28 GIUGNO 2021

Recensione a cura di

Edoardo Goi

 

Poche storie, signore e signori:

che voi siate o meno fan delle zucche di Amburgo, la reunion allargata degli HELLOWEEN, a lungo sospirata e concretizzatasi nel 2017, è stato senza dubbio l'evento metal più importante e suggestivo da molti anni a questa parte.

Il ritorno del membro fondatore Kai Hansen e, soprattutto, del figlio prodigo Michael Kiske (allontanatosi con sdegno per decenni dalla scena metal, per la quale non aveva riservato di certo parole “gentili”, anche in virtù di una rinnovata fede religiosa che lo aveva portato per anni a identificare il metal con il “male”), suggellato da un reunion tour (a nome “United Alive”) che ha registrato sold out in lungo e in largo per l'intero globo terracqueo, ha risvegliato un entusiasmo rinfocolato da un'attesa lunga ventiquattro anni (se consideriamo la fuoriuscita di Kiske, mentre si parla di ben ventinove anni da quella dello zio Kai), tale da convincere i membri della band a tentare la rischiosa via della composizione di materiale inedito (già percorsa nella realizzazione del singolo “Pumpkins United” in occasione del lancio del suddetto reunion tour) da far confluire in un album nuovo di zecca, consapevoli delle aspettative elevatissime che una simile decisione avrebbe generato fra fan e addetti ai lavori.

La necessità di far fronte alle mille insidie che un simile progetto presentava ha senza dubbio spinto la band a operare in modo certosino su ogni singolo dettaglio del nuovo lavoro in cantiere, non solo dal lato puramente musicale, ma anche da quello promozionale e gestionale, mettendo in moto una macchina dalle dimensioni impressionanti col solo e unico obbiettivo di dare vita a un album che non sfigurasse al cospetto del proprio glorioso passato remoto (in particolar modo, con i due seminali “Keeper Of The Seven Keys”, cui sarebbe stato giocoforza paragonato).

Va subito detto che la band ha deciso di lavorare in modo molto onesto e “democratico”, ritrovando antiche suggestioni ma senza rinnegare il percorso intrapreso nel post-Chamaleon, dando spazio a tutti i songwriters presenti in formazione (nei crediti mancano all'appello solo il buon Kiske, che ha onestamente riconosciuto l'attuale scarsa attinenza del proprio materiale nel contesto Helloween, e il batterista Dani Löble)ed evitando volutamente le trappole di una “operazione nostalgia” troppo marcata” che avrebbe non solo relegato i membri “non storicissimi” in posizioni di rincalzo, ma che avrebbe anche rischiato di produrre materiale artefatto e poco convincente.

Si metta subito il cuore in pace chi auspicava un ritorno tout-court alle sonorità dei due “Keeper”: quei tempi sono andati, i musicisti che hanno composto quei capolavori sono invecchiati di trent'anni, così come i loro fan.

Rivivere le medesime emozioni, così come ricrearle, sarebbe fisiologicamente impossibile.

La band lo sa bene, e decide di puntare forte su un approccio fresco e coerente (sarebbe sembrato, peraltro, davvero strano vedere una persona come Michael Weikath rinnegare quanto fatto dalla band negli anni in cui si trovato a esserne il principale timoniere), assemblando una tracklist nutritissima e decisamente variegata (la versione “base” dell'album dura quasi settanta minuti, che sforano gli ottanta se includiamo le due bonus per il mercato globale e la bonus per il mercato giapponese), dominata in lungo e in largo dagli Helloween più recenti, dal punto di vista dei crediti (l'unico brano accreditato ad Hansen è la lunga suite finale “Skyfall”, scelta peraltro, in versione edit, come primo singolo del disco), ma capace di far coesistere in modo armonioso tutti gli elementi che ne hanno caratterizzato la carriera artistica, dalla sua fondazione nel lontano 1983 fino all'ultimo album pre-reunion, il poco celebrato “My God-Given Right” del 2015.

Date simili premesse, non stupisce affatto che il titolo scelto per l'album sia l'autocelebrativo HELLOWEEN, magari banale e scontato, ma capace di racchiudere in una sola parola tutte le istanze alla base di questa operazione, così come non stupisce che la produzione sia stata affidata a un guru delle produzioni power metal come Charlie Bauerfeind, affiancato in veste di co-produttore da un altro peso massimo come Dennis Ward (cui, a quanto pare, è toccata anche la non facile parte di “direttore artistico” in merito a molte scelte operate nella realizzazione dell'album).

Il risultato, dal punto di vista sonoro, è assolutamente impeccabile (forse troppo, come da tradizione Nuclear Blast), con un leggero sbilanciamento dal punto di vista delle voci in fase di mixing (ma era preventivabile) ma sufficientemente organico (e decisamente bombastico) da farci godere appieno dei brani propostici dalla band in questo a dir poco attesissimo come back.

Corredato da una straordinaria copertina ad opera del celebre Eliran Kantor (davvero un'opera d'arte mozzafiato), il nuovo Helloween (la cui line-up, ricordiamo, vede Andi Deris e Michael Kiske alla voce, Michael Weikath, Kai Hansen e Sascha Gerstner alla chitarra, Markus Grosskopf al basso e Dani Löble alla batteria) si apre, in modo piuttosto prevedibile (ma non per questo meno entusiasmante), con la classicissima OUT FOR THE GLORY, brano dai connotati decisamente “Keeper” scritto da Weikath appositamente per la voce stellare del rientrato Kiske.

Sebbene non privo di alcuni rimandi allo stile più cupo che ha caratterizzato l'operato della band nell'era Weikath (non ultimo, lo splendido fraseggio iniziale quasi alla “South Of Heaven in salsa Helloween”), è evidentemente il passato remoto (nonché epoca d'oro) il riferimento stilistico prominente del pezzo, in virtù di intrecci melodici dal tono frizzante, epico ed “happy”, di un riffing tanto curato quanto lineare (perfetto per dare risalto alle scorribande vocali di un Kiske in forma smagliante) e di una sezione ritmica centratissima e travolgente (con un Markus Grosskopf, come sempre, sugli scudi grazie al suo stile bassistico inconfondibile e molto “presente”).

Il brano, graziato da un tiro eccezionale, svolge magistralmente il suo compito di opener non solo di questo album, ma anche di questa nuova fase della carriera della band, proprio grazie alla sua capacità di guardare al passato senza suonare anacronistico, in virtù di un'ispirazione evidente concretizzata in un crescendo musicale costante e incontenibile, sublimato da un refrain riuscitissimo nella sua debordante, trascinante, epicità (si sentono anche echi dei migliori Gamma Ray, quasi a sottolineare la capacità palesata di tributare i giusti onori al percorso musicale di tutti i musicisti coinvolti).

Un'altra cosa che, a brano concluso, salta all'occhio, è la volontà della band di non limitarsi al compitino, cercando invece di esplorare tutto il potenziale dei pezzi messi sul piatto.

Ecco quindi che ci troviamo per le mani un'opener si classica, ma anche decisamente sostanziosa (si superano abbondantemente i sette minuti di durata), con una band che, dopo una prima parte del brano decisamente lineare, irrobustisce la composizione con una seconda parte più estrosa, marchiata a fuoco da intrecci chitarristici e assoli di primissimo ordine, il tutto confezionato a puntino da una band di livello palesemente “superiore”, capace di far suonare costantemente fresco, avvincente e centrato anche un pezzo dal minutaggio già così impegnativo.

Dopo un'apertura così smaccatamente “Kiskiana”, è Andi Deris a prendersi il proscenio, firmando come autore (e marchiando a fuoco come interprete principale) la successiva, ottima, FEAR OF THE FALLEN, la quale, introdotta da una delicata porzione acustica, si trasforma ben presto in una trascinante cavalcata power metal in stile “Master Of The Rings-Time Of The Oath”.

Il brano vive di continui stop and go magistralmente gestiti, fra brevi momenti introspettivi e brucianti ripartenze heavy-power, graziato da un lavoro di chitarre di spessore assoluto (le tre chitarre si sentono eccome, e la classe con cui la band sciorina intrecci, melodie, riff e soli è tale da tramortire il 99% delle band heavy-power attualmente in circolazione) ed esaltato all'ennesima potenza da un lavoro di voci assolutamente superlativo, in cui gli intrecci creati da Deris e Kiske riescono in un attimo a dare la cifra stilistica degli Helloween attuali, capaci di far coesistere passato e presente della band con un'efficacia disarmante.

Complice di questo risultato è l'evidente rispetto riservato agli spazi personali di tutti i musicisti coinvolti, a prescindere da chi sia l'autore accreditato del brano.

Anche in questo caso, infatti, si sente ben presente la verve compositiva tipica dei “vecchi” Helloween, grazie ad alcuni lick “100% Kai Hansen, in un melting pot temporale quantomai riuscito.

Dopo due brani decisamente impegnativi e strutturati, è tempo di dare spazio agli Helloween più immediati, happy e rockeggianti con la briosa BEST TIME (a firma Gerstner/Deris), gradevole e incalzante mid/up-tempo che ci permette di fare alcune considerazione sul modo in cui la band gestisce il suo lato “happy” nel 2021.

Non sono più i tempi di “Future World”, “Rise And Fall” o “Dr. Stein”: la verve happy della band è ora più adulta, matura e venata da un'assai poco celata vena agrodolce che non dispiace, e che permette al tutto di suonare credibile, evitando l'effetto “anziano col risvoltino” che avrebbe reso il tutto grottesco e quantomai ridicolo.

Tre minuti e mezzo di heavy rock frizzante e trascinante assolutamente graditissimi, prima di tuffarsi nella rocciosissima MASS POLLUTION, heavy metal anthem quadratissimo (ancora firmato da Deris) che alza in modo esponenziale il gradiente di “cromatura” dell'album grazie a una composizione muscolare e di grande impatto (non lontana da alcune cose degli ultimi Hammerfall, che a loro volta si abbeverarono alla fonte di certi Helloween, per evolvre il proprio suono).

Deris si dimostra una volta di più screamer di razza, quando non impiegato forzatamente su materiale non adatto alle sue caratteristiche vocali, fornendo una prestazione da incorniciare su un brano che promette scintille in sede live.

Da notare come la band, anche in composizioni più immediate e dirette, non lesini affatto in quanto a cesellature e colpi di classe, mettendo in mostra una costante attenzione al dettaglio tanto dal punto di vista meramente musicale quanto da quello degli arrangiamenti.

Dopo un'accoppiata di brani dal piglio, ognuno a suo titolo, più diretto, la band mette sul piatto una fra le composizioni più ardite e complesse del intero lavoro, la bellissima ANGELS (firmata da un Gerstner voglioso di dimostrare di non essere per nulla il “terzo incomodo” in formazione).

Il brano palesa fin da subito la sua verve progressiva e composita, fra samples, tastiere e parti di pianoforte a battagliare con aperture elettriche scandite da un riffing roccioso ma al contempo curato e intrigante, il tutto splendidamente suggellato da uno dei refrain più epici di tutto l'album.

Splendidi intrecci strumentali si accompagnano a riuscitissime melodie, il tutto esaltato da efficaci e continui cambi di registro, tempo e dinamica che rendono il pezzo uno dei più intriganti e longevi dell'intero lotto, marchiato a fuoco dall'ennesima prova strepitosa di tutte le voci coinvolte (oltre ai due titolari fissi Kiske e Deris, anche il buon Kai e il capace Gestner danno il loro contributo impeccabile, in tal senso).

Davvero un grandissimo pezzo.

La band si dimostra molto attenta al flusso dinamico del disco e, dopo un brano così impegnativo, piazza in modo decisamente oculato un brano trascinante e lineare come RISE WITHOUT CHAINS nella successiva posizione in scaletta.

Firmato da Deris, il pezzo si palesa come il più classico pezzo power alla “secondi Helloween”, roccioso ma al contempo decisamente melodico e, sebbene svolga in modo più che soddisfacente il compito assegnatogli, si rivela anche il pezzo meno interessante fin qui ascoltato (e, a conti fatti, dell'intero lavoro).

Resta comunque un brano brioso e trascinante, supportato da costrutti melodici vincenti e da linee vocali molto azzeccate, segno di una band che riesce a mantenere uno standard di eccellenza assoluta anche nei brani meno di spicco in scaletta.

E' nuovamente tempo di heavy metal anthems con il martellante up-tempo INDESTRUCTIBLE, unico brano in scaletta firmato dal bassista Markus Grosskopf che, sebbene autocelebrativo e piacione fin dal titolo, risulta a conti fatti assolutamente irresistibile in virtù di un'immediatezza elettrizzante, che trova il suo zenit nello “scontato” quanto debordante refrain, costruito appositamente per far cantare a squarciagola i fan nelle future date live (si augura, più prossime possibile) della band.

Inutile rimarcare rimarcare nuovamente la perfezione vocale messa in campo dalla band, con Deris e Kiske a dare l'impressione di scambiarsi i ruoli e le parti come se cantassero insieme da sempre, e col buon Kai a dare quel tono più aspro e grezzo capace di dare al tutto la perfetta dose di aggressività.

Tutto scorre a meraviglia, e ci si ritrova all'istante a cantare il refrain pugno al cielo.

Ennesimo centro pieno di una scaletta fin qui assolutamente eccellente.

Dopo una tale scarica di vitale adrenalina era difficile mantenere alta la concentrazione dell'ascoltatore, ma il buon Weikath ha sempre qualche asso nella manica, ed eccolo quindi sfoderare il travolgente power metal della devastante ROBOT KING, brano furibondo che sembra guardare davvero al passato remoto della band (salvo recuperare accenti più melodici ed epici all'altezza del pre-chorus).

La band è un fiume in piena, e Deris spadroneggia in lungo e in largo su strofe che sembrano costruite apposta per sfruttare fino in fondo il versante più aggressivo e mordace del suo range vocale, salvo trovare l'aiuto decisivo e puntuale di Kiske quando il lirismo del brano sale di tono.

Si pensa che dopo una serie chicche vocali, ivi compreso un refrain assolutamente perfetto nel suo modo di aggredire i padiglioni auricolari dell'ascoltatore, l'apice sia stato raggiunto, quand'ecco che la band sfodera una seconda parte di brano da standing ovation, fra intrecci melodici, solisti e strumentali da spellarsi le mani e arrangiamenti corali da brividi per epicità e trasporto emotivo, suggellando così a doppia mandata uno dei brani più spettacolari dell'intera opera.

Uno dei pezzi manifesto del nuovo corso della band, senza dubbio alcuno, capace (nonostante i suoi sette minuti di durata) di suscitare il desiderio di ascolti reiterati.

E' quindi tempo per Deris di salutare (dal punto di vista compositivo) l' album con uno dei brani (verrebbe da dire, quasi, stranamente) più “Keeper” dell'opera, con la melodica, trascinante e diretta CYANIDE, graziata come al solito da un' energia palpabile e da un refrain centratissimo, che si consuma in tre minuti e mezzo di elettricità, epicità e adrenalina, prima che sia il buon Weikath a tornare in cattedra con l'oscura DOWN IN THE DUMPS, bordata heavy-power da antologia capace di far coesistere in modo decisamente efficace tanto l'anima più ruvida e “thrashy” della band quanto quella più melodica, con un Kiske mattatore assoluto in entrambi i frangenti (ma quanto è mancato, il buon Michael, al mondo del power metal, nei suoi anni di esilio auto-inflitto?).

Quando partono le note della breve strumentale ORBIT si sente in modo evidente come sia giunto il tempo per Kai Hansen (fin qui leggermente in secondo piano, nonostante la sua impronta si avverta distintamente in più frangenti lungo l'intero dipanarsi del disco) di prendere prepotentemente in mano il comando delle operazioni;

e quale modo migliore di farlo se non piazzando lì una suite (formato che già in passato, nella discografia degli Helloween, è stato foriero di capolavori indimenticabili) di dodici-minuti-dodici a tema alieno?

E' tempo di mollare gli ormeggi e viaggiare sulle note di SKYFALL, finalmente presentata nella sua versione estesa in tutta la sua magnificenza.

Si tratta senza dubbio del brano più “Keeper oriented” dell'intero lavoro (pregno anche di sentori Gamma Ray, assolutamente immancabili, anche considerato che furono proprio i Gamma Ray, più che gli stessi Helloween, a continuare il percorso della primissima incarnazione delle zucche di Amburgo, dopo lo split), dominato in lungo e in largo dalla vocalità del buon Kiske (che su queste sonorità va letteralmente a nozze, non avendo eguali al mondo) e dal tipico trademark “made in Kai Hansen” (che, in origine, sarebbe dovuto essere anche il cantante principale del brano; decisione poi modificata in seno al gruppo in quanto il risultato suonava fin troppo “Gamma Ray”).

Inserendosi perfettamente nella tradizione di passate glorie del songbook della band quali “How Many Tears”, “Halloween” e “Kepper Of The Seven Keys Part II”, il brano, pur nella sua strutturazione complessa e ricca di cambi di tempo e di umore, fra brucianti accelerazioni power, rallentamenti da tono epico e parti più rocciose, il tutto innervato dall'onnipresente verve melodica che da sempre contraddistingue l'operato degli Helloween (nonché graziato da un ritornello semplicemente memorabile), risulta assolutamente efficace e coeso dall'inizio alla fine, andando a suggellare nel modo migliore possibile questo attesissimo album di ritorno per una delle formazioni più amate di sempre del metal.

Lasciate stare chi andrà blaterando su blog, social e carta stampata di album mediocre, non all'altezza del glorioso passato della band e costruito a tavolino per compiacere i boccaloni che lo avrebbero acquistato e gradito “a prescindere”; la qualità che si trova in questo album è merce rarissima nella scena power (e non solo) degli ultimi decenni (tant'è che anche ognuna delle bonus track dell'album avrebbe potuto tranquillamente essere inserita nella scaletta ufficiale senza intaccarne minimamente l'eccellenza, tutt'altro), e perdersela solo per lo sciocco desiderio di apparire più scaltri e furbi del “metal fan medio” sarebbe davvero da imbecilli.

Per chi scrive, questo è il miglior album degli Helloween dai tempi dei due Keepers (proprio in virtù della magia che la band ha saputo infondere anche ai brani più vicini alla loro produzione successiva a quella unanimamente considerata come la loro epoca d'oro), nonché l'album power più bello dai tempi di “Powerplant” dei Gamma Ray.

Dopo anni di vacche magrissime, contraddistinte dal successo sproporzionato e incomprensibile di band come Powerwolf o Sabaton, è finalmente giunto il tempo della gioia anche per i fan del power metal.

Se poi non volete partecipare alla festa, liberissimi;

però qui siamo all'eccellenza assoluta, tutto il resto sono balle da professori del nulla e da agitatori patentati (e il bello è che, oltretutto, la band palese pure margini di crescita).

Come diceva un tale: “Di lor non ragioniam, ma guarda e passa”.

I signori del power sono tornati al posto che gli compete.

Prendete e godetene tutti.

 

95/100