14 Ottobre 2019

ASAGRAUM, Dawn Of Infinite Fire, review, Insane Voices Labirynth

Recensione a cura di Edoardo Goi

Il black metal, come ogni altro genere musicale, è ciclico.
C'é stato un periodo delle registrazioni marce, del gelo e del culto della morte, poi c'è stata l'esplosione del black sinfonico e delle commistioni con l'immaginario gotico, la riscoperta delle radici rock, l'estremizzazione tecnica dell'avant-garde/prog, la sacralità rituale dell'orthodox, la disperazione del depressive e il mal di vivere del post-black, per non parlare dell'emotività dell'atmospheric.
Finita questa sbornia di diramazioni, negli ultimi tempi stiamo assistendo a un revival del black metal più legato alla prima metà degli anni 90 (dove per “revival” si intende un rinnovato interesse da parte del mercato, essendo l'approccio classico al black metal un atteggiamento mai venuto meno nel corso degli anni, per quanto riguarda la scena underground), grazie alla crescente visibilità di band quali Darkened Nocturn Slaughtercult, MGLA e Uada e al ritorno di alcune grandi band del passato alle loro sonorità più classiche, come successo ad esempio per i Mayhem (il cui discussissimo tour celebrativo per il ventennale della pubblicazione di De Mysteriis Dom Sathanas è stato, volenti o nolenti, uno degli eventi musicali di maggior richiamo nella scena, negli ultimi anni) o per gli Immortal che, ora capitanati da Demonaz, hanno sfornato un album tanto splendido quanto clamorosamente legato alle loro prime gesta musicali (per tacere dei numerosi tour celebrativi intrapresi da band del calibro di Emperor, Satyricon o Enslaved, in tempi più o meno recenti).
In questo filone si inseriscono senza dubbio anche le olandesi ASAGRAUM, all-female band olandese già distintasi con la pubblicazione dello splendido debutto “Potestas Magicum Diaboli” nel 2017 e ora decisa a scalare le gerarchie della scena col secondo album, intitolato DAWN OF INFINITE FIRE e pubblicato su etichetta Edged Circle Productions il 13 settembre del 2019.
Fondate da Obscura (al secolo, Hanna Van Den Berg) nel 2015, e con essa sempre identificatesi, le Asagraum si sono distinte fin da subito per un approccio decisamente old-school alla materia black innervato da influenze di dark-psychedelic sound capaci di donare personalità alla loro proposta senza tradirne le radici decisamente “classiche”;
ed è nella medesima direzione che la band si muove anche in questa nuova uscita, con una formazione da studio come al solito ridotta a due soli elementi nelle persone di Obscura, che si occupa di voce, chitarre e basso, e la nuova entrata A. (vero nome, Amber De Buijzer, già con le Sisters Of Suffocation) alla batteria.
Nella medesima direzione, ma con risultati abbastanza diversi;
se è vero infatti che anche il precedente platter della band risultava decisamente interessante e riuscito, oltre che nettamente più spinto sul versante atmosferico e psichedelico, qui l'affilatura delle armi in suo possesso, oltre che uno spostamento del baricentro artistico verso il versante più impattante della sua proposta, contribuiscono a far fare alla stessa un balzo in avanti piuttosto sostanziale dal punto di vista del risultato finale, facendogli trovare un equilibrio pressoché perfetto e spingendola ai limiti della perfezione assoluta.
Parole senza dubbio impegnative, ma che non possono che sorgere spontanee quando, dopo una bravissima quanto inquietante intro, la carica luciferina dell'opener THEY CRAWL FROM THE BROKEN CIRCLE esplode in tutta la sua ferocia.
Due cose balzano subito all'attenzione:
la prima è il suono, brutale e sulfureo ma al contempo anche decisamente curato, frutto del lavoro di Necromorbus (autore anche del mixaggio e della masterizzazione dell'album) presso i suoi Necromorbus Studios, e la seconda è la rinnovata impostazione ritmica portata in seno alla band dalla nuova entrata A., in possesso di uno stile decisamente più intenso ed “old” school rispetto a quello della precedente batterista T.;
uno stile che, evidentemente, va da decisamente a genio alla mastermind Obscura, visto l'affiatamento mai prima d'ora così spiccato fra lei e la sua batterista, in grado di risultare un valore aggiunto decisivo per la riuscita dell'intero lavoro, graziato infatti da una comunione d'intenti quasi simbiotica degna dei grandi capolavori del genere.
Tornando al brano in esame, ci troviamo di fronte a un pezzo di grande impatto, dai numerosi rimandi tanto alla scuola norvegese tanto a quella svedese degli anni 90, in virtù di un riffing feroce e mortifero in odore di Tsjuder, Immortal e primi Satyricon e splendide, insinuanti melodie figlie della lezione impartita da act quali Dissection, Necrophobic e primi Dark Funeral, il tutto ammantato dalla consueta aura oscuramente psichedelica che da sempre contraddistingue l'operato della band sebbene, in questo album, virata in un'ottica più sulfurea e meno dilatata.
Un'opener davvero irresistibile.
La successiva LIGHTLESS INFERNO parte in modo ancora più feroce, sull'onda di un blast beat furibondo e un riffing tagliente e gelido, molto in odore Dark Funeral, che la band si dimostra abilissima a spezzare con opportuni break rallentati forieri di melodie infernali e avvolgenti, dimostrando un non trascurabile senso per la dinamica e un notevole gusto in fase di arrangiamento.
E' strepitosa infatti la compattezza di fondo che il gruppo é in grado di donare alle proprie composizioni, amalgamando alla perfezione ogni singolo elemento del proprio songwriting e arrivando a distillare dei brani davvero avvincenti e di senso compiuto (un'arte di cui spesso si trascura l'importanza, nell'ambito della musica estrema, soprattutto oggigiorno).
Ottimi inserti rimandanti alla scuola norvegese, tanto nel riffing quanto nel comparto melodico, completano il quadro di un brano di rara incisività, secondo, straordinario tassello di un album che promette di fare davvero scintille.
Lo slabbrato riff iniziale della successiva ABOMINATION'S ALTAR, dai rimandi tanto al death primordiale dei Celtic Frost quanto alle scudisciate black & roll degli ultimi Carphatian Forest, fa da preludio a uno dei pezzi più potenti e impattanti dell'intero album, e non suona affatto strano che lo stesso sia stato scelto come singolo apripista del medesimo.
E' infatti mirabile come la band si dimostri capace di amalgamare lo stile brutale e grezzo delle succitate band con porzioni di black scandinavo al cardiopalma, sia per impatto che per atmosfera, nonché con aperture dall'afflato melodico più spiccato, di gran presa e per nulla ridondanti, caratterizzate da un riffing meno serrato e più cristallino, il tutto con una fluidità d'ascolto e una focalizzazione sul brano di livello assoluto.
E' questo uno dei brani in cui maggiormente balza agli occhi la grande affinità artistica fra le due musiciste coinvolte nella registrazione di questo album, con una A. capace di seguire ed impreziosire ogni singolo imput sonoro messo sul piatto dalla mastermind Obscura con un'intesa, un tiro e un gusto semplicemente impeccabili.
Uno degli highlights assoluti dell'intero lavoro.
Non si arretra di un millimetro, in quanto a impatto e intensità, nemmeno con il brano successivo, intitolato GUAHAIHOQUE (strano termine che, nella lingua chibcha originaria dell'america centrale, indica il demonio) e nuovamente pregno di sentori provenienti dalla seconda ondata del black metal scandinavo (in questo caso chi scrive si sente di tirare in ballo i primi Emperor ed Enslaved) che la band condisce con splendide quanto azzeccate aperture di maggior respiro dallo splendido flavour black & roll nonché con porzioni maggiormente incentrate sull'atmosfera, caratterizzate da ritmi lenti e da melodie sinistramente avvolgenti e dissonanti, con la classica ciliegina sulla torta costituita, in questo caso, da uno splendido solo centrale che, sebbene di certo non rivelatore di una tecnica superiore, si rivela ottimamente concepito e di gran gusto.
Va sottolineato come la band sia brava ad ammantare per intero le sue composizioni di un'aura cupamente psichedelica e disturbante, non limitando questa sua capacità alle porzioni meno feroci ma andando a costruire atmosfere tanto insinuanti quanto avvolgenti lungo l'intero sviluppo delle stesse.
Questa capacità si rivela imprescindibile nel garantire alla musica delle olandesi una stratificazione quantomai appagante, oltre che una spazialità totalizzante in fase di ascolto grazie alla quale ci si ritrova, quasi inaspettatamente, completamente avvolti tra le spire della loro musica, soggiogati da costruzioni sonore tanto “immediate” quanto ottimamente concepite e realizzate.
Un elemento che costituisce senza dubbio una delle caratteristiche in grado di elevare le Asagraum dal mare mostrum delle “buone band” per proiettarle nell'olimpo dei top acts.
Come non bastassero questi primi quattro brani a dare l'impressione di trovarci di fronte a un album in grado di fare la differenza, ecco giungere la splendida title track DAWN OF INFINITE FIRE.
Introdotta da una parte costruita su evocativi fraseggi di chitarra che ricorda da vicino lo stile prominente sul loro album di debutto, la composizione si trasforma ben presto in una nuova, furibonda sferzata black dai connotati non eccessivamente oltranzisti resa memorabile da splendidi squarci black & roll ammantati di dark sound che ricordano in qualche modo alcune cose degli ultimi Tribulation, quando non sfocianti in sonorità più vicine all'epic moderno e contaminato degli ultimi Enslaved e nella gelida magnificenza dei Taake del periodo “Hordaland Doedskvad”, il tutto riletto attraverso la visione artistica della band, capace di fare proprie con incontestabile personalità tutte le influenze alla base del proprio sound.
Si tratta, a conti fatti, di un brano piuttosto catchy (relativamente al genere proposto dalla band), che vive sullo splendido equilibrio fra le parti, tutte dosate sapientemente e, altrettanto sapientemente, arrangiate per costruire un quadro sonoro avvincente e al contempo intenso e feroce, benché maggiormente incentrato sul comparto atmosferico riguardo ai pezzi che lo hanno preceduto.
Sono ancora arpeggi distorti e dissonanti ad aprire la successiva DOCHTERS VAN DE ZWARTE VLAM (tradotto: figlie della fiamma nera), ma questo non tragga in inganno;
ci troviamo infatti di fronte a uno dei pezzi più furiosi e malifici dell'intero lotto, oltre che uno dei più diretti e “in-you-face”, con opportuni stacchi di assoluta malignità opportunamente dislocati lungo il suo dipanarsi per garantirgli la giusta profondità e l'immancabile presa emotiva che è segno distintivo della proposta della band, oltre che la necessaria personalità capace di non farlo naufragare nell'anonimato del “bello ma già sentito” cui poche band sembrano porre attenzione, attualmente.
Una delle caratteristiche più pregevoli messe in mostra dalle Asagraum in questo disco è infatti la capacità di infondere un'anima vitale unica ad ogni singola composizione, creando vere “canzoni” che, mirabilmente valorizzate, risultano molto più del semplice insieme delle parti che le compongono e che, messe in fila una dietro l'altra, formano una tracklist assolutamente priva del benché minimo calo qualitativo o di tensione.
Quasi a permettere all'ascoltatore di tirare un po' il fiato dopo un simile assalto, ecco giungere le iniziali litanie mortifere della successiva BEYOND THE BLACK VORTEX, splendidamente dissonanti, che sembrano accompagnarci attraverso scenari di magniloquente desolazione, prima che una accelerazione assassina (ancora una volta in odore del migliore black di marca svedese) ci travolga lasciandoci al contempo storditi ed esaltati di fronte alla capacità di queste agguerrite ragazze di giostrare a piacimento con le dinamiche dei pezzi senza perdere mai un'oncia di incisività, proprio come accade nel prosieguo del brano, contrassegnato da numerose variazioni sul tema, con parti meno oltranziste e più oscure e splendide aperture atmosferiche ad alternarsi ad altre sferzate di inaudita ferocia in un gioco di contrasti assolutamente spettacolare, il tutto condito dalle parti forse più psichedeliche dell'intero lavoro, splendido suggello di quello che, forse, è il brano preferito dell'intero album, per chi scrive.
Davvero magnifico.
Si picchia durissimo fin da subito nella successiva HATE OF SATAN'S HAMMER che, come già successo in altri brani dell'album come la opener o il singolo Abomination's Altar, lascia per un attimo da parte il riffing tagliente e gelido tipico di un certo black metal scandinavo (cui le Asagraum appaiono comunque legatissime) per abbracciare un riffing più marcio e consistente tipico delle prime mosse del black metal mondiale, ancora parzialmente legate a un certo modo di intendere il death metal ma ormai proiettato verso la futura evoluzione del genere, con chiari riferimenti ai primi Mayhem, ai Von, ai primi Bathory e alle prime mosse dei finlandesi Beherit, partorendo così un brano morboso e assassino come pochi, nero, oltranzista e senza speranza:
in una parola, strepitoso.
Come non bastasse tanta magnificenza, ecco giungere imperiosi stacchi dal flavour quasi doom, conditi dalla consueta maestria della band nell'intessere avvolgenti quanto angoscianti melodie, nonché brutali up-tempo in odore dei primi Celtic Frost e un finale nuovamente pregno di oscuri presagi costruito attorno a inquietanti dissonanze chitarristiche, il tutto fuso insieme in un brano semplicemente stupendo.
Dopo cotale bombardamento sensoriale, è quasi con sollievo che accogliamo le movenze sacrali iniziali della conclusiva WAAR IK BEN KOMT DE DOOD (dove io sono arriva la morte), splendido brano che, su una riuscita alternanza di mid-tempo e porzioni in blast-beat non eccessivamente furiose, costruisce il suo dipanarsi estremamente evocativo, con un riffing basato su reiterati arpeggi come sempre dissonanti ed evocativi e linee vocali che alternano il classico scream intelligibile e incisivo di Obscura con parti pulite dall'oscuro tono rituale di grande effetto, benché volutamente poco ostentate o “pompate”.
E' questo un brano che ricorda a tratti alcune cose dei polacchi MGLA, benché qui l'impronta “norse” sia decisamente più marcata e l'atmosfera mantenga una malignità sulfurea di fondo che invece risulta pressoché assente nella detta band, andando a concludere all'insegna dell'intensità emotiva un album a dir poco memorabile, che non potrà non accontentare tutti gli amanti del black old-school che non disdegnino un approccio personale al genere e che si candida fin da subito a contendente di primissimo piano per il titolo di “album black metal” dell'anno, per chi scrive.
E' davvero splendido quando band che avevano fatto ben sperare con le loro passate produzioni riescono a fare simili balzi in avanti, sotto ogni punto di vista, dimostrando una volta di più (casomai ce ne fosse stato bisogno) che il black metal è un genere ancora vivissimo e in grado di rigenerarsi in modo entusiasmante e fresco, ma senza doversi snaturare, grazie al talento di acts come queste Asagraum che, consapevoli della storia del genere e dell'essenza della sua primigenia fiamma vitale, riescono a tenerla alta senza timori reverenziali grazie a una personalità e a un songwriting invidiabili, palesandoli in opere dalla simile portata.
In una parola, imperdibile.
Fatelo vostro e godetene senza ritegno.

 

 

VOTO: 100/100