24 APRILE 2018

Dopo un debutto davvero interessante (“The Edge Of Sanity”, 2014) ed un secondo album che ne ha tracciato tecnica e abilità compositiva (“Distance”, 2016), ritornano gli svedesi Structural Disorder, con “…And The Cage Crumbles In The Final Scene”, licenziato dalla Lion Music e che, probabilmente, è uno degli album meglio riusciti di quest’anno nel genere progressive metal.

I 5 musicisti di Stoccolma sorprendono non solo per abilità, ma anche per la varietà e la capacità di variare stile senza farsi ingabbiare in uno schema predefinito, eccitando l’ascolto di pezzo in pezzo, senza perdere mai colpi e tiro, sfoderando un sogwriting davvero imponente e deciso.

La maturità raggiunta dai 5 in questo lavoro (il più pesante ed oscuro fino ad ora proposto) è una dimostrazione di lungimiranza ed intelligenza, messa in atto in un disco davvero sorprendente e, a tratti, imprevedibile.

“Inside”, intro delicato, acustico ed etereo, ci introduce a “The Fool Who Would Be King”, una perla di quasi undici minuti che condensa metal prog, death, fusion e trovate di stampo teatrale: in un susseguirsi di colori ed atmosfere, il quintetto alterna il vaudeville tanto caro ai Genesis al metal theateriano, sfoderando momenti di vera violenza sonora senza rinunciare alle atmosfere ironiche: come in un lungo racconto adattato al teatro, la scena ed i momenti sono contestualizzati dalla musica variopinta che si regge su una ritmica solida ed imprevedibile (Erik Arkö al basso e Kalle Björk dietro le pelli sono una infernale macchina di precisione e ritmo). L’abilità canora di Markus Tälth e dei suoi compagni di viaggio è indiscutibilmente una carta vincente, che si dimostra personale ed avvolgente, senza mai sfociare nella sensazione di freddezza a cui ci si può abituare aspettandosi certi canoni e certi stilemi quando si parla di ‘progressive metal’.

Potrebbe anche bastare questa song a convincerci della grande impresa operata dagli Structural Disorder… ed invece no, ecco che arrivano i 9 minuti di “Drowning” a mostrarci un altro lato della band: una song che inizia come una ballad e che piano piano si innalza in pesantezza e diventa più massiccia, raggiungendo i lidi del metal estremo, alternando atmosfere dal sapore doom a melodie che ti entrano dentro e ti scaldano.

Qui sono le tastiere di Hjalmar Birgersson e le chitarre di Tälth e dello stesso Birgersson a farla da padrone.

Il disco prosegue sulle note di “Nine Lies” brano potente ed anch’esso variegato (molto bello anche il video che supporta il brano) e che sposa uno stile metal più classico a ritmiche decisamente power, inframezzando il mood del pezzo con atmosfere intimistiche e melodiche molto caratteristiche del progressive metal.

Sebbene qualche spettro di bands come Haken o i primi Dream Theater facciano capolino nello svolgersi dell’opera, è quantomeno evidente che la band apporta un personalissimo canovaccio alle canzoni, sfuggendo così al rischio dell’imitazione o evitando di scadere nel citazionistico, il tutto grazie anche all’uso inusuale della fisarmonica (anche elettrica) ad opera di Johannes West, davvero un virtuoso dello strumento.

“The Architect Of The Skies”, più lineare e ‘diretto’, mostra bene la versatilità del gruppo, che si rivela essere meno cervellotico del previsto e che quindi, riesce a comporre brani anche di più facile presa e richiamo, mantenendo sempre le proprie coordinate senza per questo rinunciare alla tecnica o al songwriting minuzioso.

“Kerosene”, totalmente strumentale, ci fa assaporare ogni singolo elemento della band in una dimensione più tradizionalmente prog, con un incastro di fisarmonica e piano che potrebbe benissimo definirsi ‘da antologia’, mentre la conclusiva “Mirage”, con i sui oltre undici minuti di variazioni, cambi d’atmosfera e tempo, chiude il cerchio iniziato con “The Fool Who Would Be King”, presentando un altro massiccio brano-cardine dell’album che mostra ancora una volta la potenza, bravura e presenza musicale del quintetto: riff potenti e uno stomp deciso che potrebbero rimandare ai Metallica si sposano alle tastiere ed alle voci che potrebbero benissimo rimandare ai Queen di “Innuendo”.

Chiariamoci: non si è davanti ad un’opera juke-box, dove ogni brano è diverso e fine a sé stesso.

La grandezza di questo disco e degli Structural Disorder sta nella capacità di legare ogni brano con un suono preciso e distintivo e di trasformare questo suono in un marchio di fabbrica che, pur cambiando forma e dimensione, rimane la matrice della band, ben distinta e chiara.

Insomma, questo “…And The Cage Crumbles In The Final Scene” è davvero una bomba e gli Structural Disorder sono un gruppo davvero grandioso… questo è sicuramente uno degli album di progressive metal più belli usciti quest’anno… che state aspettando ad accaparrarvelo???

 

TRACKLIST:

1. Inside

2. The Fool Who Would Be King

3. Drowning

4. Nine Lies

5. The Architect of The Skies

6. Kerosene (Birgersson)

7. Mirage

 

LINE-UP:

Markus Tälth – Guitar & Vocals

Johannes West – Acoustic Accordion, Electric Accordion & Vocals

Erik Arkö – Bass & Vocals

Kalle Björk – Drums

Hjalmar Birgersson – Keyboard, Guitar & Vocals

 

Aldo 'Ed' Artina

93/100