19 FEBBRAIO 2021

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Innanzi tutto, i riff si fanno molto più taglienti, mettendo da parte il grezzume oscuro per il quale gli Armagedda erano famosi nei loro primi passi discografici.

Fanno la loro comparsa numerose dissonanze, e i brani suonano decisamente complessi e stratificati, benché assolutamente godibili ed “epidermici”, ricordando in questo un po' quanto fatto dagli ultimi Craft e dai Gaahls Wyrd, e l'atmosfera si fa decisamente più occulta ed esoterica, pur senza perdere quel tocco deliziosamente “rurale” che caratterizzava il passato della band, ma portandolo a un altro livello di consapevolezza.

Graziato da una splendida copertina ad opera di Erik Danielsson dei Watain (che si conferma grafico sopraffino, creando un'opera in grado di creare immediatamente un ponte di continuità col passato della band, grazie all'inserimento, all'interno del nuovo artwork, anche di quello del precedente full), e forte di una produzione di altissimo livello (realizzata presso i No Solace studios per mano di M.Z. dei MGLA), capace di valorizzare appieno il nuovo corso dei nostri senza far venire meno la necessaria componente “raw” del loro sound, l'album colpisce subito a fondo l'immaginario dell'ascoltatore con l'opener OND SPIRITISM (a voler rimarcare ulteriormente il senso di continuità evolutiva rispetto al proprio passato), preceduta dalla breve, evocativa, intro DET SJUTTONDE ÅRET.

I ritmi sono martellanti, guidati da un blast beat “come si faceva una volta”, e il riffing è gelido e straordinariamente immaginifico.

L'ascoltatore è subitaneamente calato in un quadro vividissimo fatto di gelo e magia, guidato da un sound finemente cesellato, prima che il brano prenda connotati black&roll decisamente trascinanti, implementati a livello di stratificazione da oculatissimi interventi di chitarra ora dissonanti, ora contrappuntanti il main riff con fraseggi di grande pregio, segno di un'attenzione certosina in fase di composizione e arrangiamento;

attenzione che traspare anche dal dipanarsi strutturale del brano, decisamente ben studiato e ricco di cambi di tempo e di registro, dove sinistre e occulte melodie vanno a fornire la proverbiale “marcia in più” a un pezzo che sembra davvero rasentare la perfezione, tanto maniacale e al contempo “catchy” risulta la cura messa dalla band nella sua realizzazione.

Un'apertura semplicemente da standing ovation. I tempi si fanno decisamente più lenti, e le atmosfere più cupe e inquietanti, nella successiva LIKVAKA, brano graziato da un lavoro di chitarra nuovamente cesellatissimo in cui i nostri riversano tutto il loro amore per la componente esoterica e arcana del proprio sound, con risultati assolutamente grandiosi. Il brano, dalla durata importante (un po' come tutti i brani di questo full lenght, che si spingono fino agli undici minuti e non scendono mai sotto i sei minuti e trenta secondi), vive di alternanza fra momenti lenti ed avvolgenti ed altri più dinamici (senza però mai raggiungere, nemmeno lambendole, vette che si possano definire “efferate”), graziato da geniali e quasi psichedeliche aperture pulite (stranamente associate ai momenti ritmicamente più spinti, per un effetto assolutamente spettacolare) e da una sapiente gestione atmosferica che permettono a questo spaccato di notturni sentori di non far scemare mai la tensione emotiva lungo l'intero suo svolgimento.

Il tutto sfuma senza sosta alcuna nella successiva DJUPENS DJUP, brano che, innervato da uno splendido costrutto melodico pressoché costante, spinge se possibile ancora di più sul lato notturno e misterioso della proposta degli Armagedda,raggiungendo vette di lirismo assolutamente straordinarie.

Il riffing, come sempre, è di primissimo ordine, e la capacità della band di generare atmosfere sinceramente totalizzanti rende questo brano un autentico viaggio extra-dimensionale nel mondo affascinante e terribile della band, lentamente trascinati verso il buio più impenetrabile dalla implacabili spire del loro sound.

La seconda parte del brano, accompagnata da un blast beat quasi ipnotico e da fraseggi di chitarra ai limiti del black psichedelico, rende il tutto ancora più completo e perfetto, lasciando l'ascoltatore assolutamente inerme di fronte a cotanta magnificenza, suggellata da un lavoro di cori tanto poco tronfi quanto sublimi.

Un'autentica gemma. Lo spettro dei Satyricon più “sghembi” e osati si materializza all'inizio della successiva GUDS KADAVER (EN FALSK MESSIAS), brano contorto, claudicante ed estremamente dissonante che sembra costruito appositamente per trasmettere disagio, stordimento e malessere all'ascoltatore, adempiendo con sadico autocompiacimento ai propri propositi.

La batteria è un martello che picchia dritto nel cervello dell'ascoltatore, mentre le chitarre disegnano geometrie circolari stranianti, implacabili e al contempo ammalianti.

Benché il pezzo assuma via via connotati sempre più dinamici e meno opprimenti, grazie anche all'utilizzo di porzioni black & roll che rimandano un po' a certi Taake, la composizione non perde mai la presa al collo ( e alla mente) dell'ascoltatore, sbatacchiandolo qua e là in un vortice di black metal al contempo ricercato e primordiale, per le sensazioni profondissime che riesce ad evocare, e ci permette di appurare, ancora una volta, quanto nulla, in questo album sia lasciato al caso, grazie a un lavoro assolutamente magistrale tanto per quanto riguarda gli intrecci strumentali che per quanto riguarda le stratificazioni vocali, implementate da un uso oculatissimo e ponderato dell'effettistica.

Ancora rapiti dall'inscalfibile maelstrom sonoro del brano precedente, si resta quasi tramortiti dall'assoluta perfezione del riff posto in apertura alla meravigliosa e decisamente “catchy” (fatte le dovute precisazioni) FLOD AV SMUTS, cavalcata black dalla presa emotiva immediata e implacabile che, graziata da un costrutto dinamico ai limiti della perfezione e da un riff portante degno dei grandi classici del black metal di tutti i tempi.

L'empatia immediata generata da questo pezzo, implementata dall'aura mistica e straniante che avvolge l'intero platter, è a dir poco potentissima, così come la prestazione misuratissima di tutti i musicisti.

Tutto sembra esattamente al suo posto: ogni fill di batteria, ogni singolo riff, ogni singolo cambio di tempo (anche qui le variazioni sono numerose e sempre estremamente funzionali al dipanarsi emotivo del brano), ogni singola linea vocale, suonano semplicemente “perfetti”, qui come nel resto dell'opera, contribuendo a generare l'ennesima perla nera di un album che sembra davvero non conoscere difetto alcuno e che, anzi, proprio nella sua tangibile aura extra-sensoriale, riesce ad andare con facilità oltre la somma delle sue parti, per giungere a un empireo cui solo i grandi capolavori riescono ad assurgere.

Un album che sembra davvero distillato da una realtà “altra”, più che semplicemente “composto”.

Non paghi del risultato già conseguito fin qui, gli Armagedda piazzano in coda al brano la magnificenza di EVIGHETEN I EN OBRYTBAR CIRKEL;

undici minuti di assoluta perfezione che sembrano voler sfidare con malcelata consapevolezza dei propri mezzi l'elegia notturna di un album come il capolavoro dei già citati Taake “Nattestid Ser Porten Vid”;

ed è proprio a questo album che potremmo paragonare questo “Svindeldjup Attestud”, proprio in virtù della sua capacità di coniugare black metal gelido, feroce e impietoso e sentori di oscura, mistica, notturna poesia (benché qui, rispetto al nebbioso e invernale album dei Taake, siano i sentori atavici ed esoterici a menare le danze).

Come spesso accade in brani di tale durata posti in coda a un album, in questa lunga epopea di black dissonante e extracorporeo la band concretizza un po' una summa di quanto proposto nel resto dell'album, calcando se possibile ancora di più la mano sulla componente avvolgente e straniante ma senza mancare di affondare colpi letali a ripetizione, sottendendo al tutto un costrutto sonoro solidissimo ed estremamente dinamico ( e non a caso questo termine ricorre più e più volte nel corso di questa recensione) capace di non far mai mancare la necessaria consistenza al brano anche nei suoi momenti più psichedelici e stranianti.

I riff e le melodie si intrecciano e si susseguono senza sosta, entrambi curatissimi e calibratissimi, mentre la voce, ora secca e ruvida, ora stratificata, evocativa e supportata da oculati interventi corali dal taglio decisamente ieratico e rituale, da corpo ai paesaggi evocati dal sostrato musicale del brano, finemente intarsiato di passaggi puliti dal grande potere immaginifico, andando a formare un quadro complessivo di disarmante bellezza.

Non poteva davvero esserci modo migliore per concludere un lavoro superbo, capace di zittire al di là di ogni possibile replica le innumerevoli cassandre che da tempo immemore si fanno araldi dell'assunto secondo il quale un certo tipo di black metal non avrebbe più nulla di interessante da dire. Un album che qualunque fan del black metal con le radici profondamente innervate nella scena degli anni 90, ma al contempo foriero di una personalità debordante, dovrebbe ascoltare.

Un vero monumento alla nera fiamma. Impossibile, per me, esimermi dal premiarlo con il massimo dei voti. Totalmente imperdibile.

 

100/100