15 GIUGNO 2019

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

La diatriba interna al mondo del black metal, relativa alla possibile perdita dello spirito originario del genere dovuta alla sua esplosione a livello commerciale successiva e diretta conseguenza della sovraesposizione mediatica causata dalle famigerate gesta legate al cosiddetto Inner Circle norvegese nei primi anni novanta, è un argomento che anima le discussioni di appassionati e addetti ai lavori fin dai primi dati di vendita importanti associati a dischi partoriti da artisti adepti alla Nera Fiamma. Il modo in cui il genere si è successivamente evoluto, incorporando le influenze più disparate (dal gothic, all'industrial, alla musica sinfonica, al progressive, all' avant-garde per non parlare delle più recenti derive post, con le loro sonorità shoe-gaze, post-rock e dark-wave), e il successo commerciale riportato da band ritenute “traditrici” delle primigenie pulsioni da cui il genere aveva preso vita, oltre che “traditrici” anche del trademark sonoro oscuro, grezzo e poco prodotto che aveva contraddistinto le prime produzioni black, non ha fatto altro che buttare, di volta in volta, ulteriore benzina sul fuoco di questa infinita querelle, raggiungendo a volte, da ambo le parti, toni di assoluto fanatismo. Per chi scrive, come spesso accade, la verità sta nel mezzo: se da una parte è infatti innegabile che la creazione di un fiorente mercato black metal, relegato fino alla sua esplosione al limitato quanto affascinante mondo del passaparola e del tape-trading, ha portato nel genere intere frotte di fan attratti più dall'iconografia e dall'aura estrema del genere che dalla sua filosofia primeva , oltre che all'inflazionamento del mercato da parte di band con pochissimo (se non addirittura nulla) da dire (sia fra quelle maggiormente avvezze alle derive più moderne che fra quelle più legate a un approccio allo stesso di stampo più tradizionale), è altresì innegabile che lo spirito originario di un genere così profondamente legato al lato più intimo e primordiale dell'uomo sia sostanzialmente impossibile da soffocare, e che tutt'ora animi le gesta di una non trascurabile percentuale degli artisti presenti sulla scena, siano essi a livello underground (da sempre la condizione più naturale per un genere il cui messaggio è nato per scardinare tutto ciò che è mainstream) o di maggiore fama. Fra questi ultimi, un posto d'onore spetta certamente ai tedeschi DARKENED NOCTURN SLAUGHTERCULT, guidati fin dalla loro formazione, risalente al 1997, dalla spettrale chitarrista e cantante Onielar e legati a doppio filo alle declinazioni più oscure, devastanti e nichiliste del genere. Chi conosce la band (completata qui da Velnias alla seconda chitarra, Adversarius al basso e Horrn alla batteria) sa senza dubbio di quale carica mistica, notturna e implacabile sia capace la loro proposta musicale, e senza dubbio aspettava con trepidazione questo nuovo full-lenght, intitolato MARDOM e pubblicato a ben sei anni di distanza dal precedente, straordinario, Necrovision. Quel disco aveva infatti alzato ulteriormente l'asticella del livello compositivo del gruppo, innervando la proposta dei nostri, da sempre contraddistinta da un riffing claustrofobico e da atmosfere penetranti da cui ogni speranza di luce è bandita, con soluzioni decisamente ricercate dal punto di vista degli arrangiamenti, mai prima di allora così certosinamente curati e rifiniti. Ci si chiedeva se i DNS avrebbe proseguito su quella strada o se sarebbero tornati a soluzioni musicali più immediate (nonostante la musica dei nostri sia sempre stata caratterizzata da una certa ricercatezza di fondo, dovuta soprattutto allo stile allo stesso tempo glaciale e articolato del riffing di Onielar, ma anche a una certa predisposizione ad arricchire i propri brani con soluzioni ritmiche molto varie e dinamiche) e, soprattutto, se sarebbero stati capaci di mantenere lo standard di assoluta eccellenza che ne ha contraddistinto la produzione fin dalle primissime uscite. Alla seconda domanda possiamo rispondere, con una certa facilità, di si, e su tutta la linea. Per quanto riguarda la prima, invece, il discorso si fa un po' più complesso; se da una parte la scelta di optare nuovamente su soluzioni fantasiose e molto varie dal punto di vista dell'arrangiamento dei singoli pezzi, e altresì innegabile un ritorno dei nostri a un approccio più primordiale e grezzo (anche dal punto di vista della produzione, dopo le scelte leggermente più pulite e levigate di Necrovision) al suono e all'atmosfera generale conferita ai brani, per un risultato finale di rara intensità, che solo ripetuti, attenti, ascolti saranno in grado di far apprezzare pienamente.

Il compito di aprire questo che è il sesto album della band (pubblicato nuovamente sotto l'egida dell'etichetta tedesca War Anthem Records) è demandato alla cupa intro INCEPTION OF ATEMPORAL TRANSITION, scandita da lugubri sample, efficace apripista per l'esplosione della prima traccia “vera” dell'album, cioè la title-track MARDOM -ECHO ZMORY.

Il suono che ci investe è grezzo, penetrante e feroce, scandito da chitarre abrasive, una sezione ritmica martellante e implacabile e un approccio generale alla composizione in grado di generare un muro di suono dalla carica nichilista spietata a dir poco opprimente. La voce di Onielar, chiamata a declamare i suoi versi su un riff cantilenante reso ancor più deviato da soluzioni ritmiche spezzate e claudicanti assolutamente azzeccatissime, è scarnificante, e la sua interpretazione, al solito invasata e destabilizzante, risulta capace di dare come sempre alla musica dei DNS quel qualcosa in più in grado di rendere la loro proposta ancora più unica e personale. La cosa che colpisce in profondità l'ascoltatore, ed è una costante della produzione dei nostri che qui trova nuovamente conferma, è la “credibilità”; ogni nota suonata da questa band, ogni atmosfera evocata, suona incredibilmente “vera”, come accadeva e accade solo nelle opere magne del genere, e questa capacità innata è in grado di rivestire la loro proposta di un'aura trascendentale in grado di rapire all'istante tutti i sensi dell'ascoltatore per fargli vivere qualcosa che va molto oltre la semplice esperienza musicale. Per quanto riguarda il brano in esame, l'aggressione uditiva è costante e senza cedimenti, guidata da un riffing allo stesso tempo spietato e avvolgente e da intelligenti soluzioni ritmiche in grado di evitare che la composizione risulti appiattita su un normale blast beat senza soluzione di continuità. Non mancano nemmeno i classici passaggi thrashy che da sempre contraddistinguono lo stile dei nostri, così come intelligenti soluzioni in fase di arrangiamento che permettono al pezzo, nonostante la sua aggressione costante, di risultare comunque dinamico ed estremamente accattivante. Davvero un inizio col botto. La successiva A SWEVEN MOST DEVOUT non sembra voler allentare minimamente la presa, col suo riffing implacabile e la sua batteria devastante, assestata su soluzioni maggiormente old school ma non per questo meno impattanti.

L'intero brano sembra in effetti guardare con favore a soluzioni sonore maggiormente datate, pur senza farsi mancare impennate di violenza estrema di concezione più moderna, e mette in evidenza la vasta gamma di soluzioni, oltre che la perizia tecnica e il tiro, del batterista Horrn (chiunque abbia visto la band dal vivo non avrà mancato di apprezzare la solidità, la fantasia e il timing di questo musicista davvero di livello assoluto). Il brano che ne risulta è straordinario per atmosfera, presa e impatto, estremamente dinamico ed anche decisamente catchy (fatte le dovute premesse), nonostante il senso di oppressione totalizzante (una costante dell'intero album) non manchi mai di fare sentire la sua presa alla gola dell'ascoltatore. Magistrale il riff di apertura della successiva T.O.W.D.A.T.H.A.B.T.E. (The One Who Dwells Above The Heavens-And Below The Earth), brano dall'incedere implacabile (il cui titolo sembra richiamare la splendida immagine di copertina del disco) reso assolutamente straordinario dal chitarrismo dissonante di Onielar e Velnias e arricchito da aperture mid tempo semplicemente fantastiche nello spezzare il dilagare torrenziale del pezzo, e allo stesso tempo aumentarne l'impatto distruttivo grazie al contrasto creato che, se da un lato va ad implementarne la portata atmosferica, dall'altro ne mette in risalto ancora di più le porzioni più belluine. Strepitoso il lavoro delle chitarre anche nella parte centrale del pezzo, in cui l'intrecciarsi delle asce è in grado di generare un'atmosfera a dir poco magica, nell'impenetrabile coltre di oscurità generata. Davvero un pezzo di bravura. Siamo senza dubbio di fronte a uno degli highlight assoluti di un album che, credetemi, non contemplerà cedimenti di alcun tipo. Quasi a voler stemperare parzialmente l'atmosfera di costante aggressione sviluppata con i primi brani del disco, ecco giungere la più controllata (dal punto di vista del mero furore esecutivo) A BEESECHMENT TWOFOLD, introdotta dal lontano riverbero di lugubri campane portatrici di presagi funesti e caratterizzata da un andamento in mid tempo tanto incisivo quanto perfetto per sviluppare la strepitosa trama atmosferica che fa da sostrato all'intero brano, graziato nuovamente da un lavoro assolutamente grandioso delle chitarre grazie a riff semplicemente perfetti e bellissimi.

Non manca nemmeno qualche sparuta quanto fondamentale accelerazione ad arricchire lo sviluppo dinamico del pezzo, a dimostrazione che questa band, come tutte le band di livello assoluto, non ha assolutamente bisogno di dover andare sempre a cento all'ora per risultare incisiva e convincente, ma è capace di gestire ogni soluzione compositiva con una capacità e un'efficacia semplicemente disarmanti, consegnandoci così l'ennesima perla di un disco che si rivela, di attimo in attimo, sempre più esaltante. L'impressione di trovarsi di fronte a un vero capolavoro diventa ancora più forte quando la successiva EXAUDI DOMINE esplode dagli altoparlanti dello stereo; il riffing delle due asce raggiunge infatti qui livelli davvero stellari, intarsiato com'è di rimandi al thrash e anche al metal più classico, ma il tutto rivisto attraverso la lente deformante e oscura della band tedesca, per un pezzo che definire una goduria è quantomeno riduttivo. L'interpretazione vocale di Onielar raggiunge qui vette di follia pazzesche, a tratti al limite dell'isteria, e il modo in cui la band si destreggia fra porzioni furibonde e passaggi dai rimandi più classici è semplicemente una prova da maestri, ed è difficile contenere l'entusiasmo di fronte a una simile prova di forza e capacità di scrittura e interpretazione. La sola parola che sembra poter descrivere il tutto sembrerebbe essere “perfezione”. Ascoltare come la band gestisce la porzione centrale in tempi dispari dai rimandi quasi n.w.o.b.h.m. per credere. Si ritorna ad atmosfere più tipicamente black (di matrice scandinava, per la precisione, come da tradizione per la band) con la successiva THE BOUNDLESS BEAST, brano dall'incedere feroce ben presto arricchito da passaggi maggiormente melodici che richiamano abbastanza facilmente alla mente rimandi al black metal di matrice svedese, e in particolare a quello reso celebre stilisticamente dai primissimi Dark Funeral ma soprattutto dagli insuperabili Dissection, qua e là irrobustito da aperture thrashy al solito splendide nel conferire solidità e impatto alla composizione, il tutto suggellato da aperture quasi doom dove è l'atmosfera, sottolineata da cori stentorei, a prendere il sopravvento, per un brano decisamente più vario di quanto le premesse avrebbero potuto lasciar presagire. Il finale del brano, nuovamente sottolineato da un semplice quanto spettacolare uso dei cori, è da brividi lungo la schiena, e sembra sottolineare una volta di più quanto questa band e questo album siano di un altro livello rispetto alla stragrande maggioranza delle band attualmente sulla scena, per capacità e varietà di soluzioni a loro disposizione. La successiva WIDMA si rivela essere un interludio atmosferico costruito su tenebrosi sample e raggelanti voci sussurrate, capace di generare visioni infernali che la successiva, devastante IMPERISHABLE SOULLESS GOWN sembra quasi materializzare, col suo iniziale incedere spietato presto stemperato in uno splendido andamento in up tempo ancora una volta richiamante deliziosi rimandi old-school, resi ancora più accattivanti da alcuni passaggi in odore quasi di epic-doom nei riff di chitarra. È l'alternanza fra questi passaggi e porzioni black intransigenti e devastanti a caratterizzare l'intero brano, che sfocia senza soluzione di continuità nel black&roll esaltante che caratterizza l'inizio della successiva (e conclusiva) THE SPHERE, ennesimo pezzo di bravura di una band e di un lavoro che, giunti ormai ai titoli di coda, non possiamo che definire a dir poco entusiasmante e privo del benché minimo calo, ne di tensione ne tanto meno qualitativo.

Anche questo brano si rivela infatti straordinario, riuscendo a far coesistere i Carpathian Forest più laidi e slabbrati con la glaciale varietà stilistica degli Tsjuder del capolavoro Desert Northern Hell (un richiamo che ricorre più volte, nel corso dell'intero lavoro così come nello sviluppo che lo stile dei nostri ha avuto nel corso degli anni, proprio in virtù della comune tendenza ad arricchire la propria proposta con rimandi fra i più disparati all'intera storia del metal, e non solo del black, tipica delle due band, sia a livello di riffing che di soluzioni ritmiche e compositive in generale, il tutto filtrato attraverso lo stile unico e riconoscibilissimo proprio di questi due colossi del black metal mondiale), in un turbinio esaltante e irrefrenabile che chiude nel migliore dei modi un album che si candida fin da subito come possibile Top Album dell'anno in ambito black e non solo. Vi dirò di più: questo ritorno dei Darkened Nocturn Slaughtercult, per la sua solidità, la sua unicità e il suo rispetto per la storia del genere, li rende fra i più autorevoli candidati a sedersi sul vacante trono del black metal, allo stato attuale. Fuoriclasse assoluti, sarà davvero difficile fare di meglio quest'anno. Il guanto di sfida è lanciato. Assolutamente imperdibile.

 

100/100