1 Novembre 2019

Recensione a cura di Edoardo Goi

Bethelehm - "Lebe Dich Leer"

Avere una naturale predisposizione alla sperimentazione può essere un'arma a doppio taglio, in un mondo che ragiona spesso per compartimenti stagni come quello del metal (specialmente se parliamo di metal estremo, ambito già divisivo di suo).

 

Se infatti, da un lato, questa predisposizione (in particolar modo quando supportata da ottime capacità di scrittura) può evitare che una band si fossilizzi sempre sulle medesime soluzioni diventando, alla lunga, ridondante e autoreferenziale (benché, magari, supportata da uno zoccolo duro di fans fedelissimi e forte di una posizione e uno stile consolidati e inossidabili), dall'altro l'estrema versatilità compositiva e stilistica può risultare eccessivamente spiazzante, non consentendo alla stessa di consolidare una fan-base compatta ed omogenea e relegandola perennemente allo status di “cult-band”.

 

E' senza dubbio questo il caso dei tedeschi BETHLEHEM, fautori fin dal fulminante esordio intitolato “Dark Metal” (pubblicato nell'ormai lontano 1994) di un mix unico di black, death, doom e dark metal e che, passando attraverso sperimentazioni continue nel corso degli anni (sperimentazione spinta al limite soprattutto nel periodo che va dal terzo album “Sardonischer Untergang Im Zeichen Irreligioser Darbietung” del 1998 al settimo, impronunciabile, “Hexakosioihexekontahexaphobia”, curioso termine che indica una patologia che prevede la paura paranoica del numero 666, del 2014) che li hanno visti avvicinarsi a sonorità dark-wave, elettroniche e addirittura “tanz-metal” (sebbene senza perdere mai la propria incorruttibile e riconoscibile personalità e senza rinnegare nulla delle influenze primigenie), ha avuto più volte modo di mettere alla prova l'apertura mentale dei propri fan.

 

Chi ha avuto l'ardire di seguire la band nel corso delle sue incursioni sonore nel corso di questi ventotto anni di attività (la band infatti è stata fondata nel 1991 dal mastermind e unico membro fondatore ancora attivo nella band Jurgen Bartsch insieme al suo sodale Klaus Matton dopo un comune passato in seno alla thrash metal band Morbid Vision) è stato ripagato, a prescindere dalle sperimentazioni di volta in volta susseguitesi, da una qualità costante e da un'ispirazione che mai si è piegata a soluzioni di comodo e che mai si è accontentata di vivacchiare sui passati riscontri positivi, cercando continuamente nuove vie per mantenersi viva e vitale col risultato di ritrovarsi ora, nel 2019, con una discografia tanto nutrita ed estrosa quanto unanimamente rispettata e solida, oltre che con un sound unico universalmente riconosciuto.

 

Passati attraverso un numero infinito di cambi di line-up e sopravvissuti anche allo split lampo del 2015, i Bethlehem si ripropongono a noi con una formazione confermata per tre quarti rispetto al precedente lavoro (l'omonimo “Bethlehem” del 2016), con l'innesto del nuovo batterista Torturer a completare il nuovo quartetto insieme ai confermati Bartsch al basso e all'elettronica, Karzov alla chitarra e all'elettronica e a Onielar alla voce, e con un nuovo album, intitolato LEBE DICH LEER (nuovamente pubblicato sotto l'egida dell'etichetta Prophecy Productions), chiamato a confermare gli ottimi responsi ottenuti dal lavoro precedente, che aveva visto i nostri riappropriarsi di un sound più estremo decisamente vicino ai primi passi della band (anche grazie all'apporto delle splendide parti vocali della straordinaria interprete Onielar, celebre per essere la mastermind dei temibili blacksters Darkened Nocturn Slaughtercult), seppur rivisto alla luce del percorso artistico quasi trentennale della band.

 

Ma potevano i Bethlehem accontentarsi di riproporre pedissequamente la medesima, fortunata, formula che tanti responsi positivi aveva fruttato a quell'album, viste le premesse fin qui enunciate?

 

Ovviamente no.

 

E infatti eccoci fra le mani un lavoro che, pur non scevro delle sonorità che avevano caratterizzato il suo predecessore, presenta un approccio radicalmente più sperimentale, ramificando le proprie soluzioni stilistiche in un numero innumerevole di direzioni, ma sempre con impresso a fuoco i marchio “Bethlehem” su ogni singola nota o passaggio.

 

Bastano infatti le prime note dell'opener VERDAUT IN KLAFFENDEN MÄULERN per riconoscere immediatamente il sound della band e, al contempo, capire che la via scelta in questa occasione è di nuovo quella della sperimentazione che tanto ha contribuito a conferire ai Bethlehem lo status di band unica di cui godono.

 

Veniamo infatti accolti da un riff dai toni profondamente dark metal cui fa presto seguito la straziante voce di Onielar (sempre magistrale nell'interpretare la disperazione col suo stile riconoscibile e penetrante), ma è il groove dai toni molto rock a fare la differenza, mettendo la naturale propensione dei nostri al lato oscuro della musica al servizio di un gothic metal decisamente levigato che nemmeno gli interventi in tremolo picking della chitarra riescono a deviare la suo mood rotondo e al contempo incalzante, con qualche pennellata di chitarre dall'accordatura decisamente ribassata a dare al tutto un flavour ancora più moderno.

 

Il contrasto fra il tiro decisamente poco “raw” del pezzo e le parti vocali dona al tutto un'atmosfera molto particolare, storta e deviata, ma allo stesso tempo entusiasmante, veppiù rafforzata da sparute porzioni dal tiro più estremo e dall'intervento di melodie che molto devono alla dark-wave anni 80 (benché filtrate attraverso la personalità artistica dei nostri) e da interludi di chitarra puliti decisamente evocativi.

 

Nonostante i numerosi ingredienti fatti confluire nel brano dalla band, il risultato è comunque un brano decisamente scorrevole e catchy, graziato da un arrangiamento tanto sobrio quanto efficace e da una scelta di suoni (realizzati in co-produzione della band insieme a Armin Rave, celebre per essere il produttore dell'intera discografia dei Darkened Nocturn Slaughtercult di Onielar, presso i Soundsight Studios) molto azzeccata, decisamente puliti, naturali e poco “pompati”, in grado di valorizzare al meglio il lavoro di tutti gli strumenti (notevole il modo in cui il basso spicca nel mixing finale) e di donare il giusto quid al carattere trasversale dell'album.

 

Se non bastasse il primo, ottimo, brano a darci un'impressione abbastanza netta sulla direzione decisamente varia di questo nuovo lavoro, ecco giungere a fare ulteriore chiarezza la successiva NIEMALS MEHR LEBEN, coi suoi arpeggi malinconici presto spazzati via da un torrenziale riff dai toni quasi old-school black metal ma con un tiro decisamente pulito e chirurgico spezzato da fraseggi pesantissimi dai rimandi quasi djent e da un uso inquietante dell'elettronica, in un melange sonoro tanto difficile da descrivere quanto efficace all'ascolto.

 

Il senso di disperazione di cui il brano è permeato raggiunge il suo apice nella parte centrale, delicata e soffusa, dominata da arpeggi puliti, elettronica a tratti inquietante ed altri decisamente avvolgente e carezzevole e dall'interpretazione sussurrata e insinuante di Onielar, che abbandona il suo classico screaming per donarci un'interpretazione più intima e raccolta prima di ritrovare la sua proverbiale scelleratezza nella seconda parte del brano, contrassegnata prima da un'incalzante porzione nuovamente rimandante al djent e al modern metal che l'uso sapiente e dell'elettronica da parte della band rende quantomai inquietante e penetrante e quindi da un crescendo estremo che porta i nostri a sfociare nuovamente in territorio black.

 

Un brano davvero spiazzante, ma al contempo estremamente coerente con la multidirezionalità insita nel dna della band ed estremamente ben realizzato e godibile.

 

E' invece un basso pulsante e rotondo a introdurci alla successiva ICH WEIß ICH BIN KEINS, contrassegnata da un inizio che molto deve alla lezione dei The Cure o dei Depeche Mode più ombrosi, ma anche al minimalismo elettronico tipicamente tedesco, per un risultato non lontano da quanto proposto dai norvegesi Manes nei loro ultimi lavori, su cui Onielar parte nuovamente sussurrando per poi lasciarsi andare a una delle sue interpretazioni più disperate, resa ancora più ficcante dal contratto con la base musicale che, sebbene acquisti via via vigore, non si distacca mai dal mood dark ed elettronico iniziale, e che raggiunge il suo apice nello splendido e malinconico refrain, graziato da una melodia bellissima e da un trasporto atmosferico da pelle d'oca.

 

Un brano semplicemente splendido, che mette ancora una volta in mostra la capacità dei Bethlehem di risultare credibili e coerenti anche nei frangenti più lontani dalla musica estrema cui vengono spesso associati.

 

Col brano seguente, intitolato WO ALTEN SPINNEN BRÜTEN, la band torna a flirtare con le sonorità djent, grazie a un riff in accordatura ribassata che, filtrato attraverso l'atmosfera che il gruppo è in grado di donare ad ogni sua creazione, prende un tono, che potremmo definire “modern-doom”, niente affatto spiacevole.

 

L'andamento caracollante e “storto” del riff è reso ancora più abrasivo dallo scream delle parti vocali, vero valore aggiunto di questa nuova incarnazione della band, tant'è che restiamo quasi stupiti quando una splendida melodia elettronica si insinua nel costrutto del brano, prima che il ritmo cambi, assestandosi su un trascinante up-tempo dai connotati quasi groove metal che la band è strepitosa nell'ammantare di sfumature quasi death (senza perdere però il mood moderno del pezzo) dal piglio molto oscuro, prima di rientrare nel groove lento e trascinato di inizio brano, implementandolo con elementi non lontani dal tipico sound gothic-doom tipicamente anni 90 in modo assolutamente spettacolare.

 

Il finale del brano, lungo e dilatato, è inizialmente all'insegna del minimalismo sonoro, con un'elettronica algida e profonda a stagliarsi su malinconici fraseggi di chitarra pulita, straziati poi da incursioni nuovamente vicine al gothic-doom in salsa Bethlehem che già avevano fatto la loro comparsa nel brano.

 

Un pezzo lungo, composito, variegato ed estremamente dinamico, che rappresenta in modo molto completo le varie anime di questo lavoro e che, del medesimo, può essere tranquillamente preso a bandiera.

 

Dark metal estremo è quello che si respira invece nella successiva DÄMONISCH IM ERSTEN BLITZ, brano decisamente più breve e catchy in cui la band non rinuncia agli onnipresenti rimandi djent innervandoli su un costrutto dai connotati decisamente più vicini a un certo gothic metal (anche nella scelta delle aperture melodiche) di stampo decisamente anni 90 (con più di qualche rimando all'operato dei conterranei Crematory).

 

Un pezzo breve e semplice, che sicuramente non spicca in una tracklist così zeppa di brani ben più impegnativi e interessanti ma che, piazzato dopo un brano pieno di spunti com'era stato il precedente, assolve pienamente il suo compito.

 

Si torna in territori decisamente più compositi con la successiva AN GESTRANDETEN SINNEN, brano dall'incedere iniziale quasi alternative, con quel basso pulsante e la chitarra impegnata a tratteggiare fraseggi acidi e ammalianti, salvo aprirsi a un refrain clean che strappa letteralmente il cuore dal petto per la bellezza, ammantato com'è da romanticismo dark-wave degno dei migliori The Cure (periodo Disintegration) e Systers Of Mercy;

 

romanticismo che non viene meno nemmeno nel prosieguo del pezzo, contrassegnato da aperture più pesanti e in odore di gothic metal d'annata in cui non mancano nemmeno le sfumature moderne che ormai abbiamo imparato a conoscere nel resto dell'album.

 

Un brano semplicemente splendido.

 

Si torna in territori più estremi con la doppia cassa incalzante della successiva ODE AN DIE OBSZÖNE SCHEUßLICHKEIT, e non traggano in inganno gli squarci dark-wave che ne arrestano momentaneamente l'incedere;

 

basta attendere un attimo ed ecco deflagrare il brano sull'onda di un black old-school (non lontano da alcune cose dei Darkened Nocturn Slaughtercult) di grande impatto, griffato da riff dissonanti di chitarra e da un basso sempre molto in evidenza, oltre che da una prova vocale della summenzionata singer tedesca evidentemente molto a suo agio in simili frangenti (ma straordinariamente a suo agio anche nei frangenti del disco in cui è richiesto un modo diverso di interpretarne gli umori).

 

Siamo senza dubbio al cospetto del brano più estremo dell'intero lavoro, solo di rado spezzato nel suo incedere da porzioni più moderne ed altre più vicine a un metal meno estremo ma, nel complesso, torrenziale e riuscitissimo.

 

La successiva AERBEWITZIGE INFRASCHALL-RITUALISTIK si configura fin da subito come uno dei brani più strani dell'intero album, col suo inizio molto dark presto spazzato via da un riffing spezzato e robotico che può essere descritto come un ibrido empio tra i Fear Factory più carnali (quelli di Obsolete, per capirci) e i Rammstein più meccanici, il quale lascia a sua volta spazio a trascinanti porzioni black.

 

L'atmosfera che ne deriva, a sua volta innervata di passaggi più melodici in odore di gothic metal e da rimandi al metal moderno che sembrano essere il vero trait d'union dell'album, è tanto strana e deviata quanto interessante, e marchia a fuoco uno dei pezzi più trascinanti dell'intero lotto, dimostrando una volta di più l'unicità di una band capace di racchiudere in se una varietà di input compositivi davvero vastissima ed eterogenea in modo sempre coerente e personale, con risultati a dir poco entusiasmanti.

 

L'album si conclude con il gioco degli estremi della splendida BARTZITTER FLUMGERENNE, magistralmente giostrata tra porzioni estreme, parti pulite dai toni quasi pop, dark e gothic metal a piacere, dolci note di pianoforte e pesanti frangenti groove e modern metal sui quali Onielar disegna alcune delle parti vocali più schizoidi e deviate dell'intero album, chiudendo magistralmente un album dalle mille anime che solo la personalità e le capacità compositive di una band da sempre maestra di versatilità poteva rendere così coeso, ammaliante e solido.

 

Un lavoro destinato senza dubbio a un pubblico dalle vedute ampissime, capace di passare senza battere ciglio dalle frange più estreme a quelle più melodiche dello scibile musicale, ma che racchiude in sè una bellezza unica tipica delle proposte artistiche più esclusive e personali.

 

Una gemma rara, capace di donare emozioni da ogni singolo solco, per chi sarà in grado di apprezzarlo.

 

Se preferite il lato più estremo e meno sperimentale della band, ottimamente rappresentato dal precedente album omonimo, non sarà questo il vostro lavoro preferito dei Bethlehem (chi scrive appartiene a questa categoria);

 

se invece adorate la loro vena più sperimentale, qui troverete di che gioire.

 

Un lavoro splendido e affascinante sotto ogni punto di vista.

 

 

VOTO: 90/100