CIRITH UNGOL - FOREVER BLACK
Recensione a cura di EDOARDO GOI

Sono costernato ma, per correttezza, sono costretto ad ammettere che questa non sarà una recensione imparziale.
Il perché è presto detto:
perché questo album non è solo una grandiosa colata di metallo fumante, ma perché questo album è, soprattutto, il suono di una rivincita.
A lungo confinati nel comunque glorioso limbo delle band di culto, e da più parti accreditati di aver contribuito in modo fondamentale alla forgiatura del tipico epic metal sound, nonché del suo immaginario lirico di riferimento, gli statunitensi CIRITH UNGOL tornano sul mercato con un album di inediti a distanza di ben ventinove anni dal precedente (il buon “Paradise Lost” , pubblicato nel 1991), e lo fa in modo a dir poco clamoroso, suscitando in chi scrive entusiasmi da lungo tempo smaniosi di essere lasciati liberi di galoppare a briglia sciolta, e un senso di rivalsa che ogni metaller che abbia mai provato una incrollabile simpatia per band di grande talento ma mai baciate dalla buona sorte dal punto di vista dei riscontri di mercato credo possa conoscere molto bene.
Per usare una metafora calcistica, è come vedere una squadra non titolata, ma di grande potenzialità e personalità, riuscire dopo tanto tempo a raccogliere il meritato riconoscimento.
Magari la squadra, in passato, aveva infilato un paio di stagioni stupefacenti, per poi vivere a lungo fra il limbo delle serie minori e quello del più totale anonimato, ed eccola dopo tanto tempo ritornare e lasciare tutti col culo per terra con una facilità apparentemente insospettabile, per i tripudio dei tifosi di vecchia data.
Una storia di riscatto e meritato trionfo;
una band venuta dal basso, dal sudore, dalla passione, che si issa sul tetto del mondo del metallo più puro e battagliero.
La classe operaia del metal va in paradiso.
Dichiarazioni senza dubbio altisonanti ma che, piaccia o non piaccia, trovano riscontri molto solidi, per chi scrive.
Erano lunghissimi anni, infatti, che il mondo dell'epic metal più verace e sanguigno non vedeva un sussulto di tale portata (forse, addirittura dai tempi dei due House Of Atreus degli ormai scoppiati Virgin Steele).
Un sussulto di tale portata da riuscire a chiamare a raccolta anche chi, preso da scoramento, aveva ormai abbandonato genere e band, relegandoli al rango di una passata infatuazione, oltre a schiere di fan vecchi e nuovi (i primi richiamati alle armi dallo splendido live uscito l'anno scorso e i secondi da un sound che, lungi dal suonare anacronistico, riesce a far rivivere i fasti di un'epopea lontana in modo contemporaneo e accattivante).
Una rivincita coi fiocchi per la band originaria di Ventura, California, forte di una line up consolidata attorno ai membri fondatori Tim Baker (voce) e Robert Garven (batteria) e al membro di lungo corso Jim Barraza (subentrato al chitarrista storico Jerry Fogle, poi scomparso per insufficienza epatica nel 1998, ai tempi del già precedentemente citato “Paradise Lost” del 1991), e completata dal rientrante Greg Lindstrom (Basso, chitarra e tastiere, presente in seno alla band dalla sua fondazione, nel 1972, fino all'album di debutto “Frost And Fire” del 1981) e dal nuovo entrato Jarvis Leatherby (basso).
Bastano infatti le prime note della trascinante LEGIONS ARISE ( introdotta dalla breve ed oscura intro THE CALL) a vendicare le perplessità suscitate (anche in seno alla band) dall'ultimo album di inediti della band prima del suo scioglimento, riconsegnandoci una band al top della forma.
La band è un fiume in piena, in questa cavalcata inarrestabile;
le chitarre macinano riff di puro acciaio,la sezione ritmica marcia compatta e implacabile, ma con grande stile, e Tim intona da par suo un canto di battaglia che è più che una chiamata alle armi per tutti i fan della band, ma che risuona come un'adunata per tutti i metalheads che ancora credono in un certo modo di fare rock e metal, a prescindere dai gusti particolari di ognuno.
Una via che in tanti, fin dall'avvento del grunge e del new metal negli anni 90, hanno cercato di consegnare al passato, relegando ai ricordi un modo di fare musica che, secondo questi illuminati, non serviva più a nessuno.
E invece eccoci qua, alle prese con questo “vaffanculo a tutti loro” di poco più di tre minuti di durata che ricorda a tutti cosa significhi la parola “attitudine”, cosa significhi suonare con le palle e con il cuore, e come affrontare la musica e la vita in un certo modo siano valori fuori dal tempo, che non passeranno mai “di moda” e che nessuno, assolutamente nessuno, potrà mai mettere in un angolo, tacciandoli anacronismo.
Stilisticamente parlando, il pezzo ci riporta (come sarà per tutto l'album) ai primi lavori della band (lo straordinario esordio “Frost And Fire” del 1981 e l'ancor più clamoroso secondo album, “King Of The Dead” del 1984), sebbene attualizzato e ed estremamente focalizzato rispetto alla versione più “madrigalesca” della band propria di quei lavori, il tutto rivestito da una colata di acciaio puro che rendono questa opener un inno metallico istantaneo.
Un inizio devastante.
Come bissare un simile brano ?
Semplice: con un altro brano ancor più perfido e penetrante.
E' il momento di THE FROST MONSTREME, brano in cui la band si riappropria delle sue atmosfere più doom e sabbathiane, permenandole con l'afflato oscuramente epico che è trademark irrinunciabile dei Cirith Ungol, così come i rimandi all'hard rock anni 70 e le sottotrame velatamente prog di alcuni passaggi.
E' facile lasciarsi guidare dagli splendidi riff intessuti dalle chitarre e dalla voce unica di un Baker strepitoso (voce che lo scorrere degli anni ha reso ancora più penetrante e malvagia) nelle atmosfere evocate dalla splendida copertina dell'album (realizzata come sempre da Michael Whelan, autore di tutte le copertine degli album dei Cirith Ungol, e raffigurante come sempre il celebre Elric di Melnibonè,eroe nato dalla fantasia di Michael Moorcock, sempre accompagnato dalla celebre spada nera Stormbringer), grazie all'atmosfera plumbea ricreata da questo brano potente e al contempo elegante.
Le cadenze heavy elevano all'ennesima potenza il doom roccioso su cui si regge questa composizione, e il connubio trova il suo apice nell'epicissimo e sulfureo refrain, prima che una parte centrale dalle movenze più dinamiche e rockeggianti giunga come classica ciliegina sulla torta di una composizione variegata e al contempo efficacissima, graziata da una prova di insieme dei musicisti di grandissimo spessore, fra assoli gustosissimi, riff neri come la pece e una sezione ritmica potentissima e fantasiosa, granitica ed elegante.
Non si molla un cazzo nemmeno sulla successiva, briosa, THE FIRE DIVINE, brano dalle gustose movenze rock (movenze che già fecero le fortune dei Deep Purple di “Space Truckin” e dei Kiss di “Deauce”) che la band, come già ci aveva abituato in alcuni episodi di inizio carriera, è grandiosa nell'ammantare di atmosfere epiche e sulfuree con una facilità apparente letteralmente disarmante.
Ci troviamo di fronte a uno degli episodi più diretti dell'intero lavoro, esaltato all'ennesima potenza da un ritornello di quelli che facilmente portano l'ascoltatore a volerlo intonare in piedi sul divano brandendo un'ipotetica arma da taglio a piacere, che ci da il modo di disquisire riguardo alla produzione di questo album, realizzata dalla band stessa e da Armand John Anthony presso i Captain's Quarters Studios nella loro città natale.
E' infatti impossibile non rimarcare lo splendido lavoro fatto sotto questo aspetto in questo album, che suona al contempo fresco, attuale, ma anche estremamente organico e “vero”, rifuggendo la plasticosità dei suoni iper-pompati tanto in voga di questi tempi, ma senza rinunciare a impatto e qualità dei suoni.
Un vintage moderno davvero di grande, capace di valorizzare pienamente il lavoro di ogni singolo membro della band, così come quello dell'intero collettivo.
Ancora esaltati da cotale magnificenza, si viene investiti dalla stordente bellezza dell'evocativa STORMBRINGER, pezzo da novanta di un album che sembra essere costituito solo da pezzi di tale portata, ma addirittura con quel qualcosa in più da renderla un classico istantaneo della discografia della band.
E' spettacolare il modo in cui i Cirith Ungol ci guidano, dapprima melliflui e insinuanti sull'onda di un oscuro arpeggio, poi fragorosi e potentissimi sull'onda di riff doom di altissima scuola (riecheggianti nientemeno che i Pink Floyd di Comfortably Numb, opportunamente virati al nero), in un gorgo metallico dalla straordinaria teatralità senza alcun bisogno di condire il tutto di trucchetti pomposi inconcludenti.
Impossibile non fare una menzione d'onore, ancora una volta, per Tim Baker, autore qui di una prova letteralmente invasata, da screamer e (soprattutto), da interprete di razza, che ad avviso di chi scrive riuscirà a convincere anche chi ha sempre trovato ostico da digerire il suo stile spigoloso e decisamente personale, così com'è impossibile non rimarcare il gusto delle due asce, splendide interpreti di riff grandiosi nonché di melodie e assoli di grandissimo gusto e infinita classe.
Un brano epic-doom clamoroso, che non fa alcuna concessione a partiture più aperte o briose, ma che punta tutto sull'oscurità di atmosfere tanto inscalfibili quanto drammaticamente eroiche, vincendo su tutta la linea e lasciando l'ascoltatore esterrefatto da cotanta straordinaria bravura.
Ma, siccome ci troviamo di fronte a un capolavoro di portata clamorosa, poteva essere una tale, spettacolare, composizione, seguita da un brano che non ne fosse alla medesima altezza ?
Ovviamente no, ed ecco quindi i Cirith Ungol mettere sul piatto un altro brano clamoroso, che risponde al titolo di FRAGTUS PROMISSUM.
Ci troviamo di fronte a una composizione nuovamente molto potente e quadrata, leggermente più briosa della precedente, grazie a un afflato hard-rock più spiccato, in cui la band palesa tutto il suo amore per la creatura di Birmingham guidata da sua maestà Tony Iommy, tributandone la lezione con abbondanti iniezioni di metallo epico e inossidabile e impreziosendo il tutto con l'ennesimo, centratissimo refrain, e l'ennesimo, riuscitissimo, sviluppo melodico e atmosferico, palesando ancora una volta l'importanza di simili dettagli nel voler creare qualcosa di davvero memorabile, per gli ascoltatori così come per se stessi.
E' infatti straordinaria l'attenzione per il singolo dettaglio messa in mostra dalla band in questo lavoro, il tutto gestito con grane sapienza in modo da far scorrere ogni singolo passaggio in modo, allo stesso tempo, assolutamente fluido e assolutamente curatissimo.
Non si arretra di un millimetro nemmeno nella rocciosissima traccia successiva, intitolata NIGHTMARE e gustosissima nel suo incedere heavy-doom ad altissimo gradiente metallico e tenebroso (e non poteva essere diversamente, dovendo rendere giustizia a un simile titolo).
Splendidi intrecci di chitarre dai toni orientaleggianti ci introducono al sulfureo e incalzante riff portante del brano (ammantato delle medesime, esotiche, sensazioni le quali, invece di renderlo più solare e accessibile, lo rendono più inquietante e “storto” che mai), perfetto tappeto per le assai poco rassicuranti linee vocali intonate da un Tim Baker più che mai calato nei panni del cantore di oscure atmosfere e inquietanti presenze e splendido prologo a una porzione centrale dominata da assoli di clamorosa fattura, autentica punta di diamante di un brano che, sebbene graziato da riff spettacolari, trova la sua massima gloria nel costrutto melodico assolutamente di prim'ordine che lo caratterizza.
Le tenebre continuano a vibrare potenti anche nella successiva, leggermente più accessibile e rockeggiante (benché impregnata di una marzialità che ricorda un po' gli Accept più tenebrosi) BEFORE TOMORROW che, con la sua struttura lineare e molto classica, permette alla band di dimostrare come si fa ad essere estremamente dinamici e accattivanti anche senza dover ricorrere a continui colpi ad effetto, ma semplicemente infilando un riff ottimo dietro l'altro, condendo il tutto con variazioni ritmiche ben congegnate e uno sviluppo strutturale molto efficace e intessendoci sopra linee vocali di grandissima presa emotiva.
Ecco così confezionato un pezzo che, pur senza presentare soluzioni particolari, riesce a non sfigurare assolutamente all'interno di una collezioni di brani come questa.
Poteva un simile lavoro, poi, non concludersi con un finale non all'altezza ?
Assolutamente no, e infatti la band piazza sul finale un altro pezzo da novanta sotto forma della title track FOREVER BLACK, summa ideale degli attuali Cirith Ungol che, fra svisate hard-rock, magistrali cadenze epic-doom e spunti melodici di gran gusto, spicca come un ennesimo inno metallico contemporaneo, anche grazie all'ennesima prestazione da urlo di Baker al microfono, che raggiunge il suo apice nell'autocompiacimento infernale del grandioso refrain, autentico punto focale di un brano deliziosamente sulfureo nel suo incedere, capace di incarnare alla perfezione l'essenza di tutti i “rinnegati” con l'acciaio nelle vene, che pare quasi di veder scapocciare all'unisono nella bellissima accelerazione finale, degna conclusione di un album monumentale, che chi scrive non ha alcun timore di piazzare da subito nel novero dei classici contemporanei del metal più puro e incorruttibile.
Una prova di forza dalla portata tanto dirompente quanto sorprendente, da parte di una band da tempo considerata finita che dimostra quanto la forza di un'idea e di una visione musicale possano permettere a chiunque di risorgere dalle proprie ceneri e zittire schiere di increduli detrattori con un “vaffanculo” di portata titanica, talmente sincero e infuocato da risultare guasconamente irresistibile anche per chi quel dito medio dovesse trovarselo piantato dritto in faccia.
Inutile disquisire oltre:
questo è un album che chiunque ami un certo modo di concepire i suoni distorti (sia esso un defender, un rocker, un glamster, un blackster, un deathster o quant'altro), dovrebbe amare incondizionatamente, perché è il suono di un'emozione vecchia come un antico sogno, ma durissima a morire.
Un'emozione chiamata “HEAVY METAL”.
Fatelo vostro e amatelo senza ritegno.

 

VOTO: 100/100