sempre trae vantaggio od appoggio dalle ritmiche delle percussioni che, forse, hanno exploit tecnici più fini a sé stessi che alla composizione musicale. Di natura diversa è “In My Blood", brano assolutamente Old style e non è affatto un male! Più sporco nell’esecuzione di altri, con ritmiche e soluzioni sicuramente più prevedibili ma ben costruito e godibile. La voce impreziosita da tecniche di screaming risulta più in linea con l’identità proposta dalla band. Siamo a “Smokin' With El Diablo", uno dei pezzi forti del disco. Sia a livello compositivo che di arrangiamento è quello che la band davvero ha da proporre. Qui i tecnicismi sono al servizio della composizione musicale e non il contrario. Siamo in netta ripresa con “Ascent To Madness". Il brano non presenta particolarità di sorta ma è un ottimo e feroce tramite per il proseguo del disco. E con un bel ritmo sincopato ecco che parte “Dead In My Eyes"; cattivo ed oscuro ricorda quegli stili dei primi anni novanta che vedevano i tumulti delle guerre dell’est Europa riflettersi nella musica di ogni genere e grado. Come un monito arriva “Use Your Head", altro brano meno tecnico e di inclinazione più rabbiosa ma che finisce con lo sfociare in una chiusura un po’ lamentosa.

Passiamo da “On The Rocks" che fa da ponte per “Until The end". Quest’ultima composizione più che di matrice americana sembra ispirarsi alla corrente di pensiero europea ma a giudizio di chi scrive appare essere quasi fuori luogo in un lavoro con le caratteristiche fin qui analizzate. “Don't Push Your Luck" è un brano brano decisamente più giovanile

ed ascoltato e preso come tale è divertente e godibile. Siamo a “Like An Addiction" dagli arrangiamenti molto più ispirati e che, sinceramente, ci saremmo aspettati di sentire prima nel disco invece che ritrovarla in dodicesima posizione; anche perché rappresenta uno dei pezzi più stimolanti del disco. “When Agels Cry" infine ci accompagna alla fine del disco. Questo brano è anch’esso certamente fiero della sua provenienza dalla vecchia scuola ma ha delle soluzioni che risultano essere molto più moderne e che avremmo sperato di sentire anche nelle altre tracce del disco. Purtroppo anche qui alcune scelte compositive appaiono quantomeno non immediatamente comprensibili, ma è un’ottima chiusura che sfocia con l’outro, “Solstice", che riprende il tema dell’intro. In conclusione cosa si può dire? Dopo alcuni ascolti ci si rende conto che l’album sarebbe stato in piedi tranquillamente anche con delle tracce in meno. È un lavoro che risulta comunque curato e che non dovrebbe deludere i fan di genere, ma le abilità tecnico esecutive dimostrateci da questi ragazzacci non sempre vanno di pari passo con la composizione musicale e gli arrangiamenti. Paradossalmente all’orecchio meno attento potrebbero non piacere immediatamente e l’ascoltatore casuale rischierebbe di passare senza prestare la dovuta attenzione. Ricordiamoci però che è un primo disco e che, come spesso accade, i primi lavori risultano acerbi non tanto per i talenti degli artisti non ancora maturi ma anche per tutto quello che ruota al primo approccio verso la produzione discografica.

Sicuramente in futuro potrebbero esserci delle piacevoli sorprese e, secondo il sottoscritto, se questi ragazzi si concentreranno più sulla musica in sé e per sé e meno su uno stile che potrebbe anche non appartenergli nel profondo, ci saranno eco di grida selvagge che non passeranno inosservate.

 

Matteo Musolino

79/100