8 APRILE 2021

Recensione a cura di

Edoardo goi

 

A morte i piri-piri e i ghirigori. A morte i breakdown risvoltinati. Lunga vita agli ASPHYX.  Sono sicuro che, per tutti coloro i quali il termine “death metal” significhi mortifera brutalità, la band olandese, dall'alto della sua incrollabile fedeltà ai dettami primigeni del genere che resiste fin dal lontano 1987 (suo anno di fondazione), sia un'istituzione bisognosa di ben poche presentazioni.

Per chiunque dovesse, invece, approcciarvisi da neofita, penso basti dire che, già solo fra il 1991 e il 1992, la band seppe dare alle stampe due capolavori unanimamente riconosciuti quali “The Rack” e “Last One On Earth”, accogliendo fra le sue fila uno dei cantanti più iconici dell'intero genere, quel Martin Van Drunen che, all'epoca, aveva già avuto modo di marchiare a fuoco con la sua voce inconfondibile due lavori destinati a diventare pietre miliari del death metal quali “Malleus Maleficarum” e “Consuming Impulse” dei Pestilence. Considerati, insieme agli inglesi Bolt Thrower, i capostipiti del “War Death Metal”, cioè di quella branca del death metal che vede, al fianco delle classiche tematiche gore e demoniache, l'inserimento di tematiche legate ad eventi bellici o semplicemente suggestioni a tema, gli Asphyx, nonostante una carriera costellata da numerosi intoppi e cambi di line-up, hanno continuato negli anni a partorire una serie di lavori dove il vessillo del death metal più puro e marcio sventolava sempre fieramente e bello alto, ritrovando il proprio ruolo prominente in seno alla scena dopo la reunion del 2007 e la pubblicazione di due classici moderni quali “Death, The Brutal Way” del 2009 e “Deathhammer” del 2012. Registrato l'ennesimo cambio di line-up, con la fuoriuscita del batterista (e membro fondatore) Bob Bagchus, e la pubblicazione di un album (“Incoming Death” del 2016) buono, ma che suonava piuttosto “di rodaggio” per il nuovo arrivato Stefan “Husky” Hüskens (già batterista di Desaster e Sodom, tra gli altri), gli Asphyx tornano sul mercato nei primi mesi di questo 2021 con un album, il presente NECROCEROS, destinato a segnare una nuova tappa fondamentale nella lunga e proficua carriera della band.

Forti di una line up che vede, oltre ai già citati Martin Van Drunen alla voce e Stefan Hüskens alla batteria, i confermatissimi Paul Baayens alla chitarra e Alwin Zuur al basso, i nostri interrompono il consolidato sodalizio col celebre produttore Dan Swanö per affidarsi alle mani di Sebastian “Seeb” Levermann (chitarrista e cantante dei power metallers Orden Ogan, più conosciuto come produttore di band quali, oltre alla sua band di appartenenza, gli ultimi Rhapsody Of Fire, Brainstorm e Almanac), un nome apparentemente insolito, per una band death, ma che risulta una scelta vincente su tutta la linea. 

La produzione, infatti, fa suonare il disco in modo strepitoso.  I suoni sono pieni, potentissimi e splendidamente definiti, pur senza rinunciare minimamente al marciume e al giusto grezzume che da sempre contraddistingue l'operato della band olandese, ed escono dalle casse stratificati e densi, garantendo all'album la sua massima valorizzazione sonora. A fare il resto pensa una collezione di brani spettacolare, contraddistinti da un'ispirazione ai massimi livelli e da una compattezza di fondo, a livello di band, assolutamente tangibile. Splendidamente presentato, dal punto di vista grafico, dalla bellissima copertina realizzata da Axel Hermann (che già si era occupato di quella del precedente “Incoming Death”), l'album deflagra sulle note dell'arcigna opener THE SOLE CURE IS DEATH, dichiarazione di intenti lapalissiana che, sull'onda di un up-tempo di chiarissima marca “Asphyx”, ci precipita immediatamente nell'immaginario torvo e brutale che da sempre contraddistingue l'operato della band. La band viaggia come un rullo compressore, guidata da una sezione ritmica schiacciasassi su cui svettano il riffing assassino ed efficacissimo di Paul e le vocals inconfondibili di Martin, dilanianti ed efferate come da miglior tradizione. L'accelerazione che contraddistingue lo sviluppo del brano è da antologia, così come i subitanei, pachidermici, rallentamenti death/doom che ne costellano la struttura, donando dinamismo e grandissimo tiro al tutto.

Un'opener semplicemente perfetta. Altrettanto riuscita risulta la successiva MOLTEN BLACK EARTH, brano maggiormente groovoso e battagliero (dal punto di vista delle atmosfere), che vede la band mettere sul piatto un'altra manciata di riff splendidi e incisivi, magistralmente assemblati su un costrutto ritmico efficacissimo e spietato che farà godere non poco i fan dell'ultimo lavoro degli altrettanto storici deathsters Benediction, oltre che, ovviamente, i fan storici dei nostri.

L'anima più malsana e doom degli Asphyx prende invece il sopravvento nella cupissima e stritolante MOUNT SKULL, monolitico conglomerato di asfissiante perfidia che, col suo andamento lento ma comunque decisamente dinamico, ha gioco facile nel trasportare l'ascoltatore nel suo immaginario orrorifico e implacabile.

Sparute quanto efficaci accelerazioni rendono il brano ancora più intrigante e succoso, evitando alla band di incappare nel difetto che aveva parzialmente inficiato il precedente platter, cioè una certa prevedibilità di fondo in certe soluzioni e contribuendo in modo sostanziale alla sua riuscita. Un trittico iniziale assolutamente entusiasmante, subito bissato dalla compattissima e lineare KNIGHTS TEMPLAR STAND, classico mid-tempo massiccio in puro “Asphyx style” reso efficace dalla summenzionata, palpabile, ispirazione della band, ottimo apripista per la clamorosa THREE YEARS OF FAMINE, istantanea candidata a pezzo doom/death dell'anno.

Sette minuti e mezzo abbondanti del meglio che la band sappia offrire quando viaggia su tempi così lenti, arricchita da alcuni elementi freschi che rendono il tutto assolutamente sublime.

Accanto ai classici riff soffocanti, infatti, trovano spazio aperture melodiche e acustiche di grandissimo pregio, a tratteggiare un affresco sonoro tanto cupo quanto intenso e vibrante.

La porzione centrale è fra le cose più belle e penetranti mai concepite dalla band, ma è l'intera composizione, graziata da uno sviluppo strutturale ed emotivo semplicemente perfetto, a brillare di luce propria, stagliandosi all'istante fra gli highlight assoluti di un lavoro che appare fin da subito presentare le stigmate del futuro classico targato Asphyx.

Ancora ammaliati dalla bellezza tetra e malinconica di questo brano, si viene presi a calci in faccia dalla spietata carica gore dell'incontenibile BOTOX IMPLOSION, ideale antitesi del brano precedente.

Laddove, infatti, la band colpiva a fondo l'immaginario dell'ascoltatore con soluzioni ricercate e ponderate, qui lo tramortisce con una mazzata death di inaudita ferocia, resa deliziosamente perfida dalla riuscita porzione mid-tempo centrale, che riesce, in poco più di tre minuti, a radere al suolo i padiglioni auricolari del malcapitato con malcelato compiacimento. Si torna su territori plumbei ed evocativi con la successiva IN BLAZING OCEANS, ennesima conferma che, quando si tratta di evocare sentori bellici, sono ben poche (anzi, nessuna, visto lo scioglimento di Bolt Thrower e Hail Of Bullets) le band che possano rivaleggiare con i nostri.

A fare la differenza, donando estrema personalità a questa come alle altre composizioni del lotto, è una verve melodica ispiratissima che, senza andare a intaccare minimamente la componente brutale e marcia che è trademark irrinunciabile della band (altra correzione rispetto al recente passato, dove spesso la ricerca melodica risultava decisamente dominare, in qualità, sulla componente della ferocia, che risultava invece più standardizzata), riesce a donare al tutto una profondità atmosferica assolutamente sublime, garantendo un'esperienza d'ascolto a dir poco totalizzante. L'equilibrio è talmente perfetto che anche questo monolito death/doom scorre via che è un piacere, graziato da una potenza immaginifica di primissimo ordine. La cadenza implacabile della successiva THE NAMELESS ELITE è un maglio che si abbatte con sadica costanza sulla nuca dell'ascoltatore, prima che una feroce accelerazione giunga a farne a brandelli le residue resistenze, nonché le residue speranze di uscire vivi dall'ascolto di un album realizzato col palese intento di assaltare i sensi senza alcuna pietà. Un brano dinamico e coinvolgente, ottimamente giostrato sull'alternanza di porzioni più solide e massicce e altre più veloci e brutali, per una scaletta che non ammette nessun passo falso di sorta. E' un riffing di primo livello quello che ci accoglie all'inizio del vibrante mid-tempo che sottende lo sviluppo della successiva YELD OR DIE, splendido pezzo di bravura di un Paul Baayens chiamato ad inanellare una serie di riff davvero ottimi, capaci di andare oltre il classico riffing brutale grazie all'uso di accordi decisamente interessanti, capaci di donare al brano una penetratività atmosferica di gran pregio, con connotati cupamente epici imprescindibilmente funzionali alla riuscita della composizione. E' invece il basso di Alwin Zuur a dominare l'inizio percussivo e inquietante della conclusiva title track NECROCEROS, sette minuti abbondanti in cui la band mette sul piatto tutto il suo bagaglio stilistico in ambito death/doom, fra porzioni rallentatissime e asfissianti, altre più dinamiche e altre ancora arricchite da maligne melodie, il tutto a comporre un brano straordinariamente efficace, ammantato di sinistri presagi e mortifere sensazioni, perfetta chiosa di un album grandioso, che si candida fin da subito per la corona di miglior album death metal dell'anno. Onestamente, sarà molto difficile per chiunque spodestare questo lavoro dal trono. Gli Asphyx sono una band di fuoriclasse, e, quando viaggiano a questi livelli qualitativi, non ce n'è quasi per nessuno. Album straordinario, buy or die assoluto per tutti i fan del death metal old school e per tutti i fan della musica estrema di qualità.Come si diceva:a morte i piri piri e i ghirigori; a morte i breakdown risvoltinati; lunga vita agli Asphyx. Imperdibile.

 

90/100