6 LUGLIO 2019

Recensione a cura di Edoardo Goi
Handful Of Hate - “Adversus”

E' difficile, per chi scrive, approcciarsi in modo distaccato alla recensione di questo nuovo lavoro dei toscani HANDFUL OF HATE.
Il precedente platter, To Perdition, è stato infatti mio personale top album nel suo anno di pubblicazione, il 2013, e l'impatto avuto su questo povero recensore dal loro storico debutto Qliphotic Supremacy del 1997 è qualcosa di difficile da spiegare; mai prima di allora mi era capitato di sentire una band che riuscisse a coniugare in modo così perfetto un black metal di tale veemenza con atmosfere legate al ritualismo occulto, generando un sound unico e tutt'ora ineguagliato.
Anche il successivo distaccarsi dalle atmosfere occulte e magiche in favore di un approccio più dissacrante e “carnale” non ha poi impedito alla band di sfornare ulteriori capolavori, fra tutti gli splendidi Vicecrown del 2003 e Gruesome Splendour del 2006, all'insegna di un black metal tanto devastante quanto personale, ideale trait d'union fra il black metal di stampo svedese, quindi sostenutissimo nei tempi ma con un occhio di riguardo per l'atmosfera, e il death metal più evocativo e infernale che vede nei primi Morbid Angel la sua indiscussa band di punta.
A un lavoro dall'approccio più minimale e violento come You Will Bleed del 2009 aveva fatto poi da contraltare la complessità compositiva del sunnominato To Perdition, lavoro in cui la band si era spinta oltre qualunque cosa tentata in precedenza dal punto di vista degli arrangiamenti, raggiungendo un livello di eccellenza da top act assoluto, e non solo in riferimento alla scena italiana (status che comunque la band, sempre per chi scrive, aveva già raggiunto fin dai tempi del già precedentemente incensato debutto).
Va da se che, viste queste premesse, i sei lunghi anni trascorsi dalla pubblicazione del precedente full-lenght avevano generato non poca attesa riguardo al nuovo materiale, anche perché le notizie trapelate riguardo allo stesso erano state sempre pochissime.
La prima novità che balza positivamente agli occhi è la stabilizzazione della posizione del secondo chitarrista nella persona di Andrea Toto, che si è occupato qui anche della registrazione delle tracce di basso, ma che soprattutto sembra aver avuto ampio margine di movimento in fase di composizione.
La novità più sostanziale di questo ADVERSUS riguarda proprio la suddivisione quasi equa del numero di pezzi firmati musicalmente da Andrea e quelli firmati da Nicola Bianchi (voce e chitarra), unico membro fondatore rimasto in seno alla band (la cui line up è completata dallo straordinario batterista Aeternus, al secolo Diego Tasciotti) e da sempre suo songwriter principale, mentre le liriche dell'album sono state tutte appanaggio di quest'ultimo.
Lo stile peculiare dei due musicisti, complementare ma allo stesso tempo facilmente distinguibile (sia a livello puramente esecutivo che in fase di songwriting) risulterà, a conti fatti, il valore aggiunto di un album che proprio dalla sua varietà compositiva è capace di trarre la sua freschezza, permettendo così alla band di fare un ulteriore passo in avanti dal punto di vista dell'affinazione del proprio stile peculiare, e impedendogli di adagiarsi sul livello, pur altissimo, raggiunto fin qui.
Chi si aspettava un “To Perdition Pt.2” potrebbe rimanere parzialmente deluso quindi dal rinnovato approccio alla composizione messo in campo dalla band in questa occasione, sebbene nulla di quanto fatto in passato venga qui rinnegato, tutt'altro; di certo, si rimane un po' spiazzati, memori di passate opening tracks violentissime e improntate su velocità estreme come To Perdition, Livid o I Hate, nel trovare in apertura una traccia come AN EAGLE UPON MY SHIELD (Veteris Vestigia Flammae), col suo splendido riff marziale iniziale, preludio a una strofa in mid tempo tanto austera quanto incisiva e, in generale, a un pezzo estremamente dinamico, contrassegnato da frequenti quanto repentini cambi di tempo e dalla concatenazione di riff semplicemente grandiosi, con una porzione centrale maggiormente brutale e rimandi nemmeno tanto velati a un certo swedish sound che da sempre è fra le influenze principali dei nostri.
Superata la sorpresa iniziale, non si può far altro che constatare come gli Handful Of Hate abbiano centrato una nuova opener straordinaria, destinata (un po' come succederà con il resto dell'album) a crescere ascolto dopo ascolto, focalizzata com'è più sull'incastro delle varie parti che sulla mera furia esecutiva che, comunque, non manca affatto.
A tale riguardo, non si può mancare di rimarcare lo strepitoso lavoro di Diego dietro le pelli, devastante nelle parti più brutali e dal grande groove in quelle meno parossistiche, il tutto gestito con grande gusto, tiro e fantasia.
Un vero valore aggiunto in un contesto musicale dove spesso si punta tutta sulla velocità di esecuzione, dimenticandosi di quanto un lavoro curato e di gusto riguardo alle parti di batteria possa giovare all'intera pasta sonora dei brani.
Se poi uniamo il tutto alla personalità debordante che da sempre la band riesce a dare alla propria proposta, capirete subito di che razza di lavoro ci si possa trovare tra le mani.
E' furia pura ciò che invece ci attende all'inizio della successiva BEFORE ME (The Womb Of Spite), brano dall'impatto devastante reso ancora più incisivo dall'uso di porzioni rallentate dall'atmosfera deliziosamente sulfurea e da brutali stacchi in odore di death metal che la band si dimostra, al solito, maestra nell'inserire all'interno della propria musica senza che questa perda un'oncia della propria affilata centratura.
Sugli scudi, il lavoro delle chitarre, semplicemente perfette, fantasiose e dannatamente concrete, capaci allo stesso tempo di tessere trame dal sostrato melodico azzeccatissimo e di partorire riff tritaossa con una apparente semplicità a dir poco disarmante.
Poco da dire: un'accoppiata iniziale semplicemente da urlo.
Con la successiva CARVED IN DISHARMONY (Void And Essence) ci si avvicina maggiormente allo stile che aveva contraddistinto il precedente To Perdition , e quindi riff velocissimi e pregni di atmosfere decisamente swedish (in alcuni fraseggi, vicini ad alcune cose dei Dissection più gelidi) uniti a passaggi in odore di death-thrash davvero annichilenti per impatto e resa, il tutto valorizzato dalle non comuni capacità in sede di arrangiamento che da sempre pongono la band ai vertici della scena estrema, italiana e non solo.
Che dire infatti del modo in cui la band gestisce l'articolata parte centrale, e dell' oscura epicità sprigionata nell'imponente porzione finale che, se da una parte ci richiama alla mente le cose migliori in tale ambito di top seller come Behemoth e Nile, anche per l'uso di voci dal forte afflato ritualistico, dall'altro ci permette di constatare quanto vasta sia la tavolozza di colori musicali cui la band può attingere senza per questo suonare mai citazionista o poco personale.
Come non restare poi annichiliti dalla brutalità black-death della successiva SEVERED AND REVERSED (Feudal Attitude), col suo riff portante rimembrante i migliori Morbid Angel (opportunamente “blackizzati”) e i suoi stacchi puramente black, intrisi di un tale lirismo atmosferico da risultare malinconicamente commoventi, sebbene inseriti in un contesto di violenza belluina in un gioco di contrasti a dir poco entusiasmanti.
Il brano è breve, conciso, ma al contempo ricchi di spunti e si bea di un lavoro di chitarre assolutamente, nuovamente, straordinario, sia in fase ritmica che in fase solista, grazie a fraseggi di gran gusto e dalla spiccata incisività.
E' invece un'intro lenta e sulfurea a spalancarci le porte della traccia seguente, intitolata DOWN LOWER (Men And Ruins), brano impostato su tempi decisamente più contenuti rispetto al precedente, benché non manchino azzeccate accelerazioni capaci di rendere il brano meno monotematico e maggiormente dinamico.
E' un pezzo che viene facile collocare nella grande tradizione di mid-tempos infernali e impattanti alla stregua di passati capolavori della band come Boldly Erected o Grotesque In Pleasure, Rotten In Vice, reso vincente, ora come allora, dalla capacità del gruppo di rendere estremamente dinamici anche i frangenti più pesanti della propria musica senza la necessità di ricorrere a parti veloci per mascherare eventuali lacune sui tempi lenti.
Tutt'altro: qui tutto è aggressione, pesantezza e incisività, grazie a riff sempre freschi e vincenti, splendidi arrangiamenti ritmici e una linea vocale di rara intensità e resa, il tutto perfettamente amalgamato a creare un quadro sonoro semplicemente perfetto.
Si torna a spingere con decisione sull'acceleratore con la successiva CELEBRATE, CONSUME, BURN, brano dall'afflato swedish black decisamente spiccato, innervato da porzioni death terrificanti per brutalità e impatto, il tutto graziato da un riffing sublime (a tratti deliziosamente dissonante) e da una prova semplicemente spaventosa di Aeternus alla batteria.
Un cazzotto dritto in faccia scagliato con la solita perfidia da una band che, quando si tratta di colpire duro, ha davvero pochissimi rivali, e questo brano ne è l'ennesima dimostrazione.
Classe e violenza unite a braccetto in un connubio semplicemente letale.
Si continua a spingere forte anche nella successiva TOWARD THE FALLEN ONES (Psalms To Discontinuity), benché qui la gestione dinamica si riveli più varia e meno oltranzista rispetto al brano precedente.
E' infatti notevole il dispendio di energie profuse in fase di composizione e arrangiamento del brano, capace di concatenare una serie impressionante di riff e soluzioni sonore, oltre che di cambi di tempo, beandosi anche di un lavoro sontuoso per quanto riguarda i fraseggi melodici delle chitarre chiamati a cucire insieme le parti di un brano tanto conciso quanto ricco di spunti e passaggi memorabili.
L'entusiasmo non scema minimamente con la successiva THORNS TO REDEMPTION (Gemendo Germinat), brano costruito su saliscendi emotivi semplicemente straordinari, a partire dall'iniziale andamento in mid-tempo splendidamente evocativo (arricchito ancora da un riffing di livello assoluto), passando da porzioni black-death di grande incisività per poi sfociare in torrenziali esplosioni di black metal dall'atmosfera straordinaria, proseguendo poi per il resto del pezzo all'insegna della ricchezza sia timbrica che dinamica, per una delle composizioni più variegate e sorprendenti dell'intero lavoro, impreziosita da passaggi quasi catchy nelle melodie di fondo che non fanno altro che rendere il tutto ancora più incisivo e memorabile, grazie alla cura evidente messa dalla band anche nel concepimento e realizzazione di tali soluzioni.
Non tragga comunque in inganno l'uso della parola “catchy”: ci si vuole qui unicamente riferire alla capacità della band di costruire parti melodiche curatissime in grado di stamparsi con immediatezza nell'immaginario dell'ascoltatore, donando così ai brani una profondità emotiva di livello superiore, e non di certo a soluzioni semplicistiche adottate per donare alle proprie composizioni un maggiore appeal commerciale, stemperando l'atmosfera dei propri brani e rendendoli così più accessibili a chicchessia.
A ulteriore riprova di quanto detto, ecco giungere la splendida IDOLS TO HANG, mid tempo trascinante dalla linea vocale azzeccatissima e decisamente immediata reso estremamente accattivante da accelerazioni mai eccessivamente parossistiche e da un uso spesso dissonante delle chitarre che rimanda, nei suoi momenti più schizoidi, ai grandiosi Thorns di Snorre Ruch.
Chitarre che risultano magistrali anche quando vengono utilizzate per tratteggiare atmosfere più malinconiche e meno malate, oltre che per scolpire i granitici riff su cui posa questa nuovamente riuscitissima composizione, capace di risultare allo stesso tempo catchy e straniante.
Un ennesimo colpo da maestri.
Si giunge così alla conclusiva ICONS WITH DEVOURED FACES, brano incentrato su atmosfere epiche ed evocative fin da subito, e destinato a non arretrare mai, in tal senso, per tutta la sua durata, benché la band non manchi di irrobustire e rendere più accattivante la composizione, incentrata su tempi lenti e soffocanti, mediante il sapiente uso di parti up-tempo, parti arpeggiate e accelerazioni in blast beat mai eccessivamente parossistiche.
L'atmosfera avvolgente del brano risulta semplicemente stupenda, e garantisce all'album un finale degno di quanto espresso lungo l'intero suo dipanarsi.
E' inutile che io mi dilunghi oltre riguardo a questo nuovo lavoro degli Handful Of Hate; avrete capito senz'altro benissimo che, per chi scrive, qui ci troviamo al cospetto del lavoro di una band superiore, il cui nome meriterebbe di essere inserito a pieno titolo al fianco di quello di band unanimamente riconosciute come top acts a livello mondiale, e che con questo Adversus assesta l'ennesimo colpo letale per chiunque si ostini a pensare che dall'Italia non possa giungere nulla di nemmeno paragonabile a quanto prodotto nelle scene più rinomate.
Ecco, Adversus è a mio parere proprio l'ennesimo, tonante, VAFFANCULO a tutti loro: un album suonato divinamente, registrato benissimo e compositivamente eccelso, capace di infestare a lungo i padiglioni auricolari di chiunque adori il black metal violento, impattante e oscuro ma al contempo anche curatissimo e grondante personalità da ogni solco.
Ennesimo capolavoro.
Fatelo vostro e flagellatevi con ascolti ripetuti e reiterati.

 

 

VOTO: 100/100