16 GIUGNO 2021

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Inutile nasconderselo: quando si avvicina la pubblicazione di un nuovo album targato CANNIBAL CORPSE , sono due i sentimenti che prevalgono: l'attesa, ovviamente, ma anche la tranquillità.

Al netto della qualità dei nuovi brani, infatti, si parte già con la certezza che ci si ritroverà fra le mani l'ennesimo massacro death metal dalle immancabili, brutali, tinte gore.

Questa volta, però, è stata senza dubbio l'attesa a prendere il sopravvento, causa il cambio di line up resosi necessario dopo le note vicende giudiziarie che hanno visto coinvolto il chitarrista di lunghissimo corso Pat O'Brien risoltesi con l'ingresso in formazione di un peso da novanta della scena death metal come Erik Rutan, mastermind dei colossali Hate Eternal e con un glorioso passato in seno ai leggendari Morbid Angel e ai pionieristici Ripping Corpse (nonché produttore di conclamata fama grazie alla considerevole quantità di grandi lavori realizzati presso i suoi Mana Studios, fra cui tutti gli album degli stessi Cannibal Corpse a partire da Kill del 2006, escluso A Skeletal Domain del 2014).

La notizia che il buon Erik avrebbe fin da subito contribuito al songwriting della band aveva senza dubbio risvegliato la curiosità anche dei fan più “assopiti” della band, desiderosi di scoprire se il suo apporto avrebbe portato nuova linfa all'interno di un processo compositivo ormai più che consolidato e se, al contempo, sarebbe riuscito a non far suonare i CC troppo simili ai suoi Hate Eternal, nei brani da lui firmati (che saranno, alla fine, tre).

I primi singoli avevano placato solo in parte la curiosità di fan e addetti ai lavori (pur mostrando fin da subito una band decisamente compatta e in palla, con un Rutan, complice i lunghi anni di collaborazione con l band, già perfettamente a suo agio nel suo nuovo doppio ruolo di chitarrista e produttore), sicché si è dovuto attendere il 16 aprile del 2021, giorno della pubblicazione worldwide di questo nuovo VIOLENCE UNIMAGINED (su etichetta Metal Blade), per poter valutare il quadro completo.

E il quadro completo ci mostra una band ancora capace, dopo tanti e tanti dischi, di partorire ancora una volta un lavoro di livello assoluto tanto nella generazione di nuovi potenziali classici quanto nel livello medio globale dei pezzi, confezionando così un nuovo centro pieno nella loro discografia, Sono le reminiscenze thrash del riffing del chitarrista Rob Barrett (autore dell'opener MURDEROUS RAMPAGE) ad accoglierci alle porte del nuovo lavoro, inchiodandoci subito alla poltrona grazie al tiro ferocissimo di un brano che trasuda attitudine old school da ogni singolo solco grazie a un lavoro di chitarre tagliente,massiccio e malsano, a una sezione ritmica che vede il bassista Alex Webster e il batterista Paul Mazurkiewicz viaggiare a regimi altissimi e alle vocals come sempre abrasive e brutali di un George “Corpsegrinder” Fisher in grande spolvero.

La produzione ci mostra un Rutan come sempre abilissimo nel far risaltare le caratteristiche peculiari delle band che si affidano ai suoi studios, confezionando in questo caso un suono grosso, cupo e feroce, ma al contempo anche molto “vero”, evitando eccessive pompature che mal si adatterebbero a una band dal suono così profondamente radicato nella tradizione del suo genere di appartenenza.

Il brano procede spedito e irrefrenabile lungo l'intera sua durata, precipitando con una semplicità irrisoria l'ascoltatore nell'immaginario sanguinolento e ferale che è marchio di fabbrica dei nostri fin dai loro primissimi passi nella scena musicale e promettendo autentici sfracelli in sede live.

A un inizio col botto fa seguito un prosieguo altrettanto convincente, grazie alla già conosciuta NECROGENIC RESURRECTION (brano firmato stavolta dal buon Webster). Qui il riffing si fa più complesso, così come la struttura, che vede la band alternare sfuriate devastanti e rallentamenti pesantissimi e macilenti, consumandosi in poco più di tre minuti una notevole quantità di spunti (come spesso accade nei brani firmati dal mitico bassista) che spingono da subito il brano fra gli highlight assoluti dell'intero lavoro.

A seguire, troviamo il brano scelto come primo singolo promozionale, la pesantissima INHUMANE HARVEST.

Inaugurata da un riffing nervoso e penetrante, la composizione ci mostra una band perfettamente a suo agio anche quando si tratta di tirare un po' il freno, giocando maggiormente su tempi medio-lenti (fatti salvi sporadici momenti di ferocia schizoide), quando non letteralmente pachidermici, confezionando così il terzo centro consecutivo di un album che, fin da subito, palesa una notevolissima compattezza di fondo.

Con la successiva CONDEMNATION CONTAGION arriviamo finalmente al primo brano firmato da Rutan, e subito notiamo un notevole aumento della componete cupa e malsana del guitar riffing, grazie a un sapiente uso di intervalli e armonizzazioni chiamate a far da contraltare a riff pesanti come cemento armato, il tutto senza però mai suonare disarmonico rispetto al classico “Cannibal Corpse Sound”.

Si tratta di una composizione che, a parte una breve porzione centrale, punta tutto su un andamento mid-tempo estremamente quadrato e opprimente, reso assolutamente delizioso dalla conclamata capacità della band di rendere estremamente immaginifiche e avvincenti le proprie composizioni (il che la dice lunga sul modo in cui il buon Erik abbia saputo calarsi in questa nuova realtà, trattandosi di un brano firmato dal nuovo arrivato). Ora che tutti i songwriter accreditati hanno avuto modo di esprimersi nella tracklist di questo nuovo album, possiamo iniziare a trarre alcune considerazioni su ciò che di nuovo è stato apportato al sound dei nostri dal cambio di line up (visto che di ciò che è rimasto immutato si è già parlato): non v'è dubbio che l'impronta più marcata posta da Rutan sul nuovo materiale sia il diverso approccio agli assoli, decisamente più melodici,avvolgenti e insinuanti rispetto a quelli del suo predecessore, ma un altro aspetto che balza subito all'orecchio è la costruzione dei riff, molto massicci e cupi a discapito dello stile contorto, nevrotico e lacerante che era marchio di fabbrica di Pat O'Brien. Ne risulta così un suono più monolitico e pesante, opprimente e al contempo “catchy”, che conferisce all'album una linearità e una facilità di ascolto (per chi è già avvezzo al genere, ovviamente) che potrebbe garantire allo stesso di sfondare con semplicità anche presso i fan meno innamorati della componente più brutale e tecnica del sound dei Cannibal Corpse (fatto salvo che il livello tecnico messo in mostra resta sempre di primissimo ordine). ' infatti molto facile lasciarsi ammaliare, ad esempio, dalle soffocanti spire del riffing circolare della successiva SURROUND,KILL, DEVOUR, per poi lasciarsi andare all'headbanging più sfrenato nel riuscitissimo refrain, così come nei vari crescendo che caratterizzano lo sviluppo di questo brano dinamicamente molto vario che vede la band costruire, su un andamento di base up-tempo, una serie di situazioni sonore di grande impatto e interesse (ovviamente, date le premesse, pare quasi inutile sottolineare come il brano sia firmato Alex Webster).

Si ripiomba nella brutalità più ferale con la successiva RITUAL ANNIHILATION, brano brutale, martellante e zeppo di soluzioni altamente malsane nelle trame chitarristiche in cui lo spettro degli Hate Eternal fa in effetti capolino in modo piuttosto marcato: non stupisce infatti constatare come il brano sia firmato da Erik Rutan.

La cupezza del pezzo, unitamente a un corollario di delizie chitarristiche assortite lungo il suo ìntero svolgimento, non lasciano infatti dubbi, a riguardo.

Si tratta di un pezzo assolutamente favoloso, in cui assistiamo alla perfetta fusione di due visioni musicali dalla personalità spiccatissima che riescono a convivere in modo efficacissimo, prendendo forza e definizione l'una dall'altra.

Senza dubbio, uno degli highlight assoluti dell'intero lavoro; forse la preferita, per chi scrive, insieme alla straniante e malatissima composizione successiva, intitolata FOLLOW THE BLOOD.

Firmata Rob Barrett, si tratta forse della composizione più osata e ricca di dettagli dell'intero lavoro, condita da riff pesantissimi e “storti” nonché da una serie di aperture più dilatate e “liquide” che mettono in mostra cesellature di basso e di chitarra (come accade nello splendida porzione riservata agli assoli) di altissimo pregio, il tutto sconquassato da brevi incursioni in territori più brutali che fanno di questo pezzo un piccolo compendio di tutta la tavolozza di colori attualmente a disposizione della band.

Brano semplicemente strepitoso, capace di svelare ( e non è il solo) nuovi, gustosi, dettagli ad ogni ascolto.

Si torna a picchiare durissimo nella successiva BOUND AND BURNED, brano dall'andamento decisamente più lineare rispetto ai brani immediatamente precedenti, che si giova moltissimo proprio del suo posizionamento in scaletta, andando a alzare nuovamente il livello di pura adrenalina dell'ascoltatore dopo alcune composizioni richiedenti un grado di attenzione decisamente elevato.

Non si pensi però a un brano piacione buttato lì per soddisfare i palati dei fan più avvezzi alla pura ferocia: si tratta, infatti, di una composizione ad alto tasso tecnico e dinamico, graziata da soluzioni chitarristiche splendidamente malate e da una varietà ritmica di assoluto rilievo che la rendono già di per se un piccolo gioiello di death metal brutale e mortifero.

Si va di puro sadismo (già a partire dal titolo, deliziosamente “Cannibal Corpse Style”) con la successiva SLOWLY SAWN, brano dall'incedere (manco a dirlo, visto il titolo) lento e implacabile, crudele e catchy come solo i Cannibal Corpse sanno essere, graziato da un lavoro chitarristico impeccabile e penetrante tanto nella costruzione degli impietosi riff quanto nello sviluppo di trame soliste pregiatissime e decisamente efficaci, prima che Rutan dia sfogo alla sua vena più brutale firmando con malcelata, sordida, soddisfazione l'incontenibile cascata di sangue e perfidia intitolata OVERTORTURED, scheggia impazzita di meno di due minuti e mezzo di durata che sprofonda l'ascoltatore in un gorgo nero da cui è impossibile sfuggire. Pura ferocia e malignità, condensate in un brano al contempo parossistico e monolitico.Pura goduria.Si giunge così in un batter d'occhio alla conclusiva CEREMENTS OF THE FLAYED, brano che vede la band calcare nuovamente la mano sulla componente più complessa e ricercata della propria proposta partorendo un brano che, nel relativamente breve volgere di quattro minuti, vede la band passare da porzioni pachidermiche e pesantissime a squarci brutal death metal di grandissimo impatto, il tutto condito da schegge old school gustosissime, efficacissimi cambi di tempo e la consueta ricchezza e maestria nelle tessiture chitarristiche. Un brano che chiude in modo più che degno un album solido come il marmo, che riconferma i Cannibal Corpse ai vertici della scena death metal (e non solo) grazie alla sua capacità di coniugare tradizione e alcuni nuovi spunti in modo efficacissimo e altamente funzionale, che una volta concluso lascia ogni volta una gran voglia di essere riascoltato dall'inizio,

E scusatemi se è poco, dopo 33 anni di carriera e 15 album in studio all'insegna della qualità, dell''integrità e della coerenza artistica.

Lunga vita ai Cannibal Corpse, esempio lampante di come, anche in ambito estremo, la capacità di trovare una propria “voce” e seguirla con sincerità e con voglia di esplorarla in ogni sua sfaccettatura sia l'unica via per costruire qualcosa di immenso e davvero personale.

Violence Unimagined è l'ennesimo mattone (in faccia) di un percorso che sembra davvero non conoscere ostacoli.

Da ascoltare e riascoltare, ancora e ancora.

 

90/100