15 LUGLIO 2017

I Verjagen sono una band finlandese proveniente da Kouvola, città situata nel sud del paese dei mille laghi, il cui stile è, per ammissione stessa dei membri, un ibrido tra il death/black metal, il doom, ed il tradizionale rock ‘n’ roll. Il moniker della band è un termine suscettibile di traduzioni in varie lingue europee, e che presumibilmente sta per l’olandese “spaventare”, “terrorizzare”. Nel curriculum della giovane band, formatasi nel 2012, troviamo già 3 EP e 2 demo. L’EP oggetto di questa recensione, Slaughterhouse Blues, composto da 4 brani di media lunghezza, suona potente, tuttavia è difficile pensare che tale potenza possa essere traslata anche in sede live con un’unica chitarra. Il combo nordico è infatti un quartetto, composto da Otto Timonen alla voce, Henri Niemi alla chitarra, Sami Simpanen al basso e Jani Tanttu alla batteria.
Partiamo dalle apparenze. Questo EP, per ora distribuito solo digitalmente tramite il loro profilo BandCamp, si presenta con un artwork che, a modesto parere di chi scrive, è alquanto approssimativo e assolutamente non rappresentativo del genere musicale proposto dalla band. Ad ogni modo, è ovviamente la musica a ricoprire il nostro interesse principale; passiamo quindi ad un’analisi track-by-track.
Il primo brano Frozen Tomb of the Draugr è probabilmente il più riuscito. Si parte con una intro cadenzata, caratterizzata da una chitarra con un timbro caldo, distorsione non tagliata, per progredire poi velocemente verso lidi più confacenti al death melodico svedese ed all’heavy metal tradizionale (troviamo anche un bellissimo riff portante di maideniana memoria). L’elemento melodico, sia in questo che negli altri 3 brani, appare fondamentale, ma nonostante ciò Otto alla voce da sfoggio delle sue ottime capacità alternando con maestria growling e screaming da manuale. Intro a parte, Frozen… è il brano più veloce dell’album e viaggia spesso oltre i 200-220 bpm; una cavalcata che non sfocia mai nel blast.
Passando al secondo brano troviamo la (quasi) titletrack Slaughterhouse Blues (Meathook). Dall’attacco sembra di trovarsi innanzi ad un brano destinato a evolversi in un assalto thrash, mentre in realtà si tratta di un mid-tempo, in cui troviamo anche alcune soluzioni chitarristiche diffuse nelle moderne derive dell’heavy metal. Complessivamente ben riuscito, ma meno coinvolgente del precedente, forse anche a causa della durata.
Il terzo brano Desolate Sights (Under Enigmatic Sun) parte ancora una volta con un arpeggio cadenzato, quasi epico, che non sfigurerebbe affatto in album black metal. Rispetto alla precedente, Desolate... è una canzone più violenta nonché più melodica, che non incede mai nella velocità spasmodica, ed in cui troviamo nuove soluzione maideniane, tra cui un godibile (ma migliorabile) duello di chitarre durante il bridge.
L’EP si conclude con The Spiller of Demon Blood. La partenza questa volta è veloce, e dal titolo stesso sembra nuovamente di trovarsi innanzi ad un pezzo thrash, tuttavia l’auspicata accelerazione a rotta di collo non arriva, mentre si riscontra nuovamente come nel riffing la band attinga a piene mani dal calderone melodeath scandinavo.
In conclusione, il giudizio su Slaughterhouse Blues è più che positivo, e gli elementi di spicco sono sicuramente l’ottimo songwriting, nonché la tecnica notevole di Henri e, soprattutto, Otto alla voce. Di certo l’autodefinizione del genere proposto dalla band risulta non propriamente corretta, trattandosi di fatto di un death melodico, e mancando i dichiarati elementi riconducibili al black ed al doom metal. Il modesto consiglio dello scrivente alla band, per il futuro, è di accantonare il “formato ridotto” per dedicarsi all’esordio sulla lunga distanza, nonché di migliorare la produzione e di dedicare maggiore attenzione all’aspetto grafico, elemento imprescindibile per spiccare al giorno d’oggi in un ambiente musicale saturo come quello del metal. Una volta migliorati i suddetti aspetti, gli elementi fondamentali per il grande salto ci sono tutti.

 

Luigi Scopece
 80/100