1 FEBBRAIO 2018

La band The Stone ha una lunga storia alle spalle: nasce come come "Stone to Flesh" nel 1996 a Belgrado, cambia nome nel 2001 in "The Stone" diventa una delle realtà più rappresentative negli ultimi due decenni del Black Metal in Serbia, vantando ben sette album nella sua discografia, tanti tour e svariate apparizioni in molti festival.

L'ottavo album della band prende il nome di "Teatar Apsurda" ed è stato registrato, mixato e masterizzato presso l' Hellsound Studio in Repubblica Ceca, con il produttore e batterista Honza Kapák (Master's Hammer, Avenger), dove le abilità tecniche di produzione incontrano l'oscurità e l'oscurità finisce per emanare l'arte. 

Tutto ciò ha contribuito a dare un'ulteriore enfasi con al profondo dono di aggressività bestiale che caratterizza questa nuova opera glosriosa dei The Stone, che celebra i demoni interiori dello spirito e della mente e porta con sé l'essenza del nichilismo all'apice della sua espressività.

La formazione della band in studio per "Teatar apsurda" vede Saša "Nefas" Jovanović alla voce, Marko "Kozeljnik" Jerković alla chitarra, Miloš "Vrag" Živić al basso e Honza Kapák che si alterna tra la batteria e la chitarra acustica.  

L'album è stato rilasciato il 9 dicembre del 2017 per mezzo della Mizantropeon Records.

Il disco si apre con la rabbia di "Gavranovo" scandita da ritmiche di veloci blast beat.

Si fanno subito notare molte caratteristiche armoniche che arricchiscono la struttura come ad esempio gli accordi e di una seconda chitarra sovra incisi che si intrecciano in maniera alternata con il tema delle sonorità della chitarra principale in tremolo picking.

La voce di Nefas si caratterizza per un growl su tonalità medie che riesce a tirar fuori una notevole aggressività come impatto sonoro.

Per un brevissimo momento Honza Kapák varia la ritmica dando prova di un ottimo uso del doppio colpo di cassa e colpi mid-tempo alternati sul rullante, ma torna presto a picchiare sulle pelli a tutta velocità. Anche le melodie della chitarra subiscono un cambio dando un impatto ancora più tetro.

Una seconda variazione viene presentata successivamente con l'uso di ritmiche hardcore punk che contaminano anche la sonorità dei riff che si fanno più "black n'roll", ricordando per un breve momento i Carpathian Forest. Ma subito dopo, nonostante i riff di chitarra restino invariati, la batteria riprende le ritmiche in blast beat.

La band riprende quasi sul finale il tema dei riff e delle ritmiche principali, ma finisce per concludere, a sorpresa, con i riff usati nella sequenza precedente.

"Mrtvog negativ" si introduce con un arpeggio di chitarra con tanto di effetto che enfatizza maggiormente l'atmosfera lugubre già data dalle note suonate, dalle quali poi si delinea il motivo sonoro del brano che viene seguito successivamente in distorsione e plettrata "a zanzara" mentre si intrecciano dissonanze di una seconda chitarra che richiamano lo stile tipico dei Mayhem degli ultimi dischi.

Mentre Honza Kapák continua con una raffica di blast beat, le linee di chitarra si sviluppano su toni più cupi e violenti

Anche qui la voce rabbiosa di Nefas continua a dare grande impatto al brano.

Dalla seconda metà del brano in poi si alternano parti più dissonanti ed atmosferiche caratterizzate da ritmiche più lente e con tanto di rullo sul timpano che introduce una successiva ripresa delle ritmiche veloci che accompagna un'eccezionale linea melodica di chitarra che riesce a stupire per le diverse progressioni che a volte terminano con dissonanze creati tra i diversi accordi.

Si interrompe nuovamente la sequenza in blast beat infavore di giochi ritmici scanditi su ritiche più lenti che vedono diversi passaggi tra i tom e nuovamente una rullata sul timpano con un rilancio del tema sonoro principale del pezzo.

La terza traccia si intitola "Moj grob" e presenta più aperture melodiche, senza perdere comunque la furia e la presenza di dissonanze già presenti negli altri pezzi.

Dopo la seconda metà della composizione, si avverte la presenza della chitarra classica che suona degli accordi che riempiono nel sottofondo le linee di chitarra elettrica, scandite dalla presenza della batteria che si fa sentire con i rulli tra i diversi tom e il timpano per poi creare un tappeto di doppia cassa, poco prima di tornare nuovamente a tutta velocità.

"Nuklearan" torna su una spietatezza sonora ai massimi livelli, mantenendosi in maniera costante su ritmiche ad alte velocità con riff che hanno forte ispirazione dal black metal di band come Ragnarok e Marduk e con quell'approccio comunque tendente ad atmosfere più "noise" e caotiche. 

Anche la traccia successiva "Ja, car i bog" segue la stessa linea compositiva e presenta verso metà canzone un momento dove, al ripredenrsi delle ritmiche di batteria, c'è un botta e risposta con cori che gridano "Ave, ave" e Nefas che si alterna gridando la frase che rappresenta il titolo della canzone.

Il brano termina con un arpeggio di chitarra che presenta un'atmosfera tetra ripendendo l'effetto già usato per la seconda traccia.

La sesta traccia si intitola "Harmonija u haosu" e prende inizio immediatamente con raffiche di blast beat e riff aggressivi che dopo quattro giri strumentali si lasciano accompagnare dalla ferocia delle linee vocali di Nefas. Cambiano momentaneamente le ritmiche con un tappeto di doppia cassa per accompagnare le nuove linee di chitarra che esprimono malinconia attraverso un pizzico di melodia, accogliendo delle clean vocals in background.

La composizione torna presto su toni bellicosi e tenebrosi dando anche prova di diversi sviluppi sonori da parte delle linee di chitarra suonate da Kozeljnik e si conclude con un ritorno alle sonorità nostalgiche mostrate poco dopo l'inizio del brano.

A chiudere il disco c'è l'omonima traccia "Teatar apsurda", che si fa strada con i suoni dissonanti di chitarra che si fanno lentamente strada con una dissolvenza in entrata.

Presto la composizione da prova di un assalto sonoro impetuoso a base di blast beat e riff adirati ai quali, in seguito, si avvicendano anche sonorità più meste che vengono anche ripresentate verso il bridge, dove il batterista Honza Kapák sospende momentaneamente il drumming di blast beat per scandire la ripresa dei riff di Kozeljnik a colpi di tamburi. Ma presto la composizione riprende vivacità grazie ai suoni di doppia cassa e al ritorno alle ritmiche blast beat che inizialmente seguono i riff carichi di nostalgia e subito dopo le nuove variazioni irruente delle linee di chitarra.

I The Stone con quest'album sono riusciti a mescolare diversi elementi sonori in favore di un armonia ben amalgamata in un muro sonoro unitario che esprime l'essenza di un sound puramente black metal che si può accostare a metà tra il sound dei Behemoth e quello dei Mayhem senza perdere una originalità in termini di personalità compositiva e di espressività sonora.

 

Daniele 'Nadhrak' Parisi

95/100