28 NOVEMBRE 2018

Non lo nascondo: ho sempre avuto un debole per gli UNLEASHED di Jhonny Edlund, band da lui stesso fondata nel lontano 1989 in seguito alla separazione dai Nihilist, che sarebbero in seguito diventati gli Entombed e che, col nuovo monicker, avrebbero scritto la storia del death metal svedese (almeno per quanto riguarda il cosiddetto “Stockholm sound”), gettando le basi per un intero genere e definendone le coordinate fondamentali col loro storico, devastante debut Left Hand Path del 1990. Un destino che ai tempi sarebbe sembrato piuttosto amaro, essere fatto fuori da una band poco prima che questa esploda consegnando il suo nome alla storia del metal con un lavoro di tale portata non deve essere un rospo tanto facile da digerire. Il buon Jhonny però non si perse d'animo e, forte di una visione musicale nitidissima e di un'ostinata tenacia, mise in piedi questa band, le diede un concept dallo spiccato piglio epic-viking (in un momento in cui queste tematiche erano totalmente avulse dalla scena death metal), esordì l'anno seguente agli Entombed con il riuscitissimo e quasi altrettanto fondamentale Where No Life Dwells nel 1991 e intraprese con essa una carriera solidissima che gli permise, sulla lunga distanza, di “vincere” su tutti i fronti il confronto con i vecchi compagni, destinati, al contrario, a perdersi nell'anonimato (qualitativamente parlando e per chi scrive, ovviamente) dopo appena tre album (oltre al terremotante esordio, da rimarcare anche l'altrettanto esplosivo follow up Clandestine del 1992 e il best seller Wolverine Blues, album che a sua volta diede vita a un genere, il cosiddetto “Death & Roll).

Ciò che ha caratterizzato la discografia degli Unleashed, arrivata col presente THE HUNT FOR THE WHITE CHRIST (Un titolo che è tutto un programma) al tredicesimo lavoro sulla lunga distanza, è stata infatti, viceversa, una costanza qualitativa invidiabile, sicuramente palesatasi in album talvolta straordinari e altre volte “solamente” buoni, ma comunque sempre in grado di garantire un elevato livello di godibilità, oltre che di indefessa coerenza e di incrollabile fiducia nel proprio trademark sonoro e concettuale.

Consolidata la formazione attorno al nucleo storico composto dal mastermind Jhonny, Edlund (da sempre impegnato al basso e alla voce), dal batterista Anders Schultz (celebre per la sua militanza anche nei seminali death-blacksters Unanimated) e dal chitarrista di di lungo corso Tomas Olsson, cui si aggiunse, nel 1995, il secondo chitarrista Fredrik Folkare, la band ha costruito disco dopo disco una reputazione inattaccabile e, per lo meno fin dalla pubblicazione dello straordinario As Yggdrasil Trembles del 2010, sembra vivere una sorta di “seconda giovinezza”, concretizzatasi in album che, pur perfettamente aderenti alla coordinate tradizionali del sound dei nostri, vibrano di una freschezza e di una maturità compositiva semplicemente irresistibili per tutti gli amanti del loro death metal a sfondo storico/vichingo.

Si arriva così al 2018 ed ecco che, a tre anni di distanza dal precedente, ottimo, Dawn Of The Nine, ci troviamo fra le mani un nuovo nato in casa Unleashed, curiosi di scoprire se dietro un titolo così roboante e forte si nasconda una nuova perla targata Jhonny & Co.

Ci pensa subito la opener LEAD US INTO WAR a rispondere a questa domanda in modo più che affermativo; il suo riff portante infatti colpisce inaspettato e micidiale come una badilata sui denti, col suo tiro puramente swedish (benchè alcune cose riportino alla mente, oltre al tipico Stockholm style, anche reminiscenze melodiche care alle band più pesanti della scena di Goteborg, At The Gates su tutti) mentre la struttura, molto semplice e immediata, ci permette di apprezzare la qualità e la cura che la band ha messo nel rifinire ogni singolo riff, in modo da non dover ricorrere a chissà quali sovrastrutture per rendere efficace e impattante la composizione.

Molto bello inoltre lo stacco centrale, dai tempi un po' più contenuti e magistralmente incastrato nel brano in modo da donargli dinamicità, il tutto senza fargli mai perdere ne tiro ne atmosfera, mentre una menzione di merito va per Fredrik, autore di un solo di pregevole fattura, assolutamente funzionale al dipanarsi del brano e non buttato li a casaccio come purtroppo spesso accade nelle frange più estreme del metal.

Menzione di merito per Fredrik anche per quanto riguarda la produzione, da lui realizzata (così come il mixing, di cui si è occupato in prima persona) presso gli At Chrome Studios e in grado di donare all'album suoni pieni, molto caldi e definiti, semplicemente perfetti per lo stile brutale ma allo stesso tempo ricco di pathos degli attuali Unleashed, che mai come in questo disco sembrano aver voluto puntare forte sulla dinamicità dei singoli brani, esaltandola grazie a un approccio alla composizione forse mai prima d'ora così certosino e ben congegnato e portato all'ennesima potenza dalla particolare attenzione posta nella costruzione di melodie, fraseggi ed arrangiamenti di assoluto pregio, particolare che non è certo fra le prime caratteristiche che verrebbe da affibbiare al manipolo di guerrieri di Stoccolma, ma che nel presente platter è in grado di fargli fare davvero un salto di qualità decisivo e veppiù marcato.

Quasi a voler rimarcare queste impressioni, ecco deflagrare la successiva YOU WILL FALL che, introdotta da un evocativo arpeggio, si dipana fra il riff vibrante e tremolante della strofa, le digressioni melodiche del pre-chorus, entrambi sostenuti dal blast beat preciso di Andreas, e un refrain dall'afflato epico irresistibile, prima che a cupi stacchi rallentati, ancora una volta impreziositi dallo splendido lavoro della chitarra solista di Folkare sia demandato il compito di aumentare in modo decisivo il gradiente di dinamicità di un brano che definire trascinante è puro eufemismo.

Le cose si fanno ancora più entusiasmanti con la successiva STAND YOUR GROUND, brano marchiato a fuoco da un riff portante metallicissimo, adagiato su un up tempo estremamente trascinante, per un risultato dall'headbanging assicurato.

Come se non bastasse, sono ancora una volta pre-chorus e refrain a fare la differenza, il primo in virtù di un arrangiamento melodico e ritmico azzeccatissimo e il secondo grazie alla sua carica marziale e fiera assolutamente irresistibile. Il classico refrain che fa venire voglia di alzarsi in piedi sul divano e alzare il pugno al cielo. Un brano sinceramente strepitoso, ancora una volta arricchito, come ciliegina sulla torta, da una porzione centrale costruita su soluzioni compositive avvincenti e di grande resa, sia dal punto di vista atmosferico che da quello del puro impatto. È ancora un blast beat implacabile a guidarci nel vivo della successiva GRAM, uno dei brani più vicini al suono brutale ma melodico reso celebre dagli At The Gates dei fratelli Bjorler e, dei brani sentiti fin'ora, quello maggiormente osato a livello compositivo così come a livello di arrangiamenti, in virtù dei continui stop and go che ne contrassegnano il dipanarsi, così come la continua alternanza atmosferica fra parti più evocative e tetre ed altre maggiormente votate all'aggressione pura, risultante in un brano non solo assolutamente avvincente e stupendamente longevo (non si tratta certo di un brano immediato, benchè l'impatto non venga meno nemmeno per un secondo lungo l'intera sua durata), ma anche perfettamente collocato all'interno della tracklist dell'album che, dopo tre brani di grande impatto come i brani che lo avevano preceduto, non può che guadagnare in dinamicità e in godibilità dall'intuizione di farvi seguire un pezzo simile, denotando la volontà della band di non lasciare nulla al caso in un album che comunque non appare mai artefatto o poco spontaneo.

Si torna a picchiare durissimo con la successiva TERROR CHRIST (con un titolo simile, poteva essere diversamente ?), brano dal debordante riffing quasi thrashy che molla la presa solo all'altezza del cupo, dissonante ritornello, introdotto da un interessante decostruzione del brano mediante l'utilizzo di una ritmica spezzata di grande efficacia.

Ancora una volta gli Unleashed si dimostrano maestri dello special, inserendo anche in questo brano una straordinaria porzione centrale ancora una volta dominata da fraseggi melodici e solisti dal pathos sconfinato, prima di ripiombare nell'inquietante refrain, cui è demandato il compito di concludere un altro pezzo da incorniciare.

Ancora grandioso death venato da elettrizzanti sentori thrash nella devastante THEY RAPED THE LAND, guidata dall'inconfondibile voce imponente di Jhonny, qui autore di una prova incazzatissima e velenossima, perfetto cantore delle vicende narrate nelle liriche del brano e, come sempre, pura incarnazione del concept che da sempre permea l'operato artistico della band. Chiunque abbia mai visto dal vivo gli Unleashed sa quanto gli Unleashed siano Jhonny Edlund e Jhonny Edlund sia gli Unleashed, e quanto profondamente sincera sia la sua dedizione nei confronti della sua creatura, sincerità che la band è sempre stata in grado di riversare nei propri album, garantendosi così un rispetto imperituro da parte dei propri fan e garantendo ai propri album un'aura di debordante, inscalfibile personalità e non fa eccezione questo ultimo parto, che anzi, proprio in virtù dell'assoluta libertà compositiva che sembra costituirne le fondamenta, appare come uno dei prodotti più genuini ed espressivi della consistente discografia della band svedese, e questo brano ne è l'ennesimo, magnifico manifesto: sfuriate death, stacchi quasi in odore di metal classico, ritornelli dall'impatto devastante, partiture ritmiche interessanti, fraseggi melodici ispiratissimi e mai ridondanti, il tutto miscelato in modo assolutamente perfetto per uno degli highlight assoluti di un disco che non sembra conoscere cedimenti di sorta. Le atmosfere si fanno più cupe e i ritmi calano abbastanza drasticamente con la successiva THE CITY OF JORSALA SHALL FALL, brano dall'andamento massiccio e inesorabile, inizialmente molto lento e soffocante e quindi assestato su un mid tempo molto vivace, sfociante in un refrain nuovamente vincente ma dalla coda nuovamente foriera di oscuri presagi, il tutto arricchito dall'ormai quasi immancabile, strepitosa porzione centrale, ciliegina sulla torta dell'ennesimo brano straordinario che spicca come uno dei più epici dell'intera tracklist.

Si prosegue su toni grandiosamente epici con la splendida title-track THE HUNT FOR THE WHITE CHRIST, senza dubbio uno dei brani più diretti e lineari dell'intero album, ma non per questo meno interessante o riuscito, anzi; la funzionalità di un simile brano, posizionato dopo una parte centrale del disco piuttosto impegnativa, gli fa guadagnare molto dal punto di vista della fruizione, e permette allo stesso tempo al brano di essere apprezzato ancora di più, fungendo da perfetta valvola di sfogo. Rabbioso, potente e allo stesso tempo pervaso da una irresistibile vena tragica ed epica; In poche parole, semplicemente grandioso. È un riff death dai connotati heavy deluxe quello che ci accoglie e ci guida attraverso la successiva, impronunciabile, VIDAURGELMTHUL, deliziosamente arricchita da efficaci dissonanze e da un ritornello dai deliziosi toni doom, toni che pervadono un po' tutto il brano, rendendolo uno dei più atmosferici dell'intero lotto, benchè la verve iniziale non vada mai scemando, anche grazie all'ennesimo ottimo lavoro fatto dalla band in fase di arrangiamento (il lavoro delle chitarre, come di tutti gli altri strumenti, è semplicemente grandioso, qui come lungo tutto il fluire dell'album, ricco di chicche e di dettagli che solo ripetuti ascolti sapranno svelare). Non tragga in inganno il tenebroso arpeggio iniziale: dietro al titolo BY THE WESTERN WALLS si cela uno dei brani più implacabili dell'intero album.

Come resistere alla carica della sua strofa, così marziale e insistita, seppur giocata su un up tempo di grande impatto? Come non godere dell'afflato drammaticamente espressivo del suo refraimìn, o dell'atmosfera assolutamente unica evocata dai fraseggi solistici della parte centrale del pezzo? Assolutamente impossibile. l'unica soluzione è lasciarsi trascinare senza opporre resistenza.

Si arriva così in un attimo alla conclusiva OPEN TO ALL THE WORLD, brano dall'attacco tanto melodico quanto irresistibile, prima che il death metal più classico e brutale prende il comando del brano all'altezza della devastante strofa, presto stemperata da un pre-chorus di maggiore respiro a sua volta sfociante nella melodia a due chitarre iniziale, chiamata stavolta a supportare l'estremamente catchy refrain, per un brano che fa dell'immediatezza la sua arma più efficace, nonostante anche qui non manchino arrangiamenti di gran classe e passaggi di assoluto rilievo in grado di elevare il pezzo ben al di sopra della media compositiva del genere, andando così a concludere col botto un album sul quale si può aggiungere poco a quanto già detto in precedenza, se non una raccomandazione: di album del genere, allo stesso tempo tradizionali e pieni zeppi di una personalità debordante e unica, non ne sono usciti tanti, negli ultimi tempi, così come trovare band di tale spessore e sincerità creativa è ormai merce sempre più rara.

Se amate il metal sanguigno, appassionato e disarmantemente “vero”, fate vostro questo disco. Perchè? Perchè qui dentro non troverete solo del grande death metal: qui dentro troverete soprattutto IL METAL, nell'accezione più ampia, inossidabile e pura del termine. Capolavoro.

 

Edoardo Goi

95/100