5 AGOSTO 2018

Alzi la mano chi avrebbe mai scommesso un euro sul fatto che gli eredi del peculiare sound black/death metal melodico di stampo svedese portato alla ribalta durante gli anni 90 da band del calibro di Dissection, Dawn, Naglfar e Unanimated sarebbero provenuti da Portland,in Oregon,U.S.A. Pochini, eh ?

Eppure astano pochi minuti di questo Cult Of A Dying Sun per ritrovarsi proiettati all'istante nel mood reso celebre dai capolavori immortali donatici dalle band succitate, fra porzioni di black metal epico e gelido, sfuriate al limite del death/thrash più iconosclata e onnipresenti, oscure melodie in grado di fornire all'intero album un lirismo denso e avvolgente dalla presa emotiva tanto immediata quanto profonda.

Attesi alla prova del nove dopo gli ottimi riscontri ricevuti con lo splendido debutto Devoid Of Light del 2016 gli Uada ritornano sulle scene con un album che, fin dalla sua durata ( si sfiora l'ora, contro la mezz'ora e spiccioli del primo album), denota la volontà della band di mettersi in gioco lanciando la propria creatività a briglia sciolta lungo i sentieri costellati di oscure visioni che ne costituisco l'immaginario concettuale e sonoro.

Forti di una sezione ritmica rinnovata (fuori Mike Beck e Trevor Matthews, rispettivamente bassista e batterista sull'album di debutto, e dentro i nuovi arrivati Brent Boutte dietro le pelli ed Robert Bockman al basso) la band, capitanata dai veterani Jake Superchi (voce e chitarra) e James Sloan (chitarra) lancia un poderoso guanto di sfida ai nuovi fenomeni della scena black metal (da più parti sono piovuti accostamenti fra Uada e MGLA, ad esempio, benchè a conti fatti il sound delle due band differisca parecchio per quanto riguarda la gestione atmosferica dei brani, con atnosfere maggiomente gelide e mortifere per quanto riguarda gli MGLA e un approccio alla stessa maggiormente avvolgente e melodicamente catchy per quanto riguarda gli Uada) e lo fa sfornando un album osato, intenso e ottimamente concepito e scritto come questo Cult Of A Dying Sun, un album che ha tutta l'aria di poter diventare un classico moderno del genere, se solo dovesse ricevere le dovute attenzioni.

Si parte subito all'insegna dell'intensità con l'arrembante opener The Purging Fire, il cui riff niziale colpisce duro e a fondo con i suoi richiami ai Dissection più efferati e ai Lord Belial di un album come il seminale Enter The Moonlight Gate, richiami che diventano ancor più entusiasmanti quando veniamo messi ko dal primo dei tanti, grandiosi, intrecci melodici che andranno ad arricchire, quando non a sorreggere del tutto, l'ossatura portante del disco.

Si palesa così fin da subito l'incredibile maturità della band nella gestione dello sviluppo dinamico ed emotivo delle proprie composizioni, sviluppo che il gruppo padroneggia con apparente naturalezza ed estrema efficacia in virtù della particolare attenzione posta in fase di arrangiamento dei pezzi, per un risultato finale dove nulla appare lasciato al caso o approssimativo, caratteristica questa in grado di fare spesso la differenza tra un disco “solo” buono e un disco strepitoso.

L'impressione di trovarsi di fronte a un disco del secondo tipo si rafforza con lo splendido riff nato dalle ceneri dell'intreccio melodico di cui prima, riff dal tiro molto catchy e quasi “rock & roll”, anch'esso permeato dall'oscuro substrato melodico che sembra nutrire ogni singolo anfratto della scultura sonora che l'album va a comporre, base ideale per la voce, ora più gelida e sofferta, ora dal tono maggiormente declamatorio, e per gli scenari di dannazione ed espiazione che va tratteggiando, coadiuvata nella sua efficacia evocativa dal dipanarsi compatto e mirabilmente intrecciato di riff e melodie dall'impatto immaginifico altamente suggestivo (si sentono qua e là anche echi rimembranti i grandiosi Dark Fortress di Tales From Eternal Dusk).

Come “tradizione” vuole, non mancano momenti dominati da sensazioni e riff vicini al metal classico, momenti che la band costruisce attorno a partiture avvincenti e perfettamente calate nel contesto espressivo, per un'opener dall'efficacia disarmante, in grado di fornire all'ascoltatore le linee guida fondamentali dell'album così come di invogliarlo alla prosecuzione dell'ascolto, in virtù di una ricchezza atmosferica e di una capacità di narrazione musicale di primissimo livello, che promettono di riservare altre, innumevoli, gemme lungo tutta la durata di questo lungo viaggio sonoro, raminghi tra le ombre di un mondo dal sole morente.

Ed è proprio un riff dai forti richiami classici ad aprire la successiva Snakes And Vultures, nuovamente graziato da scelte melodiche di grande impatto e dalla carica evocatica spiccata, prima che il proscenio venga lasciato ad un riff melodic black da manuale sfociante a sua volta in una strofa dai tempi contenuti e dai forti sentori black-doom, memore della lezione impartita dagli svedesi Ancient Wisdom col clamoroso debutto For Snow Covered The Northland del 1996 (progetto formato da membri di Naglfar, Throne Of Ahaz ed Ancient e caratterizzato da favolosi sentori black doom di stampo “natutalistico”, nel primo album, e virato poi su coordinate più occulte ed esoteriche con gli album successivi).

La band si dimostra ancora una volta maestra nel dare ai propri pezzi strutture allo stesso tempo estremamente catchy e dinamiche, giostrando in modo sapiente con tempi e variazioni di intenstà ed atmosfera e mettendo la classica ciliegina sulla torta grazie a un azzeccato e perfettamente concepito refrain in grado di far fare al pezzo un ulteriore salto di qualità dal punto di vista della musicalità e della fruibilità, senza per questo arretrare di un millimetro dal punto di vista della qualità e dell'ispirazione.

Da applausi a scena aperta la seconda parte del brano, dall'andamento torrenziale e portatrice di riff di rara bellezza ed efficacia, costantemente ammantati dalle atmosfere caratteristiche dei nostri, che qui raggiungono toni ancor più cupi e avvolgenti, in grado di donare a questa parte del pezzo una densità espressiva straordianaria, sempre in bilico tra black metal incalzante, melodie malinconiche e sentori di metal classico irresistibili, per un altro brano dalla carica emotiva strepitosa, la cui sottile venatura prichedelica dà alla band uno spunto di originalità non indifferente, evocando sentori ed immagini di desolazioni desertiche e implacabili piuttosto lontane dal classico immaginario di gelo e ghiaccio solitamente associato a queste sonorità.

E' una splendida armonizzazione melodica a spalancarci le porte della successiva Cult Of A Dying Sun, pezzo travolgente e furibondo impreziosito da aperture atmosferiche di gran pregio, profondamente permeato da sentori apocalittici e plumbei che hanno gioco facile nel trascinarci nel mondo morente rappresentato sulla copertina di questo lavoro ed imprigionandoci in esso in virtù dell'innata capacità della band di dare alle proprie composizioni una connotazione di estrema visionarietà in grado di evocare senza sforzo apparente immagini vividissime nella mente dell'ascoltatore che decidesse di immergersi profondamente nelle loro costruzioni sonore e nel loro immaginario concettuale.

Straordinarià è la capacità dimostrata dai nostri di rendere le porzioni più tirate di questo pezzo allo stesso tempo devastanti ed atmosfericamente dense, così come straordinaria si rivela nuovamente l'abilità nel dare ai propri brani un filo conduttore solido e deciso in grado di legarne con efficacia ogni porzione, dalle più feroci alle più melodiche, senza che mai si abbia l'impressione di perderne di vista il punto focale.

Com'è caratteristico nello stile della band, porzioni classiche e thrashy sono chiamate ad arricchire la tavolozza sonora da cui la band attinge per questo brano, con soluzioni di grande efficacia e impatto, mentre semplicemente ammaliante risulta il lavoro della chitarra solista, che trova anche spazio per infilare nel costrutto del pezzo un assolo acidissimo e velenoso di grande effetto, andando così ad aggiungere ulteriori spunti di pregio ad un brano che spicca come uno dei più belli dell'intero lavoro, il che non è poco, considerando quanto alto sia il livello medio di questo album.

La successiva The Wanderer si rivela essere un'intensa traccia strumentale giostrata su arpeggi malinconici ed evocativi, tratteggi melodici dai sentori psichedelici, percussioni tribaleggianti e tretri cori, il tutto a dipingere paesaggi di immensa desolazione da cui ogni palpito di vita sembra essere stato bandito. Un'ottimo inframezzo piazzato strategicamente a metà album per tirare un po' il fiato prima di una seconda parte che promette di essere evocativa e intensa quanto la prima;

Seconda parte che inizia sull'aria immediata e catchy della splendida Blood Sand Ash, pregna di sentori al limite dell'atmospheric black metal (benchè opportunamente ammantati di svedesi foschie) che una repentina accelerazione riporta su sentieri più tipicamente in linea con il riferimento principe dell'intero lavoro andando a lambire, per dare coordinate più chiare, i territori esplorati dai Dawn con l'oscuro capolavoro Slaughtersun del 1998, nonostante gli Uada si dimostrino come sempre abilissimi nel dare un'impronta peculiare alle proprie composizioni in modo da non sembrare mai una mera copia (riuscita o meno che sia) delle proprie band di riferimento.

Il brano scorre fluido e malinconicamente avvolgente (nonostante i tempi si mantengano costantemente piuttosto elevati, tranne quando la band indulge sul tema portante iniziale,giostrato su su tempi più contenuti), spezzato da una splendida armonizzazione chitarristica che conferisce alla porzione centrale del brano un tono deliziosamente drammatico molto in inea con l'atmosfera generale dello stesso ma in grado, al medesimo tempo, di esaltarne dinamicità e gusto negli arrangiamenti;

Obbiettivo pienamente centrato, si direbbe, visto che, nonostante il pezzo sfiori gli otto minuti, la sensazione che lascia è quella di una grande compattezza e friubilità, oltre che di una scorrevolezza non comune;

Un altro grande pezzo.

Si prosegue con la travolgente Sphere ( Imprisonement), il cui attacco furioso, benchè dal riffing melodicamente intelligibile, è portato ad alti vertici di tensione mediante l'oculato inserimento di ricami solisti talmente tirati e “storti” da renderli più simili a vuoti lamenti di siderale disperazione che a semplici abbellimenti contrappuntistici;

L'effetto che donano all'intera porzione è semplicemente straordinario per presa emotiva e resa atmosferica, portando da subito l'ascoltatore in ambientazioni sonore fredde,notturne e transdimensionali non lontane da quelle che caratterizzavano il lavoro di Snorre Ruch nei sui Thorns, soprattutto nell'omonimo full lenght del 2001, benchè la band non tradisca minimamente il suo amore nei confronti della scena black/death melodica svedese dei primi anni 90 e lo ribadisca quasi subito mediante l'inserimento di porzioni dal ritmo più contenuto caratterizzate da un riffing dai forti connotati classic metal e lasciando che siano poi riff nati da intuizioni melodiche spiccatamente, benchè oscuramente, epiche a guidare le danze del brano, con risultati sinceramente esaltanti, anche quando la band gioca la carta del refrain dall'impatto ritmico e melodico estremamente catchy, costruito e “portato” in modo talmente magistrale da renderlo irresistibile oltre ogni possibile accusa di eccessiva “morbidezza” o ruffianeria.

Meravigliosa anche la porzione finale del brano,nata da uno stacco acustico latore di un semplice quanto efficace fraseggio solista che farà da trait d'union lungo tutte le variazioni dinamiche che ne costiutiranno l'ossatura, fino al finale sfumato affidato a intense note di pianoforte, per un'altro pezzo splendidamente concepito e realizzato.

L'onore e l'onere di concludere questo straordinario lavoro è demandato all'arrembante Mirrors, brano dalla durata considerevole (con i suoi dieci minuti abbondanti è il pezzo più lungo dell'intero album) in cui l'amore della band per la più volte citata scena black/death svedese anni 90 emerge più eclatante che mai, con riff, fraseggi, inserti melodici e atmosfere che sembrano una splendida summa delle caratteristiche del genere che Dissection, Naglfar, Lord Belial, Necrophobic contribuirono a definire, il tutto rivisto sotto l'ottica della band nordamericana che, come sempre, non lesina nel metterci del suo anche in questo episodio così ricco di riferimenti e rimandi alle succitate band e a loro operato.

L'intensità emotiva ed esecutiva profusa dalla band lungo tutto il brano è straordinaria,così come la sua conclamata capacità di costruire brani compatti e incisivi nonostante la loro durata spesso piuttosto rilevante, quando non decisamente importante, come in questo caso, grazie a capacità in fase di arrangiamento di prim'ordine.

E' ormai inutile che io vi elenchi l'infinità di gemme e sensazioni che troverete lungo lo svilupparsi di questo brano: se siete cultori del genere avrete già sicuramente le idee piuttosto chiare riguardo a ciò che musicalmente un pezzo simile potrà donarvi, mentre, se siete dei neofiti, arrivati a questo punto della recensione dovreste esservi fatti un'idea piuttosto chiara di quali sono le caratteristiche peculiari del genere in questione;

Basti dire che, quanto a riffing potente ed allo stesso tempo melodico,stacchi in odore di classic e thrash metal, porzioni melodiche di straordinaria intensità e atmosfere seducenti e oscure questo brano non teme confronto alcuno, così come confronto alcuno non teme questo album, parto straordinario di una band che i cultori del genere che non si accontentano di semplici cloni o “tribute band” non dovrebbero lasciarsi sfuggire, così come non dovrebbero lasciarsela sfuggire tutti quegli ascoltatori alla ricerca di musica intensa, oscura ed egregiamente composta e realizzata a prescindere dal sottogenere di appartenenza, perchè il range di ascoltatori che potrebbero apprezzare un disco del genere va molto oltre la sola ristretta cerchia degli appassionati di black metal.

Un album che potrebbe seriamente diventare una pietra di paragone moderna per tutti quelli che volessero cimentarsi con queste sonorità, in futuro.

Il classico album da BUY OR DIE, oltre che una band il cui operato sarà bene tenere estremamente d'occhio;

Per ora, siamo a un album splendido e a un capolavoro, niente male per una band con due dischi all'attivo.

Imprescindibili.

 

Edoardo Goi

95/100