12 FEBBRAIO 2021

Recensione a  cura di

Edoardo Goi

 

Se girate un po' per il web, leggerete peste e corna di questo ep degli inglesi CARCASS. Accusati da più parti di “tradimento” per aver posticipato a data da destinarsi, causa impossibilità a promuoverlo adeguatamente, il nuovo album “Torn Arteries”, inizialmente previsto in uscita per il sette di agosto di questo assurdo 2020, la band di Liverpool ha deciso di placare, almeno parzialmente, la sete di inediti dei propri fan pubblicando questo DESPICABLE, ep di quattro pezzi (di cui uno finirà anche nel prossimo full-lenght) ricevendo, per tutta risposta, una discreta badilata di merda giustificata dall'accusa di disonestà per aver pubblicato un ep di “scarti” non ritenuti all'altezza di finire sul prossimo full-lenght.

In realtà, a rivelare che l'ep sarebbe stato composto da brani esclusi dal prossimo full era stata la band stessa, così come la volontà di non lasciare i propri fan per lunghi mesi senza alcun brano nuovo da ascoltare, quindi davvero non si capisce bene dove starebbe la disonestà della band.

L'unica cosa piuttosto evidente è il modo assolutamente prevenuto col quale la maggior parte degli addetti ai lavori ha accolto questo ep, condannato ben al di la dei suoi demeriti in modo, qui davvero, disonesto.

Per quanto riguarda chi scrive, infatti, questo ep permette di tastare il polso in modo piuttosto approfondito allo stato compositivo dei Carcass, traendone più di uno spunto di interesse e più di una indicazione positiva per quella che potrebbe essere la direzione stilistica del tanto atteso “Torn Arteries” (ora schedulato per inizio 2021).

Se, infatti, è vero che qua e là si avverte una sensazione di mancata “sgrezzatura” di alcuni passaggi, d'altro canto è altrettanto vero che la decisa, evidente, spinta data dai nostri verso il lato più complesso della loro proposta, già messa in risalto dal precedente full “Surgical Steel”, non può che far ben sperare tutti quei fan che (come il sottoscritto) avevano visto le soluzioni catchy del best-seller Heartwork invecchiare molto male al cospetto di quelle più complesse e intriganti di un album come “Necroticism”.

Non si preoccupino i fan delle twin guitar, ormai tratto distintivo dei Carcass da decenni: qui troveranno fraseggi e armonizzazioni a profusione ma, esattamente come accadeva sull'appena citato ultimo full lenght, la band palesa ancora una volta la sua intenzione, qui ancora più spiccata, di perseguire uno stile compositivo complesso costruito sulla concatenazione di un numero davvero importante di riff (di GRANDI riff), sfornando pezzi che richiedono più di un ascolto attento per essere interiorizzati per bene.

Ecco quindi che il brano di apertura, intitolato THE LIVING DEAD AT THE MANCHESTER MORGUE, inaugurato da un fraseggio armonizzato di chitarre in puro Carcass-style, può essere preso a paradigma della direzione musicale della band nel suo periodo più recente. Grande groove, riff corposi, accelerazioni al fulmicotone, veleno e amore per le atmosfere da tavolo autoptico, il tutto miscelato da autentici fuoriclasse del genere (perché, checché se ne dica, il 95% delle band similari farebbero carte false, per riuscire a comporre uno “scarto” dei Carcass).

La struttura è cangiante, complessa e intrigante, resa forse ancora più interessante dalla patina di “mancata sgrezzatura” che pervade l'intero ep, e le capacità messe in campo dai quattro musicisti (i veterani Jeff Walker al basso e voce e Bill Steer alla chitarra, coadiuvati dal confermatissimo batterista Daniel Wilding e dalla new entry Tom Draper alla chitarra) permette alla band di passare attraverso le molteplici situazioni di cui il brano si compone con classe e incisività. Brutalità, melodia e soluzioni non scontate, il tutto miscelato con sapienza in un brano decisamente riuscito. Un ottimo inizio. La successiva THE LONG AND WINDING BIER ROAD si apre un po' sulla falsariga della traccia precedente, fra grandi armonizzazioni di chitarra e mid tempo rocciosi e ricchi di groove, salvo abbracciare uno stile meno schizofrenico e feroce e più vicino a un ipotetico ibrido fra i momenti meno estremi di Heartwork e i rimandi quasi metal/rock di Swansong, il tutto ammantato da atmosfere malinconiche di gran pregio.

Si torna su territori più spinti (decisamente vicini a quanto proposto su “Surgical Steel”) nella successiva UNDER THE SCALPEL BLADE, brano destinato, come si diceva, a far parte anche della tracklist del futuro full lenght (e che, dei quattro qui presenti, risulta senza dubbio il più rifinito e “definitivo”).

Lo stile si fa di nuovo cangiante e variegato, sempre con un occhio di riguardo per riff e melodie, ma anche screziato da repentine accelerazioni e ammantato di sadico compiacimento come si confà ai migliori Carcass, il tutto suggellato dall'inconfondibile voce al vetriolo di un Jeff Walker decisamente in palla.

Un brano decisamente in linea col nuovo corso della band, che non presenta novità sostanziali rispetto al passato recente della band (salvo una percepibile ricerca in merito alla corposità del riffing), ma che risulta assolutamente godibile e interessante nel suo dipanarsi elegante e incisivo allo stesso tempo.

Se poi parliamo di corposità del riffing, è evidente come la valorizzazione di questo aspetto stia alla base della conclusiva SLAUGHTERED IN SOHO, altro brano in cui la band viaggia col motore a bassi giri per puntare tutto sulla qualità e la solidità di un riffing in cui nuovamente traspare l'amore di Bill Steer per riff metal dal retrogusto palesemente hard rock.

La band unisce questa sua propensione alla più che conclamata familiarità con armonizzazioni chitarristiche di grande pregio, confezionando un pezzo molto classico e altrettanto riuscito che pone la parola fine su un ep decisamente controverso:

si tratta di un lavoro imperdibile, nella discografia dei nostri ?

Senza dubbio, no. Si tratta di un lavoro di qualità,interessante e piacevole all'ascolto?

Assolutamente si, specialmente se siete fan di lungo corso della band e volete avere un assaggio del loro stato di salute più recente.

Un ep che, pur senza grosse pretese, è perfettamente in grado di soddisfare l'appetito di tutti i Carcass fans che non si siano fatti contagiare dall'imperante desiderio di rompere le balle a prescindere che sembra pervadere da sempre il popolo metallico italiano.

Interessante e riuscito.

 

75/100