12 GIUGNO 2020

Recensione a cura di Edoardo Goi

 

C'è bisogno, ai giorni nostri, di un album come questo?

C'è ancora posto, in un'era che viaggia alla velocità della luce anche dal punto di vista del flusso di informazioni e input, di un suono e di un approccio come questi?

Assolutamente no.

Nel modo più assoluto.

Perché questo modo di fare black metal non è concepito per gente “bisognosa”, ne tanto meno per soddisfare una qualche fetta di mercato.

Non lo era quando a produrlo erano imberbi adolescenti colmi di furore giovanile, e non è a maggior ragione ora quando, come in questo caso, a produrlo sono uomini ormai ormai fatti, se non addirittura prossimi alla mezza età.

Questo tipo di black metal non è una necessità, ma una scelta, scritto e concepito per persone che dell'individualismo hanno fatto una bandiera, e non una maschera dietro cui celare una indesiderata solitudine o un qualche senso di inadeguatezza sociale (a quello si dedica già una larga fetta dell'attuale, autoreferenziale, scena depressive).

Quello che troverete qui dentro non è che grezzo, gelido e oscuro black metal, fieramente e orgogliosamente isolazionista e fuori dal tempo, totalmente estraneo tanto alla puerile ricerca di approvazione quanto all'altrettanto fastidiosa sovraesposizione del proprio presunto malessere interiore che ammorbano la scena da qualche anno a questa parte.

Integralismo come normale condizione dell'essere, e non come ostentato capriccio, è questo ciò che troverete in questo nuovo nato in casa DJEVEL;

e non potrebbe essere diversamente, visti i nomi coinvolti, a partire da quello senza dubbio più noto, cioè Bard Faust, già batterista di Emperor, Thorns e Aborym, nonché nome di spicco delle vicende legate al fantomatico “Inner Circle” balzate agli onori della cronaca nella Norvegia degli anni 90, per continuare con il cantante e bassista e cantante Mannevond, già membro di Urgheal, Koldbrann e NettleCarrier, e concludere con il chitarrista (e responsabile di clean vocals e cori) Trond Ciekals, anch'egli membro dei già citati NettleCarrier, e visto in passato tra le file di Sworn e Malice (quelli norvegesi, ovviamente, non gli storici power metallers statunitensi).

Fondati nel 2009, ma già forti di cinque full lenght all'attivo, prima di questa release, questi tre araldi del gelo nordico ci presentano il sesto parto della loro fervida creatività, intitolato ORMER TIL ARMER, MAANE TIL HODE , e lo fanno riversando nei nostri padiglioni auricolari quasi sessanta minuti di black metal glaciale, notturno ed epico come poche formazioni, attualmente, sono in grado di fare (ma che ai Djevel riesce con una facilità disarmante fin dal primo full lenght, lo splendido “Dødssanger” del 2011).

Basta infatti far partire l'opener (nonché title track) ORMER TIL ARMER, MAANE TIL HODE per essere catapultati immediatamente nelle spietate e gelide lande notturne splendidamente rappresentate sulla bellissima copertina dell'album sull'onda di un black metal martellante e al contempo avvolgente e oscuro, ideale punto di contatto fra Tsjuder, primi Emperor e Satyricon e primissimi Enslaved, il tutto arricchito dall'indubbia personalità che i Djevel hanno dimostrato fin dai loro primissimi passi.

Se c'è una cosa a cui servono album come questi, mettendo da parte l'evidente provocazione con cui si è aperta questa recensione, è ricordarci quanta forza evocativa possa spigionare il black metal più puro e incontaminato, se realizzato con talento, ispirazione e capacità;

è infatti straordinario come brani di questo calibro riescano a trascendere la mera componente tecnica per trasformare chitarre, basso e batteria in un flusso di cupi colori in continua mutazione atti a tratteggiare un affresco sonoro di vividissimo impatto.

Con questo non si intende affatto sminuire la caratura di questi musicisti, i quali, evidentemente, sono tutti preparatissimi e adeguatissimi al genere che hanno deciso di esprimere, con una menzione particolare per Bard Faust, il cui batterismo solido, rotondo e molto legato a una concezione di “batteria black metal” precedente alla “gara di velocità” che ha coinvolto il genere da un certo punto della sua storia in poi, unitamente allo spazio che il basso riesce a ricavarsi all'interno del sound della band (aspetto spesso trascurato da molti acts dediti al medesimo genere), non fa che aumentare a dismisura il gradiente di penetrazione sensoriale della musica dei nostri.

Va rimarcata, inoltre, una delle caratteristiche che da sempre permette ai Djevel di spiccare su una pletora di band che si rifanno al medesimo sound, e cioè l'incredibile dinamismo che la band è in grado di donare alla sua musica;

a un'atmosfera sempre avvolgente e inscalfibile, infatti, fa da contraltare uno sviluppo dinamico dei brani spiccatissimo, che vede la band, fra rallentamenti, accelerazioni, concatenazioni di riff e oscure armonie, sciorinare una capacità di scrittura di primissimo ordine, nonché doti non trascurabili in fase di arrangiamento.

Se questo è evidente fin dal primo brano (oltre che risaputo da sempre dai fan della band), nel secondo, intitolato ET MENNISKES HELE KORPUS OG LEGEME, la cosa si fa ancora più palese.

A fronte di una leggera diminuzione della velocità di esecuzione e di un ancora maggiore peso riservato all'atmosfera (grazie a riff dissonanti e avvolgenti straordinari, che ci rimandano un po' alla lezione dei primissimi Carphatian Forest e dei mai abbastanza lodati Tulus), ciò che colpisce maggiormente è qui infatti la straordinaria capacità palesata dal gruppo nel costruire strutture musicali straordinariamente descrittive, sicché il brano, anche per chi non comprende (e penso sia la maggioranza) il dipanarsi delle liriche, rigorosamente scritte in norvegese, suona come una narrazione musicale di grande compiutezza, aumentando in modo sostanziale l'interazione empatica fra arte e fruitore della medesima e permettendo così all'ascoltatore di immergersi completamente nell'immaginario in esso evocato.

Lo stesso senso di immensa cura, unito a una naturalezza espositiva spiccata, si respira anche nella successiva DEN GANG JEG BANKET PAA HELVEDES TUNGE DOER, ideale punto di incontro fra la ferocia del primo brano e la preponderanza atmosferica del secondo, fra riff affilati come gelide lame e porzioni più avvolgenti e al contempo impenetrabili, che rimandano un po' ancora una volta ai Satyricon del periodo Dark Medieval Times/ The Shadowthrone, benché filtrati attraverso l'approccio più grezzo e massiccio che è trademark irrinunciabile dei Djevel.

Si tratta di un brano idealmente diviso in due parti,in cui, a una prima parte più feroce e diretta, fa da contraltare una seconda parte costruita su un crescendo atmosferico di straordinaria fattura sfociante in un black metal “monotono” (inteso nel senso che a questo termine ha dato la splendida lezione impartita dai Beherit di Drawing Down The Moon) e stordente, magistralmente asfissiante nell'annichilente prepotenza atmosferica di cui è pregno.

Epicità pura è quella che ci aspetta, invece, sulla soglia della splendida DREB DEM ALLE, HERREN VIL GJENKJENNE SINE, grazie a un riff portante di rara bellezza che, nel corso del brano, sarà più volte chiamato a spezzare l'oscura violenza di una composizione mediamente piuttosto tirata e compatta.

Parliamo di un riff in grado di rivaleggiare con quelli che in passato hanno caratterizzato pezzi come Hvite Krists Dod dei Satyricon, o Nattestid Ser Porten Vid (I) dei Taake, e proprio il grandioso progetto portato avanti dal controverso Hoest potrebbe essere il metro di paragone più immediato per dare un'idea della direzione musicale di questo brano, fra porzioni total black annichilenti e aperture di epica fierezza dai connotati splendidamente notturni e densi.

Un altro pezzo spettacolare, che fornisce anche l'input giusto per rendere onore alle scelte fatte in sede di produzione, con suoni spessi, densi, naturali e privi della plasticosa pompatura cui vengono sottoposti in molte produzioni odierne, semplicemente perfetti nell'attualizzare la grande tradizione del suona black norvegese tipico delle prima metà degli anni 90.

L'inizio cadenzato e pesante, nonché pregno di inquietanti sentori, della successiva VED HILDR'S HAAND FOR HEL rimanda un po' ai Carpathian Forest dell'irripetibile periodo Journey Through The Cold Moors Of Svartijern/Through Chasm, Caves And Titan Woods, salvo poi evolversi su coordinate decisamente più feroci e impattanti, rese più profonde da splendide aperture pregne del succitato mood d'apertura.

Si tratta del brano più breve e diretto dell'intero lavoro, ma non per questo la band lesina nell'approcciarvisi con la medesima cura riservata agli episodi più complessi e sfaccettati, partorendo un brano estremamente convincente ed incisivo, oltre che splendidamente stratificato.

Il registro cambia in modo piuttosto deciso con la successiva DET EDERS HERRE LOVER ER MER ENN KVA MENNISKET TAALER, brano in cui i Djevel si riappropriano dello stile spiccatamente epico e vicino a suggestioni viking e folk (sebbene comunque sprofondate nel gorgo di plumbea oscurità che ne contraddistingue da sempre le gesta artistiche) che aveva contraddistinto un album come il precedente “Blant Svarte Graner” del 2018, e lo fanno in modo semplicemente grandioso.

E' in fatti spettacolare il modo in cui la band riesce a rendere tangibili queste suggestioni colme di inscalfibile fierezza nordica spogliandole da qualunque vuota pomposità e da qualunque reminiscenza caricaturale, nonostante l'uso massiccio di cori e voci pulite e l'impianto sonoro esplicitamente epico, riecheggiante, giocoforza, la lezione impartita dai Bathory di “Hammerheart” e “Blood, Fire, Death”.

Anche nei momenti più vicini al black metal più classico, infatti, l'approccio è talmente old school da ricordare più il sound tipico di alcuni acts della prima ondata (ancora una volta, Bathory su tutti) che quello più pesante e denso tipico della seconda ondata, assestandosi su coordinate death-thrash, quando non spudoratamente black & roll, e creando un impasto sonoro complessivo assolutamente splendido, in cui la componente epica e quella più grezza si fondono alla perfezione per dare vita a una gemma musicale di rara bellezza.

Uno degli apici assoluti di un album già di per se grandioso senza alcun dubbio.

E' ancora l'old school a farla da padrona nella successiva OVER SVARTE SKRIIGENDE SKOGER, benché l'approccio sonoro qui prediliga un sound più vicino a quello della seconda ondata, con alcuni rimandi ai Darkthrone di “A Blaze In The Northern Sky” e “Under a Funeral Moon”, benché riletti attraverso all'approccio decisamente meno grezzo dei Djevel.

Si tratta di un pezzo piuttosto diretto, nel suo alternare arrembanti parti vicine nuovamente al black & roll e sfuriate in classico black metal style, ma la vera chicca, come sempre quando si parla di questa band, sono le trame atmosferiche del pezzo, sia quando sono chiamate ad ammantarne le parti più tirate sia quando sono chiamate a valorizzarne le aperture più avvolgenti.

Difficile infatti non restare avvinti dalla cupa bellezza delle atmosfere messe in campo dalla band, in questo brano come negli altri della sua discografia, a perenne dimostrazione che anche nei generi più estremi, se si vuole colpire davvero a fondo l'ascoltatore, bisogna essere in grado di dare alla propria musica una chiave d'accesso in grado di penetrare immediatamente l'immaginario delle anime affini.

Sotto questo, come sotto molti altri aspetti, i Djevel sono maestri assoluti.

E come concludere un album di simile portata se non con un brano come ILLOYEGD FOEDT SOM SATANS BARN, PAA FERD UDEN SPOR AF MANNESKEVERD ?

Undici minuti abbondanti contenenti tutte le sfaccettature della musica dei nostri, magistralmente costruiti, eseguiti ed arrangiati da una band di caratura assolutamente superiore, capace di gestire con facilità disarmante arrangiamenti di tale portata,consegnandoci un brano splendido, magistralmente avvolgente, oscuro e dissonante che, nonostante il suo risultare straniante e soffocante lungo l'intera sua (sostanziosa) durata, non stanca nemmeno per un secondo e, invece, suona esaltante e avvincente dall'inizio alla trionfale ed epica conclusione.

Una summa vincente e convincente, autentica ciliegina sulla torta di un album che poche formazioni attuali possono permettersi, in grado di far rivivere l'era d'oro del genere senza mai suonare anacronistico e pregno di una qualità musicale oggettivamente elevatissima.

Un lavoro che nessun vero fan del black metal più puro e incontaminato dovrebbe farsi mancare, ed ennesimo centro pieno di una band la cui discografia non conosce flessioni.

Imperdibile.

La nera fiamma brucia ancora.

Non potrebbe essere altrimenti.

 

 

VOTO: 100/100