Death Angel, Humanicide, review, Insane Voices Labirynth Official

Recensione a cura di EDOARDO GOI 

Death Angel  “Humanicide” 

A distanza di tre anni dal monolitico The Evil Divide tornano sul mercato i leggendari thrashers californiani DEATH ANGEL con un nuovo album di inediti destinato a incendiare impianti e padiglioni auricolari di fan e addetti ai lavori.
Il poco rassicurante titolo HUMANICIDE lascia intendere fin da subito come le intenzioni di Rob Cavestany e soci siano assai poco accomodanti, nonostante le indiscrezioni trapelate nei mesi precedenti alla release che volevano il disco votato a un sound meno pesante del forse eccessivamente greve e monotematico The Evil Divide, con uno stile che stavolta si diceva avrebbe strizzato l'occhio in più di un'occasione al metal classico, fatto salvo il classico thrash sound per il quale i nostri sono celebri fin dal 1987, anno di pubblicazione dello storico debut The Ultraviolence.
A parziale cambio di rotta a livello di suoni (indiscrezione rivelatasi effettivamente veritiera) non ha però fatto seguito un cambio per quanto riguarda la produzione;
produzione che vede il mastermind Rob Cavestany affiancare nuovamente il fidato e celebre Jason Suecof dietro la consolle, per una squadra invariata fin dall'album Relentless Retribution del 2010 e impegnata a rivestire del giusto suono questi nuovi brani con un risultato decisamente meno monolitico del già citato album precedente, preferendo puntare su suoni meno pompati e cupi in grado di far respirare maggiormente le composizioni e, con esse, l'intero lavoro.
Obbiettivo centrato pienamente, per la cronaca.
Un'altra cosa che è rimasta invariata (anch'essa fin dai tempi del succitato Relentless Retribution) è l'ormai affiatatissima line up che vede, accanto ai membri storici Rob Cavestany alla chitarra e Mark Osegueda alla voce, il chitarrista di lunga data Ted Aguilar e gli ormai consolidati Damien Sisson al basso e Will Carroll alla batteria.
Per quanto i puristi e i fan della prima ora possano storcere il naso (come accade dal 2009) di fronte all'assenza di membri storici come Gus e Dennis Pepa o Andy Galeon, quella attuale rimane senza dubbio la line up più compatta che la band abbia mai avuto, e i risultati degli ultimi platter lo testimoniano al di la di ogni ragionevole dubbio, ultimo nato compreso.
Quasi a voler dimostrare anche ai più scettici la propria forza, la band cala da subito un carico pesantissimo sparandoci in faccia una title track da urlo;
HUMANICIDE infatti esplode vigorosa e accattivante, introdotta da fraseggi di chitarre armonizzate dal piglio tanto classico quanto evocativo prima di deflagrare definitivamente con uno dei classici riff spezza-polso di Rob.
E' thrash deluxe quello che la band ci propone in questa opener al fulmicotone, lanciato a mille all'ora ma non privo della varietà ritmica cui la band ci ha da sempre abituato, come nel roccioso tempo medio chiamato a supportare il riuscito ritornello, così come non mancano i ricercati lick chitarristici a contrappuntare un arrangiamento come sempre curatissimo (altro marchio di fabbrica di questi mai domi bay-area thrashers) ne tanto meno parti solistiche di gran livello e gusto.
Si tratta, a conti fatti, di un brano classicamente Death Angel sullo stile varato dall'ottimo The Dream Calls For Blood del 2013, tanto tecnico quanto impattante e catchy, perfetto appetizer per l'intero album e ottima cartina di tornasole che ci permette di apprezzare lo sforzo fatto in sede di produzione per donare all'opera un suono potente ma al contempo organico e “reale”.
Inizio perfetto.
Non contenta di averci già smazzolato per bene, la band cala da subito un altro carico da 90 con la devastante DIVINE DEFECTOR, brano aggressivo all'inverosimile (nonostante il suo attacco molto groovy e non privo di rimandi classicamente metal) in cui la band passa da riff up-tempo abrasivi a sfuriate thrash debordanti per sforare in territori quasi death grazie al non esiguo utilizzo di passaggi in blast beat a dir poco furibondi (grandioso, qui come nel resto del disco, il lavoro del mai sufficientemente lodato Will Carroll alla batteria), il tutto legato insieme da un arrangiamento estremamente vario e dinamico capace di legare insieme in modo estremamente efficace le porzioni di un brano letteralmente strapieno di cambi di tempo e atmosfera, marchiato a fuoco dal riffing forsennato della coppia Cavestany-Aguilar, ispirata come non mai.
Questa band non si è mai accontentata del banale e del “minima spesa-massima resa”, e non ha mai temuto di mettere in mostra il proprio amore per l'imprevedibilità e le sfide sonore nemmeno in brani tirati e devastanti come questo.
Mattonata in faccia, ma con uno stile unico.
A bissare un brano così complesso, pur nella sua inarrestabile violenza, ecco arrivare l'ancora più complessa (a dispetto del titolo) AGGRESSOR, brano che, pur aprendosi in modo piuttosto canonico con un arpeggio cupo ed evocativo impreziosito da fraseggi melodici tesi e pregni di presagi nefasti ben presto brutalizzato dalla classica veemenza thrash dei nostri, svela quasi subito la sua anima multisfaccettata sull'onda di una strofa estremamente pesante e moderna, in parte in linea con quanto fatto vedere dalla band sul pluri-citato The Evil Divide, prima avvisaglia del caleidoscopio sonoro messo in campo dalla band che porta il brano a passare da frangenti estremamente groovy ad altri decisamente melodici e dal piglio classico, in cui spuntano anche nuovamente le chitarre acustiche, per poi tuffarsi a capofitto nelle sfuriate thrash dei refrain e raggiungere livelli sublimi nelle nemmeno tanto velate trame prog metal della splendida parte centrale.
Un brano strepitoso, impreziosito da una prestazione strumentale straordinaria e da capacità di arrangiamento di prim'ordine, certamente impegnativo ma capace, dopo ripetuti ascolti, di svelare tutti i tesori sonori che custodisce.
Quasi a voler far tirare il fiato all'ascoltatore dopo un brano così variegato e richiedente grande attenzione, la band propone in successione il brano più semplice e immediato dell'intero lotto, con una I CAME FOR BLOOD che paga pesantemente tributo ai maestri Motorhead e Raven nel suo incedere iniziale (e non solo), senza mancare di corroborare il tutto con parti thrash caciarone e slabbrate il giusto (in alcuni frangenti le parti vocali, unitamente a quelle musicali, vanno a lambire il crossover hardcore-thrash dei seminali Suicidal Tendencies) in grado di portare freschezza ed esaltazione old-school all'album in un momento in cui un brano più complesso avrebbe rischiato di appesantirlo eccessivamente, denotando una grande attenzione da parte della band riguardo alla dinamica d'insieme dell'opera.
Brano galvanizzante, semplicemente perfetto nel raggiungere l'obbiettivo prefissato, benché sicuramente non destinato a fare la storia della band.
Dopo la boccata d'aria fresca (con tanto di tributo) del brano precedente, la band richiede nuovamente la nostra attenzione con la rocciosa IMMORTAL BEHATED, introdotta nuovamente da chitarre acustiche e da melodie sinistre ma al contempo, in qualche modo, “calde” e scandita da un incalzante mid-tempo (qui, ad aleggiare, troviamo il fantasma dei Judas Priest) magistralmente screziato da suoni acidi e vagamente psichedelici in grado di donare all'atmosfera del brano un taglio trasversale e intrigante bissato da un refrain dai connotati cupi e claustrofobici (benché accompagnato da una doppia cassa insistita e pesante) e da porzioni strumentali struggenti e malinconiche in cui spicca un lavoro di basso davvero splendido da parte di Damien.
Un brano che fa del suo sviluppo emotivo ed atmosferico il suo punto cardine (vedasi la splendida coda guidata da un ispirato pianoforte), a discapito del puro impatto, per un risultato che richiede senza dubbio impegno in fase di ascolto ma che non può non definirsi di assoluto pregio.
Si torna a picchiare duro con la successiva ALIVE AND SCREAMING, col suo attacco thrash in puro stuile Death Angel spezzata da una strofa tanto groovy quanto incisiva che si apre a un riusciuto refrain in botta e risposta fra Mark e il resto della gang.
Il pezzo ha un afflato quasi rock, tanto è spigliato e frizzante (tanto in fase di riffing che per quanto riguarda il comparto ritmico e vocale), salvo appesantirsi notevolmente nella parte centrale, graziata nuovamente da un lavoro pregevole di Rob in fase solista.
Un brano semplice e scorrevole, piazzato nuovamente in un punto tattico dalla band e che esegue egregiamente il compito assegnatogli.
La successiva THE PACK (che è impossibile non collegare alla splendida immagine di copertina realizzata da Brent Elliot White e raffigurante nuovamente dei lupi, animale che la band, per sua stessa ammissione, ha elevato a suo simbolo), infatti, è decisamente complessa, e ci riporta in un istante ai Death Angel estrosi e temerari di Frolic Through The Park, grazie a un approccio groovy tanto nelle ritmiche quanto nel curatissimo guitar-work, graffiato da vocals e cori sfrontati e arrembanti (il refrain sembra studiato appositamente per essere cantato a squarciagola dal vivo, tanto sotto quanto sopra il palco, come nella migliore tradizione dei brani riguardanti l'unità metallica), per un brano che, nelle sue parti più percussive, ci ricorda addirittura i Faith No More più pesanti, ma che la band rende dannatamente suo grazie a un modo inconfondibile e unico di gestire parti strumentali e arrangiamenti.
Si fa sempre più largo l'impressione che l'eccessiva monodimensionalità percepita dalla band stessa nel precedente platter abbia spinto la creatività del gruppo su lidi nuovamente liberi e osati, con risultati a dir poco entusiasmanti.
Ancora thrash fresco e vibrante nella successiva GHOST OF ME, brano che forse ricalca troppo stilemi già usati dal gruppo qui come in altre occasioni in passato, ma che si fa apprezzare per perizia esecutiva e tiro, oltre che per un guitar work ispiratissimo e intarsiato di parti twin guitar dal taglio classico assolutamente delizioso, e per una parte centrale (col basso nuovamente, splendidamente, in evidenza) incalzante e incisiva, ottima chiave di volta di un brano forse non imprescindibile, nella discografia dei nostri, ma assolutamente riuscito e godibile.
Tentazioni moderniste e piglio cupamente rock traspaiono invece dalle trame chitarristiche e dalle linee vocali della successiva REVELATION SONG, brano in cui la band gioca di nuovo la carta del groove , accompagnato da sottotrame di chitarra insinuanti e disturbanti reso pesante e gustoso da un riffing assolutamente ispirato e variegato nella parte centrale del pezzo, chiamata qui come nel brano precedente a dare struttura e peso specifico a un brano in cui la band sperimenta con successo, pur senza raggiungere i vertici della propria produzione, soluzioni diverse rispetto a quanto fatto nel resto dell'album, pur senza uscire minimamente dal seminato.
Brano con vari spunti di interesse.
A dare una bella sferzata di energia all'album arriva la bellissima, conclusiva, OF RATS AND MEN.
Qui i tempi si fanno nuovamente serrati e splendidamente thrash, ma ciò che lascia a bocca aperta è lo splendido riffing gemello intessuto da Rob e Ted, così vibrante e travolgente da rendere impossibile non lasciarsi andare a un headbanging d'entusiasmo.
L'atmosfera tremolante e ricca costruita dalle chitarre si apre in un ritornello quanto mai d'impatto, graziato da un riffing più sanguigno e aggressivo.
Nuovamente splendide e di gran gusto le variazioni sul tema chiamate a sferzare la struttura e lo sviluppo del brano nella sua parte centrale, contenute e prive della benché minima ridondanza, ma ancora una volta indice della maestria della band nel rendere intriganti e interessanti le proprie composizioni sempre arricchendole e mai appesantendole.
Si tratta di un suggello finale splendido a un disco solidissimo (nell'edizione limitata il disco si conclude con la sperimentale, variegata e a tratti melodica THE DAY I WALKED AWAY, ottimo brano nella tradizione dei Death Angel più osati e compositivamente liberi) che forse non raggiunge lo status di capolavoro ma che presenta al suo interno alcuni brani che invece ne portano tutte le stimmate, insieme ad altri che si mantengono comunque su livelli di eccellenza assoluta.
Un come-back di grande spessore per una band dal sound unico e riconoscibile ma capace sempre di sorprendere i propri ascoltatori grazie all'infinita creatività che da sempre ne contraddistingue le gesta, qui alle prese con quello che è senza dubbio il suo disco più vario dai tempi della reunion del 2001.
Non ascoltarlo sarebbe un delitto.
Bene, bravi, bis.

 

 

VOTO: 88/100