27 Agosto 2019

DESTRUCTION, Born To Perish, review, insane voices labyrinth official

Recensione a cura di Edoardo Goi

Destruction - “Born To Perish”

Chiunque abbia seguito la carriera di questi macellai del Reno sa che mai, tranne nel periodo di sbandamento seguito all'uscita dell'ottimo Cracked Brain nel 1990 (unico parto della band priva del carismatico bassista e frontman Schmier che la band stessa considera ancora a pieno titolo parte della propria discografia, disconoscendo a posteriori tutto quanto pubblicato dal 1990 al 2000, anno della reunion della formazione storica e della pubblicazione del fortunati All Hell Breaks Loose) la band è venuta meno al suo motto, quel “Thrash Till Death” che ormai tutti associano automaticamente al nome DESTRUCTION, e questo vale anche per questo ultimo parto della band tedesca, intitolato BORN TO PERISH e pubblicato nuovamente sotto l'egida del colosso Nuclear Blast.
Reduci dai discordanti pareri suscitati dal precedente (per chi scrive, ottimo) Under Attack, i Destruction si ripresentano sul mercato con una novità che balza immediatamente all'occhio, cioè l'abbandono della storica formazione a tre in favore di una line up a quattro elementi che vede il nuovo entrato Damir Eskic affiancare, con la sua chitarra, l'altrettanto nuovo batterista Randy Black e i due membri storici Schmier (basso e voce) e Mike (chitarra), andando ad ammantare così il nuovo nato in seno alla band di un'aura di rinnovamento e freschezza che ben dispongono all'approccio allo stesso con innegabile curiosità .
Chiunque abbia avuto modo di vedere in azione la nuova formazione nella recente calata italica in compagnia degli Overkill precedente all'uscita dell'album sa già quanto questa nuova formula risulti efficace sulle assi di un palco, con un Damir (che già aveva collaborato con la band in studio) perfettamente calato nella realtà Destruction in quanto a pacca e ferocia esecutiva, ma anche in possesso di una tecnica strumentale personale di primissimo livello, in grado di donare nuove sfumature alla musica dei nostri senza intaccarne minimamente, tutt'altro, l'aggressività che da sempre ne contraddistingue le gesta.
Forte era quindi la curiosità di sapere se l'alchimia dimostrata dalla nuova formazione nelle esibizioni dal vivo avrebbe funzionato anche su un intero album composto insieme in studio, e se questa novità avrebbe in qualche modo intaccato il sound classico cui la band ci aveva fin qui abituato.
La risposta a questa domanda sta nella premessa che apre questa recensione:
i Destruction vogliono fare thrash, e basta, fino alla morte, e thrash è quello che troverete fra i solchi di questo album, benché la presenza di una seconda chitarra in fase di composizione non manchi di farsi sentire.
Ma andiamo con ordine.
Il compito di aprire le danze di questo nuovo album spetta alla già nota (in quanto scelta come singolo apripista dell'album) title track BORN TO PERISH, col suo inizio marziale e in crescendo, preludio a un'esplosione di violenza thrash tipicamente Destruction che ricorda, per struttura, vecchi classici della band ( Curse The Gods su tutte) e che sembra voler spazzare immediatamente via ogni dubbio su un possibile ammorbidimento della proposta causata dal rinnovamento della line up grazie a un ritmo incalzante, a riff assassini tipici della penna di Mike Sifringer e alla caratteristica voce abrasiva del frontman Schmier.
Il brano, graziato da una struttura piuttosto collaudata e arricchito da un refrain aggressivo e catchy al punto giusto, si erge subito come nuovo classico e promette sfracelli dal vivo, ma ci da modo anche di fare un primo appunto all'album in quanto a produzione che, seppur molto curata e potente, chi scrive avrebbe desiderato leggermente più ruvida per quanto riguarda le chitarre, con le stesse forse leggermente un po' sacrificate come presenza in fase di mixaggio, ma sono sottigliezze, visto che ci troviamo al cospetto di un suono comunque ottimo.
Un inizio decisamente convincente, subito bissato dall'altrettanto veemente INSPIRED BY DEATH, contraddistinta da una struttura ancora più immediata e catchy e da uno splendido lavoro a livello di armonizzazioni chitarristiche, soprattutto nell'accattivante strofa.
Lo stile dei due axeman sembra formare un connubio davvero funzionale al sound dei nostri, con i due approcci, decisamente diversi, che si completano a vicenda in modo tanto fluido quanto potente.
Il pezzo è l'ennesimo brano devastante della discografia dei Destruction, e sembra scritto appositamente per fomentare gli animi dal vivo.
Non si solleva il piede, almeno inizialmente, nemmeno con la successiva BETRAYAL (altro brano presentato in anteprima, anche sotto forma di video) che, dopo un'intro cupamente melodica ed evocativa, esplode sotto le sferzate di un riffing indiavolato e di un drumming devastante, salvo concedere un po' di tregua all'altezza del refrain, decisamente arioso e atmosferico, con le due chitarre che abbandonano per un attimo il loro riffeggiare incessante per aprirsi a soluzioni più melodiche e atmosferiche (non nuove comunque, all'interno della storia dei nostri) donando così al brano una varietà dinamica maggiormente spiccata rispetto a quanto proposto finora nell'album, il tutto senza perdere nulla dell'aura malsana e spietata proprie di questo lavoro (così come della band in generale).
Si tratta di un vero toccasana per un album che, fino a qui, aveva proposto soluzioni si vincenti, ma anche piuttosto unidirezionali che avrebbero rischiato, col procedere dei brani, di renderlo prevedibile, se si fosse proseguito nel medesimo solco.
Si prosegue nel segno della discontinuità anche con la successiva ROTTEN, grazie a un brano che, fin dall'inizio, appare improntato su ritmi meno indiavolati, assestandosi su un up-tempo decisamente pesante e roccioso sul quale la voce di Schmier ha modo di sputare tutto il suo veleno e il suo sarcasmo, sempre accompagnata dal riffing incisivo di un Mike Sifringer sempre sugli scudi (si tratta, per chi scrive, di uno dei chitarristi più sottovalutati della scena, capace di partorire riff memorabili, come ad esempio quello del immortale classico Mad Butcher, la cui bravura risulta, a conti fatti, da sempre oscurata dall'aura di “massacratori” che accompagna, sebbene non a torto, i Destruction) e da una sezione ritmica quadrata e potente come non mai, perfetta chiusura del cerchio di un pezzo immediato e incisivo opportunamente piazzato a questo punto dell'album, dopo una tripletta iniziale all'insegna dell'impatto, sebbene coi dovuti distinguo fra un brano e l'altro.
Si torna a spingere sull'acceleratore con la devastante FILTHY WEALTH, brano in cui, a un iniziale riffing non lontano da quello della celebre “The Butcher Strikes Back” che segnò il ritorno dei nostri alla formazione originale ( e alle origini total thrash) nel 2000, contrappone un andamento “alla Motorhead” (seppur opportunamente vitaminizzati) assolutamente delizioso, andando a formare un connubio thrash&roll frizzante, deragliante e godibilissimo, in grado di marchiare a fuoco uno dei pezzi più diretti e immediati dell'intero album.
Quasi a fare da contraltare, ecco giungere poi quello che è invece il pezzo più complesso e strutturato dell'intero lavoro, intitolato BUTCHERED FOR LIFE che, a dispetto del titolo piuttosto autocelebrativo, rivela fin da subito la sua natura cangiante e assai poco immediata grazie a un inizio caratterizzato da chitarre clean decisamente melodiche sulle quali si adagia la voce, gioco-forza meno aggressiva del solito, ma non per questo meno evocativa, di Schmier, preludio a una struttura in crescendo piuttosto inusuale per i nostri (che comunque già in passato avevano proposto brani dalle strutture più complesse e variegate, fra cui la celebre Reject Emotions, cui questa composizione può essere paragonata sotto vari aspetti) che, permeata da forti tinte dark, passa dalle iniziali note clean a sferzate elettriche controllate (supportate da un grande lavoro di randy Black alla batteria) per poi sfociare in un refrain più incalzante e thrashy, per poi ricominciare tutto da capo in un susseguirsi di saliscendi estremamente dinamico ed efficace, ma che necessita di più ascolti per essere apprezzato appieno.
Un brano senza dubbio osato, dai molteplici spunti di interesse e, a conti fatti, decisamente riuscito.
A ridare spinta all'album ci pensa la successiva, brutale, TYRANTS OF THE NETHERWORLD, brano che punta tutto su un impatto devastante costruito su chitarre sferraglianti e una sezione ritmica debordante, costruito per prendere alla gola l'ascoltatore senza pietà e non mollarlo più fino alla sua conclusione;
intento che il brano persegue con pervicacia e che centra senza problemi.
Probabilmente non destinata a diventare un classico ma, senza dubbio, efficace e godibilissima.
Sulla stessa falsariga si adagia anche la successiva WE BREED EVIL, e il giochetto inizierebbe a mostrare un po' la corda, non fosse per lo splendido ritornello e della tanto immediata quanto efficace melodia chiamata a supportarlo (sembra quasi di sentire echi degli Hypocrisy, tra le sue pieghe) che, in fin della fiera, salva dall'anonimato un pezzo tanto impattante quanto, altrimenti, piuttosto anonimo.
Il riffing si fa decisamente più incisivo (seppur mantenendosi su coordinate piuttosto classiche, per i nostri) sulla successiva FATAL FLIGHT 17, grazie a un approccio allo stesso più frizzante e meno monolitico e a una struttura generale più varia e meno standardizzata, contrassegnata da numerosi stacchi e stop & go e da un'atmosfera generale decisamente più accattivante di quella respirata nei brani appena precedenti.
Pollice in su.
La conclusiva RATCATCHER si apre all'insegna di un groove molto interessante, con un Randy Black nuovamente sugli scudi dietro le pelli, che una struttura nuovamente in crescendo trasporta pian piano su lidi total thrash decisamente brutali, per poi ritornare su lidi decisamente più ragionati e rocciosi, e così via in un alternarsi dinamico decisamente efficace il cui comune denominatore rimane comunque la potenza, unitamente al classico impatto che è marchio di fabbrica imprescindibile dei Destruction.
Si conclude così un album (nella versione limitata è presente anche una cover non eccessivamente stravolta di Hellbound dei Tigers Of Pan Tang, carina ma non imprescindibile) che accontenterà senza dubbio i fan che da sempre seguono le gesta del (ex) terzetto teutonico, che non manca di introdurre qualche elemento di novità all'interno della musica dei nostri ma allo stesso tempo non si discosta per nulla dalla loro tradizione ma che al contempo presenta anche qualche punto debole dal punto di vista della longevità di alcuni brani.
Un album solido e sufficientemente ispirato che ci riconsegna dei Destruction in buona forma, che esalta nei suoi momenti migliori e che contiene alcuni brani che, senza dubbio, sapranno farsi valere dal vivo, ma che senza dubbio non fa gridare al miracolo.
Certo è che la personalità di una band simile è puro miraggio per la gran parte delle thrash band attualmente sulle scene, quindi si tratta più di critiche relative al confronto col loro storico passato che nate dal confronto con altre realtà musicali, le quali darebbero probabilmente un rene per essere in grado di comporre un brano come “Born To Perish” con la stessa pacca e credibilità.
Album godibile per una band ancora decisamente in palla.
Inossidabili.

 

 

VOTO: 78/100