12 MARZO 2018

The Stories We Tell è il secondo disco della band hard rock svizzera Steelmade. Nato nel 2016, il trio elvetico realizza nello stesso anno l’album d’esordio, Love or a Lie, di cui The Stories We Tell si configura come il seguito, in uscita il 30 marzo 2018. 

L’opera si stabilisce sulle più classiche linee guida del genere hard rock, giocando soprattutto sui riff di chitarra catchy, su ritmiche incalzanti e sulla particolare voce di Paul Baron, inquadrata nella via di mezzo tra il James Hetfield dei Metallica e il Mike Ness dei Social Distortion, con una particolare propensione verso quest’ultimo. 

Il disco si apre con la cupa Remember When (A Piece of Contemporary History), che fa leva, come detto, soprattutto sui riff catchy della chitarra e sui cori ben strutturati, che non solo seguono la linea vocale, ma se ne discostano in un interessante gioco di controcanti. La voce di Paul Baron, spesso quasi recitativa, si mantiene per lo più sempre sugli stessi binari per l’intero pezzo. Un buon brano d’apertura, semplice e coinvolgente, in grado di rimanere nella testa degli ascoltatori, trascinati dalle sue note al prossimo brano, Raise Your Voice, pezzo sicuramente meno attrattivo e potente del primo, ma incentrato per lo più sulle stesse particolarità sopra sottolineate, quali riff brevi, coincisi e accattivanti. Raise Your Voice è uno di quei brani in cui la voce sprezzante e graffiante di Baron, come già detto, strizza l’occhio al Mike Ness dei Social Distortion. La linea guida del pezzo si rompe solo verso la fine, per l’assolo di chitarra, che trascina l’ascoltatore agli ultimi istanti del pezzo, per condurlo alla prima ballad dell’album. 

Si tratta della title track, The Stories We Tell, introdotta da un riff di basso, che lascia spazio a batteria e chitarra, in particolare quest’ultima, che si prodiga in un riff talvolta distorto, ma sempre di per sé pulito e delicato, compagno di viaggio della voce di Baron, affiancata qua e là anche dalle sezioni corali. The Stories We Tell è sicuramente uno dei brani più riusciti del disco, che non a caso prende nome proprio da questo pezzo, un convoglio di distorsioni e suoni puliti, sia per quanto riguarda le chitarre che le voci. La canzone, che raggiunge il suo apice in decibel durante il solo di chitarra, rassicura gli animi, prima che un riff decisamente più accattivante e trascinante ci introduca alla successiva Fairytales of Childood Days, che per lo più si sintonizza sulle stesse frequenze dei primi due brani. 

Ashes Over Water, quinto pezzo, in questo quadro risulta un’insolita e interessante incognita. Da una parte, guarda al resto della produzione degli stessi Steelmade, ma nello stesso tempo strizza l’occhio al punk rock anni ’90, con una intro di chitarra molto più simile agli U2 di I Will Follow. Per la prima volta, non si fa largo uso delle pause per dare spinta al groove, ma allo stesso tempo si gioca soprattutto su cori e riff catchy. Così, Ashes Over Water si configura come un brano al contempo allegro ma struggente, sicuramente uno di quei pezzi in grado di essere ricordati anche al termine del disco. 

Abbiamo impiegato cinque brani per riuscire a tracciare quelli che sono i binari su cui staziona il disco. Un ottimo risultato! Significa che The Stories We Tell rappresenta il giusto mix di influenze, in grado di non annoiare chi ascolta, ma soprattutto versatile, di facile ascolto per le orecchie di chiunque. 

Possiamo procedere quindi spediti verso la fine del disco, in quanto i brani che seguono, come preannunciato, seguono le linee tracciate dai primi cinque. Pertanto, Trial And Tribulation si presenta come la seconda ballad del disco, che non tradisce le aspettative costruite dalla prima, The Best For Last, settimo pezzo, ritorna sulle frequenze di Raise Yor Voice, come anche Deal With The Devil e Stupidity, che lasciano campo alla bella mid-tempo Appereance and Reality. 

Desire and Love viene introdotta da un riff, da cui ci si aspetterebbe una ballad, ma presto si trasforma in un “blues del nuovo millennio”, in cui domina il gioco di “botta e risposta” tra chitarra e voce. Altrettanto presto, però, Desire And Love torna sui binari più consoni alla band, assottigliando le differenze tra lei e i due brani precedenti. 

Ci prendiamo più spazio per l’ultimo brano, We Are Bizarre, presentatoci come il riassunto del disco, ma anche, e soprattutto, degli stessi Steelmade, una sorta di canzone-emblema, autobiografica. In effetti, riporta tutti i tratti che hanno caratterizzato l’ascolto di questo album, in particolare gli elementi accattivanti, che raggiungono il loro apogeo nel ritornello del brano, al punto che neanche chi scrive è riuscito ad esimersi dal cantare il “bizarre”, che chiude il ritornello stesso. Il tutto, in un contesto che riporta gli elementi delle due ballad, cori e controcanti, riff di chitarra caratterizzati sia da lunghe note, sia da note più brevi che fanno suonare anche le pause, particolarità, quest’ultima, sfruttata per lo più per l’intero disco. Insomma, We Are Bizarre è davvero la canzone-emblema che ci aspettavamo, configurandosi, infine, come uno dei brani più riusciti. 

Non mancano produzione, tecnica, capacità compositive e realizzative. La band dimostra di saperci fare, è riuscita a costruire un disco pregno di elementi, in grado di non stancare l’ascoltatore, coinvolgente in ogni sua parte costituente, in ogni brano: nel momento in cui si crede di aver sentito tutto ciò che The Stories We Tell ha da offrire, si stagliano su tutte la title track, Ashes Over Water e We Are Bizarre, sicuramente i migliori del disco, anche e soprattutto nella loro semplicità, in particolare per quanto riguarda la seconda delle canzoni citate, che certo non rappresenta una pietra miliare della tecnica musicale, ma sicuramente la dimostrazione che non sempre bisogna padroneggiare una maggiore tecnica per far nascere dei bellissimi brani. 

In conclusione, The Stories We Tell è un album completo, piacevole e godibile, adatto all’orecchio abituato a sonorità più crude ma anche a quello più avvezzo ai suoni melodici e delicati. Una pecca? La copertina. (non me ne voglia il trio elvetico!).

 

Claudio Causio

93/100